Dietro la banalità ostentata di molte cuvée commerciali e l’immagine solo lussuosa di alcuni marchi alla moda, l’incantesimo di moltisssimi Champagne d’autore può far vibrare le corde più sensibili.
Disgraziatamente ai concerti rock si beve birra qualunque e si ingurgita fast food, per definizione. Fa parte del rituale, d’altronde ci si va per altro.
Si dice che l’entusiasmo sta alla vita come il colore sta al dipinto. Ecco, Vincenzo va addirittura oltre, perché è un uomo entusiasta della vita stessa. Della vita così com’è, con le sue tempeste e i suoi arcobaleni.
Non posso dire che il mondo del vino kasher abbia mai attirato in modo particolare il mio interesse. Pur essendo ebreo, non ho mai dato più di una minima attenzione alle prescrizioni alimentari stabilite nella Bibbia.
La DOC Maremma Toscana – nata nel settembre 2011 dopo essere stato per 16 anni Igt- anche nel 2017 è, numericamente parlando, la quarta denominazione più importante della Toscana, subito dopo Chianti, Chianti Classico e Brunello di Montalcino.
E’ proprio in queste vendemmie che le aziende e gli uomini dimostrano il loro valore, la serietà e professionalità, facendo un’ottima viticoltura, sacrificando una parte della produzione e scegliendo con molto rigore le uve che finiranno nei serbatoi.
Durante Collio Experience una domanda aleggi ava nell’aria. Più che una domanda un domandone, un dubbio semi amletico, un quasi “rovello interiore” che dai produttori filtrava verso i giornalisti.
Di tanto in tanto c’è bisogno di dare un significato alle cose più vicine a noi, a quelle che pensiamo di conoscere, che consideriamo scontate. E dopo vent’anni di servizio mi sono chiesto cosa fosse per me il vino. La risposta sta nelle pagine che seguono.
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