Terraelectae, ovvero ottimi vini  nel Chianti Rufina5 min read

Se un giorno qualcuno volesse scrivere un giallo ambientato sulle meravigliose colline della Rufina potrebbe intitolarlo , parafrasando  Agatha Christie, “Dieci piccoli viticoltori”.

La trama, ispirata a fatti reali,  la fornisco io e potrebbe essere più o meno questa: quando il Consorzio X  decide di usare lo stesso nome per un vino che il Consorzio Y aveva per primo creato e pubblicizzato, i dieci piccoli viticoltori della  Rufina si trovano ad un bivio: seguire la strada scelta dal Consorzio X oppure cercarne una propria?

Villa di Poggio Reale a Rufina

Decidono per la seconda opzione e qui iniziano i problemi sia perché il Consorzio X non è proprio felice della scelta, sia perché la burocrazia italica e europea mette lacci e laccioli difficilmente superabili.

Così la strada che porta i dieci piccoli viticoltori a creare un loro marchio  è lastricata dei cadaveri dei loro fegati, troppo provati  da stressanti dimostrazioni di pazienza, dei loro polmoni, caduti esausti dal troppo cercar di spiegare  giuste ragioni e last but not least, anche, in parte, dal cadavere della lingua italiana.

Ma questa storia, al contrario dei gialli della grande scrittrice inglese,  ha una  fine lieta e piacevole: l’abbiamo  scoperto il 23 settembre, quando i dieci piccoli viticoltori , alias produttori del Chianti Rufina (che dieci non sono ma venti) hanno presentato a noi di ASET il progetto Terrælectae, cioè un vino che è un Chianti Rufina Riserva ma  si posiziona de facto sopra a questa tipologia,  che nasce da singolo vigneto aziendale ed è fatto dal 100% di sangiovese.

Il Presidente ASET Leonardo Tozzi assieme ai responsabile del consorzio e al sindaco di Rufina

Praticamente il modo di intendere e proporre il concetto di Gran Selezione da parte dei produttori del Chianti Rufina.

Hanno presentato il progetto alla Villa di Poggio Reale a Rufina, affiancandolo con una piacevolissima degustazione dei primi nove  vini che possono vantarsi di questo marchio, tutti dell’annata 2018.

Un progetto che per i venti produttori del Consorzio Chianti Rufina diventa fondamentale per innalzare il livello percepito dei loro vini, grazie ad una punta di indubbio valore che può confrontarsi con qualsiasi grande rosso da invecchiamento italiano e mostrare altresì caratteri di unicità territoriali spiccati.

Lo anno dimostrato i nove  vini in assaggio, senza dubbio dotati  di corpo e potenza ma anche evidenziando logiche differenze e unicità dovute alle altezze , alle esposizioni e ai terreni dei rispettivi vigneti.

I nove Terraelectae degustati

Infatti mano a mano che si dipanava la degustazione, oltre  a constatare la qualità media molto alta dei vini, due cose mi hanno colpito: da una parte le notevoli diversità tra vino e vino, segno che ogni produttore declina al meglio ciò che ha e non cerca di ispirarsi a un’idea di vino  che  riuscirebbe solo ad “annacquare” il progetto. Dall’altra ho notato l’assenza (in parte) di quella freschezza che in passato ha sempre contraddistinto i Chianti Rufina: ragionandoci sopra però dall’annata 2018 non ci si poteva certo aspettare austerità e acidità alte e quindi alla fine questa “mancanza” gioca a favore dei produttori, che non hanno cercato di estorcere dai vini caratteristiche che, nel 2018, difficilmente potevano avere.

I Chianti Rufina Riserva Terraelectae  sono buoni ma pochi, in quanto in diversi casi si parla di qualche centinaio di bottiglie, che sicuramente cresceranno nei prossimi anni. Del resto alla Rufina, con nemmeno 750 ettari di vigna si producono quasi 3 milioni di bottiglie  e quindi è logico aspettarsi una produzione molto limitata per il top di gamma, con prezzi che si posizionano in enoteca tra i 35 e i 45 euro. Tra l’altro è interessante notare che ogni produttore della Rufina che aderirà al progetto potrà mettere in commercio un solo vino ad annata con quel marchio e questo, oltre a lasciare maggior spazio al Chianti Rufina Riserva, depone a favore dell’unicità dei vini che entreranno in commercio.

Rufina, panorama.

Il consiglio futuro  è di aspettare con attenzione i terraelectae  2019, figli di una vendemmia (se la grandine non c’ha messo lo zampino) nettamente superiore alla 2018.

Prima ho parlato della morte della lingua italiana: in effetti il termine Terraelectae, mutuato da latino, mi convince molto poco, perché non sarà facile, per chi non ha una minima infarinatura latina, pronunciarlo correttamente. Capisco che sono un vecchio brontolone e  che la scelta del nome è dovuta passare tra i mille lacci e lacciuoli della burocrazia, però continua a sembrarmi di “difficile digestione”.

Se il nome non è un granché  per fortuna i vini sono buoni e questa è la cosa, alla fine, più importante.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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