Quando uno scoglio può arginare il mare: Emilio Placci e il Pratello10 min read

Siwezi kusubiri ili kukuona tena

(ilysmvv)

 La scoperta più grande è che per fare il mio mestiere non bisogna imparare a degustare ma a vedere. Degustare è una conseguenza. Ho visto, ad esempio, che il vino non fa altro che facilitare la manifestazione di sentimenti naturali. È bastato frequentare qualche migliaia di bevitori e di bevitrici per ammirarne la magia: il vino a un certo punto stimola i sensi, li eccita e li manda in tilt. Letteralmente.

Del resto che cosa ha spinto gli uomini fin dagli albori della storia a fare distinzioni tra un vino e l’altro come non si è mai fatto per nessun cibo e nessun’altra bevanda? Perché alle vicende del vino sono legate l’arte drammatica e la religione, la politica e le guerre? E perché la prima volta che un uomo invita a cena una donna, le offre una bottiglia di vino? Solo il profondo legame tra vino, sentimenti e sensualità possono darci una spiegazione.

Sandro Sangiorgi, un maestro, da anni va dicendo che nella sua lunga carriera di divulgatore non si è occupato di vino ma di esseri umani. Capisco bene il senso della sua riflessione: tutto parte da noi, dalla nostra sensibilità, dalla nostra curiosità, dal nostro entusiasmo. Il resto è in discesa.

Io stesso nelle mie degustazioni pubbliche auspico da tempo un umanesimo del vino. Perché in fondo i vini sono come le persone (rubando a Corrado Dottori): ci sono i garruli e i taciturni, gli agili e i goffi, quelli impeccabili e quelli trasandati, i falsi e i sinceri, i rivoluzionari e i reazionari.

Eppure per troppo tempo abbiamo creduto possibile partorire vini gemellari ovunque nel pianeta. Come se ciò fosse davvero possibile in natura. Invece il bello del vino è farsi spettinare dagli imprevisti, perdersi tra le nuvole e il sole, tra uragani di pioggia e aride tempeste di sabbia.

A proposito di imprevisti, di sensazioni forti e di vini umani. Due giorni fa mi sono dedicato una retrospettiva completa della carriera di Emilio Placci, tra i vignaioli artigiani più onesti e scapigliati d’Europa. Che ha organizzato per me e per pochi colleghi una degustazione pressoché definitiva di tutti i suoi vini finora prodotti.

Una carrellata lunga vent’anni, dalla fine dei Novanta fino alle ultime edizioni imbottigliate. Vini selvatici, burrascosi, schizofrenici e tutt’altro che estranei alle imperfezioni ma perfettamente connessi gli uni con gli altri; storti come i sentieri dell’appennino modiglianese, ma di personalità roboante; soffiati di umido sottobosco montano e per conseguenza assai terragni ; rinfrescati da altitudini generose e dunque vitali; nutriti da suoli poveri di arenarie e marne, e allora minerali e veramente saporiti.

È stata una bella giornata e abbiamo bevuto benissimo. Incassando la piena conferma, semmai ne avessi avuto bisogno, che senza pena la bellezza non esiste, che occorre qualcosa che spezzi l’equilibrio e che rompa gli argini per lasciare il segno e per farsi davvero amare. A una condizione: che ci sia del sentimento per rendersene conto.

In tal senso Emilio Placci non è affatto fuori luogo: è un uomo di sentimenti sinceri. Che ha abbandonato la carriera di enologo consulente iniziata nel 1975, dopo il diploma conseguito a Ascoli Piceno, per fare il vignaiolo desaparecido; che ha accantonato i protocolli dell’accademia per darsi in pasto alla natura; che ha sbrindellato il calendario delle più ortodosse regole produttive e commerciali per fondare la più antieconomica impresa enoviticola che io abbia mai incontrato a queste latitudini: Il Pratello.

Delle combinazioni tra vitigno, terreno, clima, altitudine e uomo che gli esperti giudicano importanti per la lettura di un progetto enoviticolo, ciò che si avvera al Pratello di Modigliana dà vita (a) una storia diversa.. Diversità che sta scritta in quell’ambiente di chiaroscuri intorno al Monte Trebbio e che Emilio si è cucito addosso fino a rimanerne pienamente assorbito, investendoci i suoi risparmi, la sua passione e i suoi sogni.

Il Pratello è un presidio anarchico nella Valle dell’Ibòla, a sud di Modigliana, oltre i cinquecento metri di quota. Un luogo sognato e realizzato; lontano e credibile; surreale e fisico.

Un posto del vino in mezzo ai tartufi bianchi e alle ginestre, ai frassini e ai carpini, ai ginepri e ai castagni, agli aceri e ai cornioli.

Il Pratello è una pausa ristoratrice dalla serialità programmatica di ogni faccenda ci riguardi: arrivi, ti godi la sua energia wild, mangi uno dei clamorosi piatti della Fabiana, la moglie di Emilio, e torni a casa convinto che un altro mondo è possibile. E che forse uno scoglio può arginare il mare.

Sì, può succedere ogni tanto. Perché Il Pratello ci insegna che è possibile tornare un poco indietro, revocando in forse un progresso agricolo che dopo la seconda guerra mondiale ha aperto una voragine nella storia millenaria dell’agricoltura, sconvolgendo le pratiche secolari dei contadini e riducendo la valorizzazione della biodiversità a una fatamorgana. Al Pratello quel miraggio diventa un’oasi, una possibilità, un’occasione per lottare. E si badi bene: il suo ruolo non è solo settoriale, ma di portata sistemica; così come universali sono i danni combinati da un’agricoltura sempre più scadente a un ambiente sempre più artificiale, che inquina la terra, le falde e l’aria, annientando ogni vita marginale (e non solo).

Il Pratello è anche una forma di lotta organica contro l’enologia delle ricette, degli additivi e dei vini sorvegliati con puntiglio pedante. Ed è un antidoto (almeno per il nostro morale di assaggiatori appassionati) contro il malaugurato cartello delle cooperative industriali romagnole, drammatico tallone di Achille della regione.

Il Pratello è un’azienda preziosa per il vino italiano. Con le sue lacune che lasciano passare ossigeno, con le sue normalità familiari, le sue varietà, il buon cibo e i tempi animati dall’amore per le necessità umane. Che non sono quelle del mercato mondiale, delle mode e della velocità puttana.

Il Pratello ci dice tanto del futuro, io credo. Ci dice che se l’Italia vorrà conservare e mantenere viva la propria autenticità enoviticola dovrà difendere, in equilibri sempre nuovi, le proprie risorse umane e ambientali. Dovrà sostenere imprese come questa, custodire i luoghi periferici e combattere la più grave minaccia di cui è portatrice l’industria del vino (così come quella del cibo e del turismo): la tendenza all’uniformità e alla finzione. Che disintegra inevitabilmente le culture individuali, la bellezza dei paesaggi e l’originalità delle nostre tradizioni.

Emilio ci ha provato a mettersi di traverso alla deriva: vacillando, soffrendo, sbagliando. E io dico che ce l’ha fatta. Non so voi, ma io sono convinto che Emilio ce l’ha fatta.

Lui, il Francesco Guccini del vino italiano, ha assecondato la sua natura e sta invecchiando con dignità nella sua Isola (non) trovata, facendo ciò che gli garba fare, parlando di Radici, di Stagioni, di Ritratti e di altre (Ist)Stanze di vita quotidiana.

Con lui hanno vinto anche i suoi vini, sempre sopra le righe, sempre aggrappati all’iperbole, sempre precari sul crinale dell’imprevisto, sempre tormentati dall’assenza di schemi.

Epperò che vini ragazzi, che sincerità, che verità, quale energia li anima. Le bottiglie più felici di Emilio disonorano la civiltà dell’impazienza e della (sopravvalutata) coerenza a favore di una preziosa estetica della dissonanza e di una reale tenacia contadina.

Le loro frequenze sono identiche a quelle che vibrano nei vini di Paolo Babini, Filippo Manetti, Andrea Bragagni e Paolo Francesconi, tutti compagni di vita e di merende del buon Placci da più di tre lustri.  Ciurma romagnola che naviga sulle onde porthosiane del vino nobile, ribelle e disperato; uomini liberi che credono in quello che fanno e che fanno ciò che credono, nel bene e nel male.

Le annate 2000, 2006 e 2013 del bianco Le Campore si confermano ai vertici dei migliori bianchi romagnoli di sempre tra quelli ottenuti con varietà internazionali, perfino superiori alle più riuscite versioni del Ronco del Re di Gian Vittorio Baldi a Castelluccio.

Qui il Sauvignon e lo Chardonnay si lasciano divorare dal terroir e dall’opportuna bizzarria interpretativa di Emilio, esprimendo un cortocicuito liquido che miscela nord e sud, mare e terra, calore e progressione, in una sintesi che è insieme originale e longeva.

Solo alcune Albana artigiane di pochi produttori scelti possono competere con queste bottiglie memorabili. E parliamo qui di autentici gioielli di livello internazionale che andrebbero fatti conoscere al di fuori degli angusti confini regionali.

Tra i rossi, il Sangiovese Mantignano – più ancora del ricco e accalorato Badia a Raustignolo –  nelle edizioni 2003, 2009 e 2004 rappresenta un modello di sanguigna tenacia appenninica. Tre millesimi scalpitanti di succhi e di radici, di sali minerali e di tannini gustosi. Profumati di frutti rossi e gialli, di erbe e di spezie, di resine e di balsami. Estranei ai ricami e alle buone maniere senza mai apparire rozzi.

Ma sono vini interessanti anche quelli che mi sono piaciuti meno, anche le versioni più fragili, più approssimative, più segnate dal tempo: che sentono gli anni e la fatica ma non perdono un briciolo del loro pathos artigiano.

E perfino i vini stanchi, lisi da una conservazione non impeccabile; come pure quelli mal concepiti oppure semplicemente difettosi, nella loro ingenuità lasciano intravedere una luce che nessun vino troppo tecnico, che nessun vino troppo lussuoso, che nessun vino non artigiano potrà mai nemmeno vagamente surrogare.

Se esistono i vini di autentico stampo natural-rurale, al di là di patacche e certificazioni, allora quelli di Emilio Placci ne sono l’archetipo: vini spontanei fino a essere osceni; vini che hanno i loro tempi e i loro modi, insensibili alle aspettative del degustatore programmatico, che se ne fregano del prima e del dopo, dei giudizi e dei pregiudizi.

Loro vogliono soltanto respirare, come ciascuno di noi.

Il Pratello da archiviare

Proprietà: Famiglia Placci dal 1970.

Attuale titolare: Emilio Placci, nato a Faenza il 16 novembre 1953.

Competenze: Enologo e vignaiolo.

Vendemmia d’esordio: 1998.

Regione: Emilia Romagna.

Comprensorio: Faentino.

Comune: Modigliana (FC).

Località: San Pietro in Castagnara.

Terroir: Valle dell’Ibòla.

Delta altimetrico aziendale: 615-450 metri slm.

Quota media della viticoltura: 500 metri slm.

Terreni: impasto di marne e arenarie friabili.

Ettari vitati complessivi: 5,5.

Ettari vitati a sangiovese: 2.

Le altre varietà coltivate: cabernet sauvignon, centesimino, malbo gentile, merlot e pinot noir tra quelle a bacca rossa; chardonnay, sauvignon blanc tra le uve a bacca bianca.

Sistema di allevamento: controspalliera con potatura a Guyot semplice (per i vitigni a bacca bianca e per il pinot noir); controspalliera con potatura a Cordone speronato sulle altre uve coltivate.

Biotipi di Sangiovese presenti in vigna: ST 12 e ST 19 in prevalenza; saldo di selezioni massali effettuate su una veneranda parcella aziendale.

Portainnesti più utilizzati: SO4 in prevalenza; saldo di 1103 Paulsen e 140 Ruggeri.

Epoca di impianto delle vigne: Sangiovese nel 1995; Cabernet Sauvignon, Merlot, Chardonnay e Sauvignon Blanc nel 1997; pinot noir, centesimino, malbo gentile nel 1999.

Esposizione: le varietà a bacca bianca guardano il nord; il pinot noir si affaccia a nord-ovest; malbo, centesimino e una parte del sangiovese sbiaciano l’ovest; il saldo di sangiovese sta tra sud e sud-est; merlot e cabernet sauvignon sono perfettamente insediati a est.

Viticoltura: biologica da sempre (zolfo di miniera e rame); sono banditi diserbi e concimazioni.

Vinificazione: spontanea e senza controllo delle temperature.

Additivi e coaudiuvanti: bassissime dosi di solforosa all’imbottigliamento: sotto i 20 mg di totale per i rossi e intorno ai 30 mg per i bianchi. In annate estreme (rare) si utilizzano lieviti selezionati neutri per le prime vasche in fermentazione.

Chiarifiche: mai.

Filtrazioni: blande e molto blande all’imbottigliamento.

Contenitori per la vinificazione: acciaio inossidabile.

Contenitiori per la maturazione: legni usati di rovere francese e di piccola capacità (barrique e tonneau).

Tiratura media annuale: 15.000 bottiglie circa.

  

Al piccolo Carlo. Che sarà felice su questa terra. Anche perché i dolci di mamma Valentina (una mamma con due stelle Michelin non capita tutti i giorni) e i vini di papà Filippo (assaggiatore superbo e sensibile: rarità anche questa) lo faranno sorridere più del solito. Congratulazioni amici miei. Vi voglio bene.

 

A Thomas, mio fratello.

 

A Te, come sempre.

 

 

 

 

Francesco Falcone

Pugliese di Gioia del Colle, Francesco Falcone è un degustatore indipendente, divulgatore e scrittore. Dopo un biennio di formazione nella ciurma di Porthos, una lunga esperienza piemontese per i tipi di Go Wine (culminata con il libro “Autoctono Si Nasce”) e due anni di stretta collaborazione con Paolo Marchi (Il GiornaleIdentità Golose), ha concentrato per un decennio il suo lavoro di cronista del vino per Enogea (2005-2015). Per otto edizioni è stato tra gli autori della Guida ai Vini d’Italia de l’Espresso (2009-2016). Dal 2016 è firma di Winesurf, il Giornale di Carlo Macchi. Nel 2017 ha scritto il libro “Centesimino, il territorio, i vini, i vignaioli” (Quinto Quarto Editore). Nell’estate del 2018 ha collaborato alla seconda edizione di Barolo MGA, l’enciclopedia delle grandi vigne del Barolo (Alessandro Masnaghetti Editore). A dicembre del 2018, per la faentina Quinto Quarto uscirà il suo libro “Intorno al Vino, diario di un degustatore sentimentale”. Deve a Federico Graziani il battesimo vinoso, a Sandro Sangiorgi la passione per la degustazione, a Alessandro Masnaghetti l’amore per il giornalismo, a Giampaolo Gravina il bernoccolo per la scrittura, a Vania Valentini la svolta in direzione dell’insegnamento. Da cinque anni cura numerosi laboratori indipendenti di approfondimento da Nord a Sud d’Italia.


LEGGI ANCHE