Era nata come una chiacchierata informale con alcuni produttori (5-6) della zona di Castellina in Chianti ed è diventata una riunione di quasi 4 ore con tutti i produttori dell’UGA Castellina in Chianti, assaggiando quasi 30 vini (un Chianti Classico per cantina), alla ricerca di una identità territoriale.
Ma andiamo con ordine e, per chi non la conoscesse bene vediamo di presentare Castellina in Chianti e il suo territorio. Partiamo da alcune tracce di storia più o meno recente: un secolo fa, quando il Chianti girava il mondo nei fiaschi, i comuni chiantigiani erano borghi desolati e lontani da tutto. Castellina in Chianti e buona parte del suo territorio avevano invece la grossa fortuna di essere abbastanza vicini a Poggibonsi, che era uno dei due più importanti centri di raccolta del Chianti (l’altro era Pontassieve, nel versante fiorentino) che poi spediva, in fiaschi, nel mondo.
Castellina in Chianti, senza grossi problemi viari e ad un tiro di schioppo da centri importanti, è stata per tanti anni e molto più di altri comuni chiantigiani, terra di raccolta di uve e vini che creavano lo scheletro e spesso anche il corpo di tante bottiglie e a tantissimi fiaschi. Non per niente ancora oggi è il comune chiantigiano con il maggior numero di ettari vitati.

Ma oggi le cose sono completamente diverse, i borghi chiantigiani sono preda di turisti da ogni parte del mondo e stranamente Castellina in Chianti, nella comunicazione e nella ribalta nazionale e internazionale è spesso superata da altri borghi più “belli”, più di moda, con vini anch’essi più modaioli o più conosciuti: Radda in Chianti per i suoi vini “verticali”, Panzano come punta di diamante del Chianti Classico nel territorio fiorentino, Greve in Chianti per la sua mostra e la sua vicinanza a Firenze, Gaiole in Chianti sia per i vini “verticaleggianti” che per l’Eroica.
Insomma, il comune di Castellina in Chianti non è proprio il comune più in vista nel Chianti Classico e i produttori di Castellina in Chianti, da qualche uniti attorno al concetto di UGA, sentono un po’ anche loro questa mancanza di visibilità e di un comun denominatore nel vino che li renda immediatamente riconoscibili.
Da qui l’idea di coinvolgermi in una degustazione sicuramente complessa e particolare: tutti vini bendati, nessuno sapeva cosa e chi si stava assaggiando ma solo che nei bicchieri c’erano Chianti Classico 2022 dei produttori di Castellina in Chianti, stop!
Il mio compito è stato quello di, assieme a loro, trovare le similitudini, le somiglianze tra i vini per poi eventualmente “sublimare” un concetto finale utile per essere riconosciuti facilmente.
Adesso vorrei che deste un’occhiata a questa carta qua sotto: è quella della UGA Castellina in Chianti ed è stata fatta dal “MapMan” per antonomasia, Alessandro Masnaghetti.

Partendo dal presupposto che il comune di Castellina è uno tra i più grandi e pur partendo dal presupposto che si parla per la strasgrande maggioranza di sangiovese, non ci vuole molto per capire, solo guardando le differenze di colori, le grandi diversità dei suoli. Si capiscono anche bene le differenti altitudini e, last but not least, anche le ovvie differenze climatiche tra una vigna a 200 e a 500 metri. A questo aggiungiamo un mio vecchio pallino e cioè che, nonostante si parli tanto di terroir e cru, alla fine è la mano del produttore che, con le sue scelte in vigna e in cantina, caratterizza realmente il vino.
Tutti questi fattori rischiavano di rendere la nostra una mission impossible. Inoltre l’annata 2022 non è stata certo una di quelle vendemmie facili: come ha sottolineato un produttore la maturazione è avvenuta spesso per appassimento e quindi più che maturazione ed evoluzione dei polifenoli siamo andati avanti per concentrazione. In una situazione del genere un produttore deve giocare “più in difesa che in attacco” e non ci sono certo le condizioni migliori per far emergere reali somiglianze e non solo quelle date da una vendemmia calda e secca (per esempio l’alcol alto, i tannini più ruvidi del normale o un’acidità poco integrata).
Insomma, la mission impossible detta prima.
Ma vediamo come è andata: parlare di fronte a 40 tra produttori e enologi (tra l’altro con un abbassamento di voce dal mattino) è un po’ come camminare sulle uova, non puoi usare i termini da “corso AIS” perché tutti sanno riconoscere la ciliegia e il legno al naso, il tannino e l’acidità al palato, Quindi devi cercare parole diverse per spiegare un vino e trovarci somiglianze o differenze dagli altri.
Mano a mano che si assaggiava, parlavo, parlavano i produttori, se da una parte si notavano chiare differenze tra i vini dall’altra nascevano una serie di osservazioni che, per esclusione, portavano a tracciare un profilo dei vini di Castellina.
Intanto eravamo tutti d’accordo di non essere di fronte a vini “verticali”, dove la freschezza è il cardine su cui si spalma una tannnicità non invasiva e un corpo esile ma dinamico. Anche nei campioni prodotti a quasi 500 metri il vino aveva un altro profilo, più compatto, dove la potenza del sangiovese è ben modulata e la freschezza è solo un qualcosa che serve a completare l’opera. In vigneti ad altezze inferiori infatti abbiamo trovato un ulteriore arrotondamento dell’acidità senza il prevalere degli altri componenti.
Per quanto riguarda gli aromi da un’annata come la 2022 ci si poteva aspettare importanti note alcoliche accompagnate da frutta matura: questo, a parte alcuni campioni non è successo, ma anzi in diversi casi accanto al frutto c’erano note leggere di china e liquirizia (segno di un buon uso di buoni legni) e a volte anche floreali. Quindi abbiamo potuto “mettere a verbale” che i produttori di Castellina in Chianti tecnicamente hanno lavorato molto bene nel 2022.
Ricapitoliamo: vini non verticali, buona o ottima bravura tecnica, buon utilizzo del legno e degli strumenti di vigna e di cantina per condurre in porto un buon vino.
Mettiamoci anche che questi 2022, pur avendo dei nasi di buono/ottimo livello (alcuni purtroppo no, sia per troppa maturità che per chiari problemi di riduzione, specie in campioni con i vigneti ad altezze inferiori e tappati con tappature alternative al monopezzo) colpivamo più al palato che al naso, grazie ad una giusta pienezza che riusciva a far fondere tannini e acidità in un compendio piacevole. Ad un certo punto per alcuni vini ho usato il termine “saporito” proprio per evidenziare questa caratteristica.
Un’altra annotazione interessante era sui tannini: in diversi casi ruvidi (per me giustamente ruvidi perché il sangiovese non è acqua di fonte) in qualche caso ancora duri ma praticamente mai amari.

Importante, ma per me quasi scontato, che la stragrande maggioranza dei vini (ricordo che si parla di Chianti Classico annata) erano giovanissimi, con possibilità di migliorare per almeno altri 5-7 anni.
Alla fine degli assaggi, è stato svelato un piccolo segreto, cioè che i vini erano stati divisi i vini in tre macrozone: la prima quella della zona a nord-est (più in alto nella mappa, a est della strada da San Donato a Castellina in Chianti) la seconda era la zona ad ovest dove predomina il calcare (diciamo la fascia centrale/trasversale della mappa, quasi sempre con altitudini abbastanza importanti) e la terza quella più a ovest ( a sinistra e in basso trasversalmente parlando) dove c’è maggiore componente argillosa. Rispetto a questa suddivisione posso, a posteriori, dire che la terza zona è quella che si differenzia in maniera importante dalle altre due per vini con un frutto più espresso al naso e maggiore larghezza al palato con tannini più concentrati.
Detto questo però torno alla Mission Impossible della degustazione, quella di trovare un’unica via per comunicare il vino di Castellina in Chianti. Per me è chiaro che un’unica vianon esiste, per fortuna. Sottolineo per fortuna perché un territorio così variegato non può avere un qualcosa che unisca tutti (tra l’altro considerando anche il fatto che vi coesistono aziende molto grandi e piccolissime realtà) se non la voglia e la possibilità di fare del buon vino, del buon Chianti Classico.
Questa strada, quella del “vino bono” per dirla in lingua toscana, è forse l’unica perseguibile e che per fortuna è “perseguita” da tutti. Col cuore in mano dico ai produttori di Castellina in Chianti che devono seguire la strada della qualità l’unica che li può vedere uniti tra le molte logiche diversità enoiche che il loro territorio presenta. Secondo me devono guardare dentro di sé, cercando di fare il meglio possibile, senza prestare tanta attenzione a quello che viene richiesto dal di fuori, specie dalla comunicazione.
Se proprio si deve partorire una parola d’ordine per comunicare il territorio forse potremmo dire che forse ci sono altre zone più “belle”, cioè più in vista, conosciute, magari più amate dalla critica, ma Castellina in Chianti ha il “buono” anzi il “bono” dalla sua parte e deve continuare a farlo crescere attraverso una diversità nei vini logica e condivisa.