Mi sono accorto che, senza volerlo, nella foto qua sopra ho condensato tutti gli elementi che contraddistinguono Caldaro. Da una parte la vigna, non solo a pergola, cioè la fonte di reddito storica di questo territorio, più avanti si intravede una piscina (adesso vuota) che rappresenta il turismo, forse la voce di introiti maggiore del comune, però grazie soprattutto al vino. In primo piano un palma, che fa capire come il nome “Caldaro” non sia qualcosa di campato per aria ma una realtà che, specie con il cambio climatico, deve essere tenuta in grande considerazione, non solo per la viticoltura. Sullo sfondo poi uno spicchio del lago di Caldaro, quello su cui ruota il turismo e la viticoltura: quest’ultima si sviluppa sia tutto attorno al lago, partendo da circa 200 metri (il lago è a 216 metri) e, salendo sulle colline, fino a circa 600 metri sul livello del mare. Le origini dei primi insediamenti attorno al lago risalgono al Neolitico ma a noi interessa più il presente e per questo sono venuto a Caldaro, ospite del Consorzio di Promozione turistica. Il presente è rappresentato dal turismo e soprattutto dal vino che non è solo schiava, cioè Lago di Caldaro DOC, perché qui si coltivano praticamente tutte le uve bianche e rosse più importanti dell’Alto Adige. Però, l’amore verso la Schiava mi porta a privilegiare questo vitigno, quello fondante del territorio.
Ci sono stati soprattutto due momenti in cui il tour, perfettamente organizzato in ogni suo momento, ha messo a fuoco il vitigno: una degustazione di vecchie annate (2018 e 2016) diretta magistralmente da Eros Teboni e l’Anteprima dell’annata 2025 del Lago di Caldaro DOC.

Ma di questi due momenti parlerò dopo, prima occorre fare un passo indietro e mettere in primo piano un po’ di storia recente. Fino a 35-40 anni fa a Caldaro si produceva praticamente solo schiava: se dico che l’80% delle vigne, allevate con la classica pergola, davano quest’uva sono convinto di non andare tanto lontano dalla realtà. La schiava non porta certo a vini strutturati e potenti, almeno nell’accezione moderna, ma sicuramente quelli che allora si producevano qui (e in tutto l’Alto Adige) erano vini estremamente leggeri, tenui, poco profumati e di scarsissima tenuta nel tempo: venivano venduti in bottiglioni da due litri per il consumo locale perché nessuno lo voleva più.
Da allora c’è stata, a Caldaro e in Alto Adige, una vera e propria rivoluzione enologica che ha portato tra l’altro a spiantare schiava in ogni dove, sostituendola con altre uve soprattutto bianche, rivelatesi molto più redditizie e che attualmente danno una forte impronta alla viticoltura altoatesina. Oggi in Alto Adige ci sono meno di 500 ettari di schiava su una superficie vitata totale di circa 6000 Ha, di cui quasi 4000 a uve bianche: a Caldaro ne troviamo più o meno 200, che potremmo chiamare “quelli sopravvissuti” agli espianti degli ultimi 40 anni.

Neanche tanto per assurdo a forza di togliere schiava si è dato nuova vita al vino, perché adesso le vigne che sono rimaste sono vecchissime o molto vecchie (si arriva fino a 100 anni e comunque si scende difficilmente sotto ai 40) e si trovano nelle posizioni migliori per il vitigno. Quindi è matematico dire che è veramente molto difficile, avendo sia vigne vecchie in terreni perfetti che una grande esperienza da parte dei produttori, trovare un lago di Caldaro DOC meno che buono.
Questo per quanto riguarda i vini d’annata ma l’altro grande passo avanti di questo territorio è stato nel comprendere che la schiava, se ben allevata e vinificata, può anche portare a vini da medio–lungo invecchiamento. Sono anni che lo sostengo e vedere il bravissimo Eros Teboni presentarci una degustazione di otto Lago di Caldaro del 2018 e quattro del 2016 mi ha veramente riempito il cuore, anche e soprattutto perché i vini erano nella stragrande maggioranza veramente di alto livello. Ho in mente i primi due degustati che (abbiamo scoperto solo dopo le annate) per le sensazioni di frutto e spezie al naso e la freschezza in bocca avrei detto al massimo della vendemmia 2023, ma anche gli altri per complessità, dinamica presenza e trama tannica perfetta hanno dimostrato che il Kalterersee può tranquillamente stare in cantina per anni. Ho usato prima parole come freschezza e trama tannica che per la schiava vanno precisate: infatti il lago di Caldaro è un vino che mediamente va da 4 a 5 gr/l di acidità, ha una tannicità leggera e un corpo non certo concentrato e imponente. Però, proprio per questa sua “finta leggerezza” che in realtà è soave equilibrio, può essere bevuto subito con grande piacere oppure conservato per diversi anni.

A migliorare il quadro del possibile invecchiamento c’è anche l’affinamento delle tecniche di vinificazione: l’ho capito parlando con i produttori durante l’Anteprima dell’annata 2025 (tra poco vi dirò anche com’è questa vendemmia, abbiate pazienza!) sentendo che molti vinificano non solo in acciaio o in cemento ma anche in botti grandi o barrique, dove il vino può rimanere, dopo la fine della fermentazione, anche per mesi. Il bello è che l’uso del legno non si sente praticamente! Conferisce maggiore rotondità e ampiezza al vino ma non lo copre o lo chiude, eppure non siamo certo di fronte ad un vino iperstrutturato o concentratissimo. Questo è uno dei tanti bei misteri della schiava e del Lago di Caldaro DOC in particolare.
Da tutto quello che ho detto credo venga fuori chiaramente che il Lago di Caldaro incarna molto bene l’archetipo di vino moderno, dato che è equilibrato, rotondo, profumato, può (e deve forse) essere servito fresco e non ha quegli spigoli che tanti oggi non sopportano nel vino. Forse ha un’alcolicità abbastanza importante ma spesso non la troviamo marcante come in altri vini.

E veniamo a parlare dell’annata 2025: come ormai sanno quelli che ci seguono per avere nomi e cognomi sugli assaggi migliori dovrete aspettare le nostre degustazioni ufficiali a luglio, però posso anticiparvi che se vi capita un Lago di Caldaro 2025 nel bicchiere bevetelo tranquillamente perché siamo di fronte ad un’ottima annata. Forse avrà bisogno di qualche mese in più per arrotondarsi ma questo può capitare per una parte dei “Superiore” (la Riserva non esiste a Caldaro), che magari andranno in bottiglia fra qualche mese e in commercio a partire da settembre o dal prossimo anno. Già però a luglio-agosto prossimo i 2025 saranno godibili, anche se per me sarebbe meglio aspettare a berli almeno fino a ottobre-novembre.
Ma la marea di turisti che passeranno da Caldaro nei prossimi mesi non vorranno certo aspettare più di qualche minuto per goderselo, magari seduti su una bella terrazza di fronte al lago.