Durante i nostri assaggi al Consorzio del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG abbiamo intervistato il suo direttore, Diego Tomasi, su alcuni argomenti per noi basilari quando si parla di Prosecco.
Winesurf :“Che effetto fa essere la più grande DOCG italiana per numero di bottiglie (assieme al Chianti, n.d.r.) e nello stesso tempo essere oscurati da una DOC e da un nome ,“Prosecco”, molto più famoso?”
Diego Tomasi:“Bella domanda. Infatti inizio sempre le mie presentazioni cercando di spiegare che il prosecco non è tutto uguale. Per questo faccio vedere le tre denominazioni, dando il giusto valore a ognuna, ovviamente. Ma la grossa sfortuna è che condividiamo lo stesso nome, Prosecco, tutte e tre, per cui è facile far confusione, è non venire identificati nel modo corretto. E quindi, a parte l’Asolo che è una denominazione piccola che ci assomiglia molto dal punto di vista ambientale e a cui manca solo un po’ di tradizione rispetto a noi, il nostro confronto è sempre con il Prosecco Doc, tra l’altro nato sul successo del Conegliano Valdobbiadene. Questo può suonare strano ma è un po’ la realtà delle cose!
Il Prosecco DOC però è enorme, ha un potenziale economico che è 5, 6, 7 volte rispetto al nostro per cui ha una capacità di comunicazione che noi non ci immaginiamo. Così, quotidianamente noi dobbiamo difendere la nostra identità, la nostra origine, e in che modo farlo? Non c’è alternativa se non di organizzare eventi “sartoriali”, “ritagliarci” proprio gli spazi con i giornalisti, le guide, i sommelier, i wine educator, gli influencer e avere il tempo di stare con loro. Meglio se riusciamo a trovare tempo anche di fargli vedere il nostro territorio, ma se non altro di spiegare la nostra origine, da dove veniamo, chi siamo e ma anche il fatto che non siamo cambiati negli ultimi 20, 30, 40 anni. La nostra storia ce la portiamo dietro. Non puntiamo a vendere a meno, come oggi il mercato vorrebbe, perché un territorio come il nostro a costi superiori e rese inferiori e questo deve essere capito, magari vedendolo di persona

W. “Parlando di qualità, un salto qualitativo, almeno sulla carta, è stato fatto con l’introduzione delle Rive. Che cosa hanno portato in più e che cosa potranno portare in futuro? Perché a volte si ha l’impressione che vengono un po’ sottovalutate e poco valorizzate.
D.T. “Diciamo che forse alle Rive, all’inizio, non ci si è realmente creduto: era un modo per cominciare un percorso, però si è iniziato molto lentamente. Noi sappiamo che le Rive danno una garanzia di origine, perché in una Riva è garantita l’origine di quel suolo, di quel microclima, con quella resa, che non può essere come il resto dei Prosecco Superiore. Adesso siamo intorno a circa 5% del totale che viene rivendicato come Rive. Le Rive sono delle 43 e di queste sono 10 quelle più utilizzate in etichetta: quasi tutte, il 90% circa, vengono proposte come extra brut, così si sente veramente l’effetto del terroir. Questo elemento ci serve anche per cominciare ad andare ancora più nel dettaglio negli abbinamenti: quindi un extra brut delle rive di Feletti è un po’ più di complesso e rotondo, mentre le rive di Col San Martino, di Fara, di Colbertaldo hanno un po’più di acidità e un’espressione aromatica un po’ più intensa: vini diversi adatti a piatti diversi.
Credo molto nel loro futuro, tant’è che abbiamo un progetto, il VALORIVE, dove stiamo studiando nove Rive corrispondenti a nove diversi suoli. Qui arriviamo addirittura a mettere i sensori di temperatura dentro il grappolo per capire esattamente il microclima.
Ma nelle Rive ci sono pendenze importantissime e quindi si tratta di una viticoltura manuale con costi che arrivano a 18-19 mila euro a ettaro. Inoltre la manodopera è sempre più carente, e le innovazioni tecnologiche vanno bene in pianura ma non dove si arriva al 40% di pendenza. Nono stante tutto penso che le Rive siano la strada giusta da seguire.”
W. “A proposito di extra brut e brut: si nota uno spostamento dal punto di vista produttivo verso i vini sempre più secchi e meno dolci. E’ una scelta di fondo o una scelta dettata da esigenze di mercato ?”
D.T. “E’ il mercato che sta chiedendo sempre meno extra dry: fino a 7-8 anni fa l’extra dry era circa il 70% della nostra produzione perché era considerato il vino da celebrazione, il vino da evento, poco accostato al cibo. Con l’andare degli anni, sempre di più ci si rende conto che il Conegliano Valdobbiadene ha delle caratteristiche inaspettate: intanto una maggior longevità e non c’è bisogno di berlo nei 12 mesi, poi ha una complessità che sempre di più si riesce a sviluppare con un perfezionamento del metodo Martinotti. Oggi siamo al 50% di extra dry , poi abbiamo un 5%, ma anche meno, di dry, riservato spesso al Cartizze, ma non solo. L’altro 45% invece lo si divide tra brut ed extra brut. Il brut a mio personale avviso è forse l’espressione migliore perché ha proprio quel dosaggio equilibrato che ti permette di sentire la piacevolezza ma di non perdere il terroir.

W. “Non a caso la tipologia brut è quella più apprezzata dal pubblico”
D.T. “Dipende anche un po’ dai mercati: nel nord Europa si tende ancora ad andare verso l’Extra Dry, più si scende verso sud più l’Extra Brut e il Brut sono le versioni che piacciono di più.”
W. “La storia dei vini colfondo è una opportunità persa,un discorso chiuso?”
D.T. “No, un’opportunità persa no: ci sono delle cantine, non tantissime, ma ci sono delle cantine che ci credono. Credo faremo forse 300-400.000 bottiglie. Del resto era il vino della tradizione, no? Una volta era il vino che si faceva in casa e fino a quando non si è iniziato con il metodo Martinotti era l’unico modo per fare il prosecco. Comunque è un discorso molto aperto: personalmente non ci vedo un grandissimo futuro, ma chi si è affermato continuerà a restare sul mercato, probabilmente per tanto tempo.”
W. “Nel disciplinare non è prevista la chiusura con il tappo a corona e le pressioni devono rispettare alcuni parametri che difficilmente questi vini possono raggiungere. Non le sembra che il disciplinare debba essere attualizzato?
D.T. “Sono d’accordo, questa è una delle 4-5 modifiche al disciplinare cosiddette non unionali, cioè che non hanno bisogno dell’autorizzazione di Bruxelles, che si ha in mente di fare.
W. “Notavamo negli anni come il Cartizze da sempre la punta della piramide della qualità della denominazione, non riesca più ad esprimere uniformemente la qualità che ha sempre rappresentato. Quanto ha inciso il cambiamento climatico e cosa si può fare ?
D.T. “Condivido in pieno: gli ultimi vigneti ad essere vendemmiati sono quelli di Cartizze e con il cambiamento climatico si va in sovramaturazione. Io quest’anno ho visto delle uve che erano praticamente cotte. Bisogna prima di tutto anticipare la vendemmia. Adesso quando arriva dell’uva in sovramaturazione si perdono quegli aromi primari tipici come il floreale, la rosa, il biancospino. Bisogna vendemmiare prima, sono sicuro di questo. Quindi bisogna tradire la tradizione e anticipare a vendemmia.”

W. “Forse anche intervenire sulla gestione della superficie fogliare?
D.T. “Sì, questo si sta un po’ facendo un po’ dappertutto. Orami da tempo lasciamo più foglie e concimiamo meno per non avere troppa vigoria. La tecnica agronomica si sta un po’ adeguando. E ci sono due cose che mi piace mettere in evidenza: una che è talmente ben ambientata la glera in questo territorio che sta sopportando senza grossi problemi queste variazioni climatiche. La seconda è che stiamo lavorando per le vigne in modo da avere più capacità di trattenere l’acqua. Inoltre stiamo puntando su nuovi portainnesti e sulla selezione di vecchi ceppi che hanno dimostrato grandi doti di adattamento al cambiamento climatico.”
W. “Uno dei punti di discussione è sempre stato il problema dei trattamenti a ridosso dei centri abitati e delle abitazioni. Che cosa sta facendo il Consorzio ?”
D.T. “Era il vero nodo del conflitto sociale 15-20 anni fa, ma fortunatamente si è trovato un’accordo, si è creata una situazione di dialogo e soprattutto di fiducia reciproca. Il cittadino non vede più la viticoltura come prima, come una cosa che lo danneggia. il Consorzio dal 2012, per cui sono già 14 anni, propone il proprio bollettino di trattamenti, e da allora sono stati eliminati alcuni principi attivi dannosi. Il viticoltore ha cercato di capire che il cittadino o il turista vanno rispettati, per cui raramente si vedono trattamenti fatti il sabato o la domenica.
Siamo al 55% dei vigneti gestiti con SQNPI. (Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata è un marchio di qualità italiano che riconosce i prodotti agricoli ottenuti con tecniche rispettose dell’ambiente e della salute. n.d.r.). Si sta anche studiando varietà resistenti: abbiamo già due vigneti, dove proviamo quattro diversi tipi di varietà di glera resistente.”
W. “A fronte di un calo generalizzato delle vendite si aumenta la superficie vitata. Come si conciliano queste due cose e come sta affrontando il Consorzio questo momento difficile.”
D.T. “Questo è successo per la Doc, che ha aumentato la superficie di 3.000 ettari e non so per quale motivo l’abbiano incrementata. Noi comunque abbiamo avuto con il 2025, un’annata assolutamente favorevole. Abbiamo venduto circa 8 milioni in più di bottiglie, l’8% dal punto di vista percentuale. Qualcuno dice che è dovuto a dei grossi accordi commerciali e a una riduzione di prezzo, ma il nostro consiglio ai viticoltori è di non prestarsi a vendere a prezzi troppo bassi: non possiamo perdere la nostra dignità e non dobbiamo mai e poi mai giustificare la nostra qualità. Abbiamo dei costi agricoli elevati e se non possono essere remunerati non possiamo fare viticoltura. Sotto questo punto di vista è veramente un brutto momento perché sembra che lo sport più praticato sia quello di volere prezzi più bassi.”