Brisighella: Progetto Brix alla terza vendemmia. Si può parlare di uno “stile” per l’Albana?7 min read

Archiviata con (come si usa dire) grande partecipazione di pubblico e di stampa specializzata la terza edizione del progetto Brix, marchio collettivo scelto dai produttori dell’associazione per identificare la loro idea di Albana.

L’appuntamento, il quarto della rassegna Brisighella in Bianco, quest’anno intitolato “Pietra e Argilla: l’impronta della denominazione”, si è svolto sabato 29 agosto al Convento Emiliani di Fognano di Brisighella.

C’è solo da augurarsi che il luogo scelto per l’evento non venga mai cambiato: lunga vita dunque a queste coraggiose suore, uno degli ultimi baluardi di una fede tollerante e al servizio della comunità. La giornata si è articolata in tre momenti: la mattina, riservata alla stampa e agli addetti ai lavori, con la presentazione di Federica Randazzo dedicata all’annata 2024 stile Brix, il tardo pomeriggio la masterclass di Giuseppe Carrus “Due territori, due identità: l’Albana di Brisighella incontra il Collio Bianco da uve autoctone”, e infine in serata il walk around tasting aperto al pubblico, con tutte le 19 cantine dell’associazione a raccontare le proprie etichette. Preciso che al walk around tasting, come di consueto, non ho partecipato.

A tre anni dalla nascita dell’associazione Brisighella, Anima dei Tre Colli, i produttori del comune romagnolo si sono nuovamente ritrovati per offrire al pubblico e alla stampa lo stato attuale del Progetto Brix che, ricordiamolo, punta a definire un’identità comune per l’Albana coltivata sul territorio. “Con la vendemmia 2024 siamo quasi alla quinta annata dei Brix e a tre anni dalla nascita dell’associazione, costituitasi informalmente nella primavera del 2022: i tempi sono maturi per chiederci se possiamo iniziare a parlare di uno stile”, ha spiegato Federica Randazzo, la relatrice che ha guidato la giornata, sottolineando come l’obiettivo non sia l’omologazione ma una “grammatica comune” capace però di raccontare storie diverse.

Un territorio, tre anime e un piccolo ripasso

Prima però un piccolo ripasso che credo possa servire. Brisighella conta circa 200 ettari vitati ad Albana, il 20% del totale coltivato in Romagna, una superficie fortemente ridotta rispetto agli ettari storici ma concentrata nelle zone di maggiore vocazione. Il territorio è stato suddiviso in tre aree pedologiche, identificate simbolicamente con altrettanti monumenti del paese: la zona delle sabbie gialle (Torre dell’Orologio), quella dei gessi (la Rocca) e quella delle marne e arenarie, in quota verso l’Appennino, dove ci si attende maggiore eleganza a scapito della potenza. Ci aiuta a capire la conformazione del territorio anche la carta geologica realizzata dall’associazione e a disposizione anche in formato digitale.

Il Progetto Brix non ha valore legale — è un marchio volontario — ma impone paletti più stretti della DOCG Romagna Albana: gradazione alcolica non superiore ai 14°, macerazione sulle bucce entro le 24 ore, residuo zuccherino massimo di 3 grammi/litro, affinamento in legno per almeno sei mesi e uscita sul mercato non prima di due anni dalla vendemmia. Anche il prezzo è regolato da un minimo condiviso, 16 euro, con molte etichette che si attestano tra i 25 e i 27 euro — una scelta definita “una provocazione culturale” per affermare il valore del lavoro in vigna.

Resta aperto, invece, il fronte delle chiusure: dopo alcuni casi di ossidazione imputabili al tappo monopezzo, quest’anno l’associazione ha concesso una deroga per l’uso del tappo a vite, segno di un dibattito interno ancora vivo.

Un vitigno “identitario” ma plurale

Federica Randazzo ha inquadrato il senso del progetto anche a partire da un paradosso: l’Albana è fortemente identitaria — è il baricentro bianco della viticoltura romagnola, pur non essendo la varietà a bacca bianca più coltivata — ma è al tempo stesso stilisticamente plurale, capace di declinarsi secca, amabile, dolce o passita, vinificata in acciaio, cemento, anfora o legno.

Federica Randazzo durante la degustazione

Brix, in questo senso, “sceglie che cosa far dire all’Albana”: rispetto al disciplinare della DOCG Romagna Albana. Il protocollo dell’associazione è un regolamento privato, legato all’uso del marchio, che di fatto riduce drasticamente questa versatilità a un’unica interpretazione: vino fermo, secco, vinificato in bianco e destinato a un affinamento lungo. Se la DOCG tutela un’origine, ha sintetizzato la relatrice, Brix costruisce una proposta stilistica e commerciale interna a quell’origine. Bene dunque fanno i brisighellesi a cercare una propria identità sull’Albana — anche oltre il Brix — per distinguersi da quelle prodotte nell’imolese, nel bertinorese e nel cesenate.

I vini in degustazione

Al centro dell’incontro, l’assaggio di alcune etichette 2024 di diversi produttori dell’associazione — e qui si apre il piccolo cahier de doléances della giornata. Su 19 aziende aderenti, solo 11 hanno effettivamente prodotto un Brix nell’annata 2024 (produzione di circa 700 bottiglie a testa): un primo scarto che dice qualcosa sulla tenuta del progetto, al netto dell’adesione formale.

Di queste 11 etichette, poi, solo sei sono state selezionate da Federica Randazzo per la degustazione riservata alla stampa della mattina. Una scelta editoriale legittima — ogni curatela implica una selezione — ma che lascia comunque una domanda aperta: quanto pesano, nel restringere ulteriormente il campo da 11 a sei, ragioni di rappresentatività dello stile e quanto invece un’autocensura a monte, con alcuni produttori che preferiscono non esporre al confronto pubblico vini che sentono meno maturi rispetto allo stile che l’associazione si è data?

Lo scarto tra vini fatti e vini mostrati alla stampa meriterebbe di essere raccontato, non solo notato a margine. Una lacuna probabilmente compensata dal walk around tasting del pomeriggio,  indirizzato però a un pubblico più vasto e, considerata la temperatura esterna, l’età avanzata del sottoscritto, il lauto pranzo cucinato dalle suore, ho preferito eclissarmi come la luna dell’altro ieri.

Tra le etichette assaggiate, Fondo San Giuseppe, Poggio della Dogana, Gallegati, Tenuta Uccellina, La Collina e Vigne dei Boschi — e una mini-verticale dedicata al Monterè Brix di Vigne dei Boschi e al Corallo Oro Brix di Gallegati, che ha ripercorso le tre annate 2022-2023-2024. Sul Monterè Brix va annotato che dalla 2022, prima vendemmia ufficiale del progetto (uve da viti di 41 anni su vecchi biotipi, 100% legno nuovo), si passa alle due annate più recenti, prodotte con uve di un nuovo vigneto — esposizione nord, 19 anni, biotipo cosiddetto “verde” — decantate in vasca, fermentate spontaneamente e affinate circa un anno in barrique, per metà nuove e metà usate. Un confronto che ha permesso di leggere in filigrana il passaggio dal vigneto storico a quello più giovane, e con esso l’evoluzione dello stile del progetto negli anni.

Ora, affermare se esista o no uno stile Brix per l’Albana, presuppone chiedere un atto di fede a un laico. Sono più propenso a credere che esistano più stili brisighellesi, confermati anche dalle tre aree geologiche individuate (ma non al netto della mano del produttore) e soprattutto che esista uno stile “Homo Brisighellensis“: non tanto un sapore riconoscibile nel bicchiere, quanto un modo di stare insieme sul territorio — la scelta, tutt’altro che scontata in un mondo del vino spesso individualista, di sedersi allo stesso tavolo, darsi delle regole comuni e accettare di essere giudicati anche nel confronto reciproco. È una forma di comunità prima che uno stile enologico: la vera scommessa di Brix non è tanto rendere l’Albana di Brisighella riconoscibile a un cieco, quanto dimostrare che diciannove aziende, spesso in concorrenza tra loro sullo stesso mercato, possano lavorare a un progetto collettivo di lungo respiro senza smarrire ciascuna la propria identità. Ed è forse proprio questa capacità di aggregazione, più che la grammatica del vino, il vero terroir che Brisighella sta imparando a coltivare.

Il sostegno della Regione

Alla giornata ha partecipato anche una rappresentante della Regione Emilia-Romagna, che ha sottolineato il valore del progetto come esempio di autofinanziamento e collaborazione tra produttori in un momento difficile per il comparto agricolo. Il finanziamento regionale, hanno ricordato gli organizzatori, è stato determinante per sostenere le attività dell’associazione, che oggi conta 19 aziende aderenti.

L’evento è stato reso possibile anche grazie al sostegno di Gruppo Saida, BCC Ravennate Forlivese e Imolese, AIS Romagna e del Comune di Brisighella, oltre al finanziamento del Programma di Sviluppo Rurale Emilia-Romagna 2023-27, cofinanziato dall’Unione Europea.

Giovanni Solaroli

Ho iniziato ad interessarmi di vino 4 eoni fa, più per spirito di ribellione che per autentico interesse. A quei tempi, come in tutte le famiglie proletarie, anche nella nostra tavola non mancava mai il bottiglione di vino. Con il medesimo contenuto, poi ci si condiva anche l’onnipresente insalata. Ho dunque vissuto la stagione dello “spunto acetico” che in casa si spacciava per robustezza di carattere. Un ventennio fa decisi di dotarmi di una base più solida su cui appoggiare le future conoscenze, e iniziai il percorso AIS alla cui ultima tappa, quella di relatore, sono arrivato recentemente. Qualche annetto addietro ho incontrato il gruppo di Winesurf, oggi amici irrinunciabili. Ma ho anche dei “tituli”: giornalista, componente delle commissioni per la doc e docg, referente per la Guida VITAE, molto utili per i biglietti da visita. Beh, più o meno ho detto tutto e se ho dimenticato qualcosa è certamente l’effetto del vino.


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