Per festeggiare i 15 anni di Winesurf ecco il vino resiliente5 min read

 

Casomai ce ne fosse stato bisogno, recentemente abbiamo avuto la conferma che il 2020 è stato un anno difficile anche per il settore vinicolo. L’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV) recentemente ha reso nota una serie di dati, il più evidente dei quali è infatti un calo generalizzato del consumo di vino a livello mondiale del 3%,  toccando il livello minimo dal 2002 . Qualcuno dirà che poteva andare peggio, e già qui siamo di fronte ad un chiaro esempio di  resilienza – un termine fin troppo abusato di questi tempi – ovvero la capacità di far fronte a fenomeni avversi.

Ha retto il settore nel suo complesso anche se occorre segnalare delle particolarità che hanno caratterizzato l’annus horribilis: anzitutto il deciso calo del consumo in Cina (-17%), e parallelamente della produzione (-16%), fatto questo ampiamente prevedibile, sappiamo bene come soprattutto nella prima metà dell’anno 2020 i cinesi avessero altro a cui pensare. La situazione è pesante anche negli Stati Uniti dove si è registrato un calo della produzione vinicola dell’11% rispetto al 2019.

L’OIV in un suo comunicato stampa ricorda le cause principali di questa situazione, anche se sostanzialmente già ben conosciute e dibattute. Anzitutto vengono evidenziati i comportamenti di consumo eterogenei nei diversi paesi, legati a fattori quali le abitudini nazionali di consumo del vino e la durata e la severità delle misure di lockdown e delle politiche ad esso associate, quali i divieti di vendita, e la vocazione turistica del paese, essendo direttamente associata al consumo di vino ivi prodotto.

C’è poi il cambiamento del canale di distribuzione: la chiusura totale o parziale del canale Ho.Re.Ca. (acronimo di HOtellerie-REstaurant-CAfé o Catering) ha prodotto una caduta del valore delle vendite solo in parte compensata dall’aumento nei canali e-commerce e dalla grande distribuzione.

L’OIV segnala inoltre che i vini premium (i più prestigiosi) sono quelli che hanno maggiormente sofferto delle chiusure dei ristoranti e delle sale di degustazione, mentre i grandi produttori, che detengono il canale off-premise (che sta a significare il consumo al di fuori del luogo di acquisto del vino) esono ben inseriti nella grande distribuzione, hanno ottenuto buoni risultati.

Da ricordare che ad eccezione del prosecco, il vino spumante è la categoria di vini maggiormente colpita nel 2020. Al contrario, le vendite di vino bag-in-box prevalentemente dedicate al consumo domestico sono cresciute notevolmente, sebbene il loro volume complessivo si mantenga basso.

Infine è necessario ricordare le difficoltà dovute ai cambiamenti degli schemi del commercio mondiale dovuti alla combinazione delle previsioni di contrazione della domanda globale a causa del Covid-19 e all’imposizione di nuove barriere al commercio (si pensi ai dazi ritorsivi inseriti da Trump per le importazioni negli Stati Uniti).

Ma ci sono anche delle sorprese positive, le ritroviamo nel cosiddetto “dinamismo europeo”, che poi è riferito essenzialmente a Francia, Italia e Spagna, dove quest’ultima si conferma il paese con la migliore performance con un aumento della produzione (favorita anche dal clima) del 21%, e comunque il trio rappresenta il 53% della produzione mondiale. Un trio che non si limita a produrre ed esportare il vino, ma anche a berlo (con l’Italia in deciso aumento). Qui sotto sono riportati i consumi di vino suddivisi per nazione e come si vede italiani e francesi sono in testa alla classifica.

 

Guardando questa cartina viene malignamente spontaneo il collegamento con la notizia di questi giorni per cui la UE autorizzerebbe l’avvio di una produzione di vino analcolico, subito battezzato “annacquato”. La proposta scaturirebbe da alcuni paesi del Nord Europa dove le bevande analcoliche sono sempre più diffuse, soprattutto per via delle preoccupazioni su dieta e salute in generale. Proposta che sarebbe sostenuta anche dai produttori europei medio-grandi, desiderosi di accedere agli enormi mercati di paesi a maggioranza musulmana, rappresentati in grigio nella nostra cartina, come Arabia Saudita e Indonesia, dove il consumo di alcolici – e quindi dei vini europei – è bandito o estremamente ridotto.

Preso atto comunque del contesto che si è venuto a creare con la pandemia, per gli imprenditori vinicoli è d’obbligo guardare al futuro e disegnare nuove strategie. Da un’indagine Nomisma su un campione significativo di imprese del settore sono emerse interessanti proposte per gli scenari futuri. Fra queste segnaliamo:

Wine Club fondati sull’economia delle relazioni, pensati per condividere enopassioni e inviare ai soci prodotti ad personam; piattaforme di e-commerce, potenziamento dei servizi di delivery, vendite multicanale. E tanta condivisione delle wine experience, rigorosamente online e segmentate per target.

L’indagine Nomisma ritrae un settore (e non è certo il solo) che ha vissuto il 2020 come uno spartiacque, dove in pochi mesi sono state spazzate via decenni di certezze.

Il futuro prossimo sarà fatto di “socialità a distanza”, non tanto nella presenza sui social (già attiva nella quasi totalità delle imprese), quanto nella necessità di attivare sempre più strumenti crossmediali, di intensificare il rapporto diretto, di prestare maggiori servizi all’utente e di profilare un pubblico di consumatori da fidelizzare negli anni. Per fare degli esempi, nel 2019 i wine club erano uno strumento di nicchia (11% del panel), mentre tra qualche mese la quota salirà al 57%. Lo stesso vale per le degustazioni a distanza, professionali e non, che passeranno dal 16% all’84%.

Quasi un plebiscito c’è stato poi per la vendita diretta attraverso l’attivazione di un canale e-commerce che secondo previsioni attendibili passerà dal 55% all’87%.

Insomma in giro c’è una discreta dose di ottimismo o comunque voglia di andare avanti e la capacità di adattarsi al nuovo contesto sarà determinante. Anche questa è resilienza.

Fabrizio Calastri

Nomen omen: mi occupo di vino per rispetto delle tradizioni di famiglia. La calastra è infatti la trave di sostegno per la fila delle botti o anche il tavolone che si mette sopra la vinaccia nel torchio o nella pressa e su cui preme la vite. E per mantener fede al nome che si sono guadagnato i miei antenati, nei miei oltre sessant’anni di vita più di quaranta (salvo qualche intervallo per far respirare il fegato) li ho passati prestando particolare attenzione al mondo del vino e dell’enogastronomia, anche se dal punto di vista professionale mi occupo di tutt’altro. Dopo qualche sodalizio enoico post-adolescenziale, nel 1988 ho dato vita alla Condotta Arcigola Slow Food di Volterra della quale sono stato il fiduciario per circa vent’anni. L’approdo a winesurf è stato assolutamente indolore.


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