Perché Nord a San Casciano: diversità è sinonimo di UGA?3 min read

Nella sempre maestosa Villa Corsini a San Casciano Val di Pesa è tornata “Perché Nord”, la manifestazione organizzata dai produttori dell’UGA San Casciano, la più a nord del Chianti Classico,  per mettere in risalto le loro produzioni. Il format prevede un confronto con un altro territorio “a nord e di confine” e quest’anno ne è stato scelto uno che ha entrambi i requisiti, il Carso.

I due territori sono stati presentati rispettivamente da Fabio Pracchia e da Giorgio Fogliani con due esposizioni ampie e dettagliate, accompagnate dalla degustazione di quattro vini per zona.

I quattro vini scelti da Fabio come esempi della diverse caratteristiche del territorio di San Casciano hanno svolto alla perfezione il loro compito, sia perché da zone diverse con suoli diversi, sia per gli uvaggi (siamo andati dal sangiovese in purezza ad un vino con il 15% di alicante passando per uno con una parte di merlot e il quarto con 10% di canaiolo e colorino). I quattro vini del Carso erano invece un rosso e tre bianchi: un Terrano,  una Vitovska, una Malvasia Istriana e un uvaggio di sauvignon, malvasia e  vitovska.

Visto che eravamo a San Casciano credo sia giusto focalizzarmi sui vini chiantigiani e sul territorio.

La prima cosa è una conferma: quattro Chianti Classico così diversi non era facile trovarli e non solo perché venivano da terreni diversi ed erano di annate diverse, non solo perché tre erano Chianti Classico annata (2023-2022-2019), uno Gran Selezione (2021) e avevano uve , almeno in parte, diverse ma perché rappresentavano forse quattro strade e quattro modi di concepire il Sangiovese (e le altre uve)  in Chianti classico.

Si passava dalla quasi doverosa austerità della Gran Selezione della Sala del Torriano alla morbidezza semi femminea del Chianti Classico 2023 di Montesecondo, dall’impronta antica e matura del Chianti Classico Solatione del 2019 al naso completamente (per me) fuori scala per un sangiovese, ma di grande impatto, del Tanto di Cappello 2022 di Luiano.

Ora mi domando: se una UGA può presentare queste enormi diversità tra vini come fa a rivendicare quella che potrebbe essere definita univocità territoriale? Se invece non punta a farlo che senso ha una UGA?

Qualcuno potrebbe rispondere che la UGA possono averla solo le Gran Selezione, ma che senso ha una UGA, pubblicizzata e portata ad esempio di unità territoriale, che si raccoglie attorno ad una tipologia che rappresenta il 5% del totale prodotto in Chianti Classico  e il resto lo lascia libero di esprimersi in maniere completamente diversa?

Un tema per me importante e che qui non approfondirò oltre anche perché pochi giorni prima un’altra UGA aveva organizzato un evento che puntava nella direzione opposta. Ne parlerò quindi in un altro articolo dove cercherò di capire il vero senso enologico di una Unità Geografica Aggiuntiva. Sottolineo enologico perché per me le UGA hanno sicuramente un senso profondo dal punto di vista “sociale”, nel far incontrare e confrontare i produttori e farli crescere assieme.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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