Stampa estera a portata di clic: Decanter vol 45, n. 76 min read

Quattro Bordeaux blends su campo rosso annunciano la degustazione che apre la rivista di questo mese, dedicata appunto ai migliori vini di taglio bordolese del “resto del mondo”. Gli altri titoli di questo numero molto globalista, dopo quello dedicato ai vini iberici e che precede lo speciale Italia di maggio: Chardonnay del Sud America, Corbières, Barolo 2006, Zinfandel californiani, ultime annate della Romanée-Conti, guida al Peloponneso per i wine lovers. E poi c’è il supplemento “sponsorizzato” dedicato ai vini del Sud America, con Argentina, Cile e Uruguay protagonisti. Molta carne a cuocere, dunque, ma per evitare gli eccessi ci limiteremo a spigolare gli articoli principali, limitandoci a dare un cenno veloce degli altri.

Cominciamo con la selezione dei 45 migliori Bordeaux blends del mondo, che apre questo numero, lasciandoci alle spalle le notizie e le rubriche introduttive, non senza segnalare la preoccupata nota del columnist Andrew Jefford, che vive da anni nella Languedoc, sui devastanti incendi che hanno recentemente distrutto quasi sei milioni di ettari di vigna in Australia: a correre lo stesso rischio, nei prossimi anni, teme, saranno molte regioni dell’area mediterranea , oltre a California (già pesantemente colpita), Sud Africa e vaste zone di Cile e Argentina.

Ci sono quattro vini bolgheresi tra i 45 migliori rossi da varietà bordolesi  del mondo, e due sono tra i primi dieci (il Sondraia di Poggio al Tesoro al vertice con altri cinque a 95 punti e l’Arnione di Campo alla Sughera, nel gruppo dei secondi  un solo punto al di sotto). A maramaldeggiare in questa graduatoria è però il Sud Africa, e in particolare Stellenbosch, che piazza una quindicina di vini, tra cui tre nei primi dieci. L’Italia  è presente in questo numero con il Panel Tasting dedicato ai Barolo dell’annata 2006, un’”esplorazione” del nuovo vino abruzzese e una degustazione  di vini dell’Alto Adige nella sezione dedicata all’ “Expert Choice”.

Ci soffermeremo un po’ di più sul Barolo. Ad assaggiarli sono stati Stephen Brook, Nicholas Clerc e Aldo Fiordelli. La 2006 è stata un’annata controversa, una via di mezzo tra uno stile più estrattivo e uno più balanced. La maggior parte dei vini degustati (29) è ormai al suo top, anche se alcuni sembrano poter avere il potenziale per un aging più prolungato. Più difficili da comprendere sono state, per i giudici, le riserve, che  in alcuni casi  sono apparse tali solo perché immesse sul mercato più tardi. Nessun vino è risultato “exceptional”, riportando cioè 98/100 o più, ma un nutrito gruppo (6) ha raggiunto o superato la soglia dei vini “outstanding”, i 95 punti: la riserva Monvigliero del Castello di Verduno ha ottenuto lo score più alto, con 97/100.

Dell’Abruzzo scrive Susan Hulme, in un articolo nel quale si parla naturalmente delle sue varietà più conosciute (il Trebbiano di Valentini, con i suoi 98/100, e i Montepulciano di Emidio Pepe, 95, sono quelli che hanno ottenuto i punteggi più alti), ma sottolineando il crescente interesse per le varietà minori, oggi più frequentemente vinificate in purezza: il Pecorino (92/100 a quello di Tiberio), e la Cococciola, oltre naturalmente ai sapidi Cerasuolo.  I vini dell’Alto Adige, soprattutto i suoi bianchi varietali (98/100 al Gewűrztraminer Spãtlese Epokale 2013 di Tramin , che ha ottenuto il punteggio più alto della degustazione) sono scelti  dall’”esperto” Michael Garner, mentre tra i rossi spiccano il Pinot nero di Gottardi 2016 (97) e il Cabernet riserva Mumelter della Cantina di Bolzano dello stesso anno (96).

Tra le altre regioni d’Europa , la Francia è presente con il report sull’annata 2018 nel Rodano settentrionale (un’annata complicata, con una primavera calda e piovosa, durante la quale si é scatenata la peronospora, e poi da un’estate torrida e secca), valutata 4 bottiglie su 5 (come le due che l’hanno preceduta) da Decanter,  il Panel Tasting sui rossi di Corbières, un profilo di Alain Brumont, star del Sud-Ouest francese (Domaine de Montus e Domaine Bouscassé a Madiran) e  l’assaggio dei grands crus rossi  del Domaine de la Romanée-Conti del 2018.

A presentare la degustazione dei Corbières, appellation emblematica della “nuova” Languedoc, è Andrew Jefford. A Corbières sono  circa 10.500 ettari di vigna e oltre 1.200 produttori, oltre a  23 intraprendenti cooperative. Quella del 2018  è stata un’annata molto positiva, anche se complicata, nell’area più vicina a Narbonne, da una serie di temporali autunnali. Segue a un 2017 con una raccolta ridotta dalle gelate di primavera e alla secchissima annata 2016 (la più secca dal 1944) nella quale le vigne più in alto hanno dato risultati eccellenti.

La degustazione ha messo in evidenza tre vini “outstanding”, con al vertice la cuvée Les Hauts de Castelmaure 2018 dell’ottima cooperativa di Embres et Castelmaure (95/100), che colloca anche un altro suo vino nella classifica dei migliori. Stephen Brook presenta in un altro servizio i migliori châteaux del Médoc, l’appellation régionale climaticamente meno favorita della Left Bank bordolese.  Situata prevalentemente nella zona più settentrionale, è la più fresca  di tutte e può avvalersi di condizioni leggermente migliori solo nella porzione più vicina all’estuario. In quest’area del bordolese il riscaldamento climatico è stato senz’altro il benvenuto.

Il Médoc non ha alcun cru riconosciuto dal classement del 1855, ma solo alcuni buoni crus bourgeois. Rollan de By (93/100), Potensac (92), Tour Haut-Caussan, Les Ormes Sorbet, d’Escurac e Loudenne  (91) sono stati gli assaggi migliori.

Giusto un cenno sull’assaggio dei vini della DRC del 2017 e dell’atipica annata 2018 borgognona: un’annata molto solare, caratterizzata da rese più generose di quelle degli ultimi anni. Il privilegiato che ne riferisce è Tim Atkin,  che ha potuto gustarli nella sede dell’importatore inglese Cornet & Barrow’s, in prossimità del  Tower Bridge nel centro di Londra. Giusto per la cronaca: 98/100 per La Tâche 2017 e il Romanée-Conti 2018, 97 per il Romanée-St. Vivant, 96 per il Richebourg , il Grands Échezeaux e un brillantissimo  Corton 2017.

A parte l’itinerario nel Peloponneso e un breve articolo di Ann Krebiehl sulla rinascita dei sekt (gli spumanti) tedeschi, il resto (supplemento Sud America a parte) è tutto per il Nuovo Mondo: oltre agli Chardonnay del Sud America sotto le 20 sterline, degustati e presentati da Peter Richards e all’incontro con il Domaine Nicolas-Jay, di Jean-Nicolas Méo (del Domaine Méo-Camuzet in Côte d’Or) e Jay Boberg, con proprietà a Bishop Creek nella Williamette Valley , l’articolo più interessante riguarda gli zinfandel americani, che hanno superato la fase dell’imitazione degli stili bordolesi per cercare, sia nelle cuvées in purezza che in quelle di assemblage, una dimensione propria . A parlarne è  Jeff Cox, che ha anche scelto quelli a suo giudizio più interessanti.

Lo zinfandel si trova un po’ dappertutto dando buoni risultati, ma tra le aree più favorite è certamente quella della Dry Creek Valley (94/100 per lo Zinfandel 2016 di Nalle e 93 per il Cortina Zinfandel della famiglia Seghesio), ma anche nella Sonoma Valley brillano  Ridge col suo Zinfandel di Pagani Ranch 17 (94/100) , Bucklin Old Hill Ranch , con  l’Ancient Field Blend, e l’Heritage di Bedrock (tutti con  93). La star però è a Paso Roble: lo zinfandel della Ueberroth Vineyard di Turley, che ha spuntato 96/100. Completano il fascicolo le news, le lettere dei lettori, i commenti dei columnists, e le varie rubriche: i quesiti  tecnici , lo  sguardo al mercato dei vini collectible, le pagine del Fine Wine World di Spurrier e i Weekday wines. Infine la leggenda del Pinotage Lauzerac Stellenbosch 1959. Oltre a quello sul  Peloponneso, un altro itinerario per i wine lovers è dedicato a  Christchurch in Nuova Zelanda.

Il supplemento monografico sui vini del Sud America, introdotto da Tim Atkins, con i contributi di Patricio Tapia, sudamericanista di Decanter, Alejandro Iglesias e altri: un panorama delle nuove tendenze, le migliori 25  bottiglie argentine e le 20 cilene, i nuclei monotematici su Argentina, Cile e Uruguay, viticultura sostenibile ed “estrema”.

Guglielmo Bellelli

Nella mia prima vita (fino a pochi anni fa) sono stato professore universitario di Psicologia. Va da sé: il vino mi è sempre piaciuto, e i viaggi fatti per motivi di studio e lavoro mi hanno messo in contatto anche con mondi enologici diversi. Ora, nella mia seconda vita (mi augurerei altrettanto lunga) scrivo di vino per condividere le mie esperienze con chi ha la mia stessa passione. Confesso che il piacere sensoriale (pur grande) che provo bevendo una grande bottiglia è enormemente amplificato dalla conoscenza della storia (magari anche una leggenda) che ne spiega le origini.


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