Erano molti anni (per la precisione dieci) che non assaggiavamo i Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore e ci sembrava il momento giusto per farlo. Nel frattempo la denominazione si è evoluta, il mercato pure e quindi un’attenta e approfondita degustazione era doverosa. Così Pasquale Porcelli e Paolo Costantini hanno preso armi e bagagli e si sono trasferiti per quasi una settimana alla sede del Consorzio. Questo qua sotto è il resoconto degli assaggi, a cui seguirà domani un’intervista al direttore del Consorzio. Buona lettura!
L’annata 2025 è stata caratterizzata da un germogliamento precoce e un’estate equilibrata, che ha garantito ottima qualità aromatica e salute delle uve. Nonostante le piogge di fine agosto e alcuni episodi meteo critici a ridosso della vendemmia, il raccolto ha confermato un buon standard qualitativo, offrendo vini dalla spiccata freschezza, eleganza e gradazione alcolica contenuta. Non a caso la 2025 è considerata da molti tra le migliori dell’ultimo trentennio.

Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Brut e Brut
Confermato, ormai da qualche anno, il netto aumento produttivo delle tipologie Extra Brut, ma soprattutto Brut, a discapito delle tradizionali Dry ed Extra Dry. L’orientamento generalizzato è quello di produrre vini sempre più secchi che vadano incontro ai nuovi gusti dei consumatori. Le tipologie “dolci” sono così scese dal 70% al 50%, raggiungendo un sostanziale equilibrio con le categorie più secche. Un orientamento diffuso sia nei millesimati che nei senza annate e anche nelle Rive. Dal nostro punto di vista i 2025 (millesimati o meno, tanto è la stessa zuppa) di queste due categorie ci sono sembrati i più complessi e armonici, con punte di altissima qualità. Non per niente quasi tutti i Vino Top vengono da queste due categorie, in particolare 4 tra i Brut e 2 tra gli Extra brut. Forse ancora non tutti hanno “preso la mano” con gli Extra Brut ma siamo convinti che in capo a qualche anno raggiungeranno l’alta qualità media dei Brut. Crediamo comunque che per una DOCG come questa puntare meno sulla dolcezza e di più sulla complessità, ottenuta sia da uve migliori che da vinificazioni più “artigianali”, sia la sola strada da seguire per distinguersi realmente dalla massa di Prosecco della DOC
Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Dry e Dry
Le due tipologie pur con un significativo calo produttivo restano punti di riferimento in alcuni paesi del nord Europa, Germania e Gran Bretagna, legati a consumi ancora orientati verso tipologie più dolci. Difficile trovare qui espressioni equilibrate, dove l’alto dosaggio zuccherino livella ed omologa quasi sempre, quando non rende stucchevoli i vini . Quest’anno in particolare la calda estate ci ha consegnato in assaggio vini dal frutto molto maturo ma con evidenti tracce vegetali. Tra gli Extra Dry abbiamo comunque trovato diversi vini interessanti e non solo: non per niente l’ultimo dei Vino Top viene da questa categoria. Invece i Dry ci sono sembrati troppo schiacciati dagli zuccheri, con profili gustativi pesanti e aromi che non riescono nell’impresa di “tirare su” il vino.

Le Rive: una strada da seguire!
All’interno delle varie tipologie viste sopra si trovano Le Rive che poi sono le UGA di questo territorio. Sono ben 43, disseminate su 12 comuni e 31 frazioni e rappresentano la scommessa maggiore su cui punta buona parte dei produttori. Si affida alle Rive un ulteriore innalzamento e soprattutto differenziazione qualitativa. E’ innegabile che negli assaggi le Rive si presentano con uno scarto qualitativo evidente. Le coltivazione sui pendii tutte manuali anche nella raccolta, e non potrebbe essere differente visto che i vigneti normalmente hanno pendenze tra 50 e 60 % e raggiungono anche il 70%.
Coltivazione “eroica” che si traduce in finezza olfattiva e nelle annate più favorevoli, questa tra quelle, con ampi apporti floreali ed un palato a volte venato da note “minerali”, equilibrato e di buona lunghezza. Sull’equilibrio gustativo bisogna aggiungere che a dosaggi più secchi il rischio di derive amarognole è fortemente presente, ed è proprio per questo che sicuramente, da questo punto di vista, i Brut sono la tipologia che riesce a coniugare nelle stesso tempo, struttura, equilibrio e piacevolezza. In definitiva sono le Rive a fare la differenza e, per noi, a farla sempre più in futuro.
Cartizze: una strada da rifare?
Un antico detto dei viticoltori recita che “il Cartizze si vendemmia quando le foglie diventano gialle”. I 107 ettari di vigneti che compongono la collina del Cartizze sono prevalentemente orientati a sud e la raccolta vendemmiale si effettuava a fine agosto, prima settimana di settembre. La sua esposizione, unitamente alla qualità dei terreni (strati di argilla e marna) ventilazione ed escursioni termiche notturne, permettevano una raccolta che garantiva, pur in presenza di una maturazione prolungata, complessità aromatica e freschezza acida, quest’ultima fondamentale per controbilanciare l’accumulo zuccherino.
Questo era quello che succedeva in passato: oggi il cambiamento climatico sta trasformando l’esposizione a sud (storico punto di forza) in una delle sfide agronomiche più delicate e complesse per i viticoltori. Se una volta l’esposizione a sud era una garanzia di qualità, oggi pone grossi problemi richiedendo strategie di adattamento mirate. Fondamentale la ricerca e le raccomandazioni del Consorzio, così come evidenziati nel recente convegno che ha avuto come tema: “Il vigneto e il clima che cambia. Azioni di contrasto alle avversità climatiche per il Conegliano Valdobbiadene Prosecco”

La ricerca ha evidenziato come la gestione del suolo a partire dall’aumento di sostanze organiche, per trattenere più acqua, sia fondamentale, al pari della realizzazione di microinvasi, gestione diversa della chioma, ma anche saper scegliere portainnesti più performanti.
Tra gli impatti climatici già misurabili c’è l’accorciamento del ciclo fenologico di 13-16 giorni con il conseguente anticipo della vendemmia e la maturazione che quindi avviene in piena estate, consegnandoci nuovi profili aromatici, sempre più orientati sui toni di frutta matura, esotica e leggermente speziata. Quest’anno, per quello che abbiamo assaggiato, il quadro non è per niete esaltante. Spesso il frutto si presentava di maturazione eccessivi, vicino alla confettura, con al palato zuccheri poco bilanciati dall’acidità. Un quadro stanco in generale, anche se con qualche eccezione.
In conclusione
Un consorzio così grande (siamo oltre i 100 milioni di bottiglie, la più grande DOCG italiana assieme al Chianti DOCG) non può cambiare veste dall’oggi al domani. La strada intrapresa da tempo sia verso le Rive che soprattutto verso Brut e Extra Brut è segno indubbio di cambiamento mirato verso un mercato di maggiore qualità senza abbandonare le strade percorse in passato. Queste sono ancora battute dai Dry e dagli Extra Dry, che comunque garantiscono una continuità ad un mercato che ama tenori zuccherini più alti. Il discorso invece per il Cartizze dovrebbe veder intervenire il consorzio in maniera più decisa con il proprio personale tecnico, facendo capire che occorre una sterzata netta per mantenere questo vino al passo con i tempi. Chiudiamo con due annotazioni per i vini sui lieviti: tipologia creata da qualche anno per contrastare il successo dei vari “Colfondo”. Ci sembrano vini nati senza che i produttori ci puntino realmente, giusto per accontentare piccole fette di mercato.