Li chiamavano “Campi ardenti” e Goethe li descrisse come terra di “macerie d’inconcepibile opulenza, smozzicate, sinistre; acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo” e ancora “sotto il cielo più puro… il terreno più infido”
Oggi, molte cose sono cambiate e nel “terreno più infido” dei Campi Flegrei nascono forse i vini più puri della Campania, quelli che in modo indiscutibile raccontano due vitigni spesso sottovalutati, la falanghina e il piedirosso.

Mentre con Vincenzo di Meo siamo in auto e andiamo verso La Sibilla, cantina che si trova nel cuore dei Campi Flegrei, di infido trovo soltanto il traffico, che in pochi minuti può passare dallo “scorrevole andante” al “bloccato costante”, specie se è una domenica di sole come questa.
Ma anche lui ci lascia tranquilli e arriviamo in una delle aziende con le vigne più panoramiche che conosca, vigneti che affondano le radici in un terreno sabbioso e vulcanico, però affacciato sul mare. Mare a destra e mare a sinistra mentre giriamo per le vigne con sopra quel cielo puro e a fianco quel mare azzurro che ti fa venire voglia di buttarti, anche se l’acqua sarà alla stessa temperatura di servizio delle Falanghina che, molto più intelligentemente, andiamo a degustare.

Vincenzo, che insieme a tutta la famiglia (padre, madre, due fratelli) porta avanti l’azienda è enologo e rivendica con fermezza il suo titolo: “Il vino si fa per il 70% in vigna e per il 30% in cantina e a quel 30% ci penso io”. In tempi in cui pare che il vino nasca da solo e meno fai in cantina meglio è questa affermazione è, per fortuna, controcorrente, anche perché i suoi/loro prodotti sono controcorrente, nel senso che toccano due punti cari ai grandi vini ma difficili da ottenere: essere buoni subito e meglio dopo anni. Questo se lo dici di un Barolo o di un Fiano di Avellino non fa scalpore, ma quando ti trovi davanti a falanghina e piedirosso, per definizione (sbagliata) vini da bere giovani, fa un certo effetto.
Ma l’effetto lascia spazio alla sorpresa quando, dopo aver assaggiato annate giovani come la 2025 (appena imbottigliata) e la 2024 ti avventuri 13 anni indietro con la CRUna DeLago 2013, una falanghina in purezza da vigne vecchie di oltre 60 anni che accanto a profumi di miele e melone punta su note di erbe officinali, minerali e di idrocarburo. In bocca è sapida, elegante, profonda, di grande persistenza. Insomma, un grande vino, come lo è il nipote del 2013, più puntato su toni fruttati ma con la stessa fermezza e profondità al palato. Un vino dove quel 30% di cantina Vincenzo vuole sottolinearlo, dato che il vino nasce da tre vendemmia scalari (anche a distanza di un mese) che servono per ottenere sia freschezza che profumi.

Ma non finisce qui perché dopo la fermentazione (a temperature diverse, più bassa per la parte che deve dare acidità, più alta per quella che esalta i profumi e il corpo) in acciaio le fecce vanno in barrique eci rimangono, regolarmente smosse, per dei mesi. Poi vengono rimesse nella massa e tolte solo prima dell’imbottigliamento. Il risultato è veramente notevole.
Come è notevole sui Piedirosso, in particolare sul Vigna Madre 2023, che è un’esplosioni di profumi floreali, speziati e fruttati: si passa dalla rosa alla fragola con sempre un sottofondo pepato che fa solo venire voglia di assaggiarlo. E in bocca trovi tannini vivi ma dolci, corpo, rotondità e enorme piacevolezza. Una Falanghina che dimostra quanto detto sopra: buona subito e sicuramente ottima tra 8-10 anni.

Per chiudere il cerchio Vincenzo ci fa assaggiare l’ultimo nato, un metodo classico blanc de noirs, cioè da piedirosso che, nonostante l’inesperienza spumatistica, ti colpisce per aromi floreali finissimi e corpo importante. Forse 18 mesi sui lieviti sono pochi ma si sta pensando di allungare i tempi.
A proposito di tempo: siamo arrivati con il sole e con quello ripartiamo dopo un pranzo dove le bottiglie sul tavolo rischiavano di non farti vedere il mare davanti. Così le spostavamo spesso e già che eravamo li, versavamo un po’ del contenuto nei bicchieri ma solo, credetemi, per fare spazio sul tavolo.