Degustazioni Amarone della Valpolicella e Valpolicella: buoni risultati ma sul territorio incombe “il peso del vetro”4 min read

Questo articolo sarà diviso in due parti e della qualità degli Amarone e dei Valpolicella degustati parleremo nella seconda parte.

Nella prima toccheremo un tema da sempre caro a noi ma oggi, in tempi di transizione ecologica, di assoluta attualità. Un tema che tocca da vicino anche la Valpolicella  visto che anche a giugno 2021 il Consorzio di Tutela della Valpolicella, per bocca del suo presidente Christian Marchesini, ha ribadito di puntare alla sostenibilità ambientale: inoltre oramai da anni esiste in Valpolicella la certificazione RRR che vede sempre più produttori impegnati nell’utilizzare prodotti fitosanitari a basso impatto ambientale.

Tutto questo è indubbiamente positivo ma quando su 47 Amarone della Valpolicella degustati neanche uno, e ripetiamo neanche uno, utilizza una bottiglia che si avvicini al nostro limite di peso di 550 grammi per una bottiglia “umanamente pesante”, ti cascano le braccia. Ricordiamo che questo è un limite non certo “terroristico” visto che moltissimi produttori di alto livello utilizzano sempre più e senza problemi bottiglie da 500, 450 e addirittura 400 grammi.

Idea di leggerezza per produttore che usa bottiglie pesanti.

Tutti oramai sanno, per studi che circolano da anni, che (in soldoni) per ogni grammo di vetro prodotto si immette nell’atmosfera un grammo di CO2. Se poi consideriamo anche i consumi per spostare, far viaggiare, movimentare, riciclare e riutilizzare il peso in più del vetro dovuto a bottiglie inutilmente pesanti la situazione diventa ancora peggiore, oltre che molto più costosa.

Noi pesiamo ogni bottiglia degustata e nessuna  di Amarone della Valpolicella del nostro assaggio pesa meno di 650 grammi, la stragrande maggioranza si attesta attorno ai 750-850 grammi e qualcuna supera agevolmente il chilo. In un territorio che punta alla sostenibilità questi pesi inutili e inutilmente inquinanti non sono più tollerabili e sarebbe l’ora che il consorzio si facesse promotore, magari all’interno del progetto RRR, di una Bottiglia Amarone (come da anni stanno facendo altri, Albeisa in testa) di peso tra i 500 e i 600 grammi. Non si può più parlare di sostenibilità ambientale e nello stesso tempo inviare per il mondo bottiglie che rappresentano l’esatto opposto.

Detto questo veniamo ai vini, cioè al ValpolicellaDOC (quest’anno non degustavamo Superiore e Ripasso)e all’Amarone DOCG. Dei Recioto parleremo in un articolo a parte.

Sul Valpolicella, nonostante i pochi campioni degustati, ci sentiamo di essere piuttosto ottimisti: fino a pochissimi anni fa si percepiva la voglia di dimenticarsi di un vino antico visto oramai solo come vino “vecchio”, fuori dai canoni rampanti di Ripasso e Amarone. Qualcuno si era anche messo a produrre un IGT al posto del Valpolicella, “Perché il vino non tira più”.

Oggi ci sembra che questa tendenza stia lentamente cambiando: abbiamo trovato dei Valpolicella 2020 e 2019 più armonici, profumati, fatti come dio comanda per un vino che ha un prezzo basso ma non è certamente un “vino basso” , è anzi l’emblema storico di un territorio. Negli scorsi anni la differenza con vini simili, tipo Bardolino era notevole ma quest’anno il gap si è ridotto e quindi speriamo che, finalmente, il Valpolicella (Classico e non) possa ritornare ad essere quello che era: un vino ben fatto, piacevole, profumato, di corpo sufficiente per un consumo anche quotidiano.

Per quanto riguarda l’Amarone il discorso si fa più complesso. La solita “frammentazione” di annate in commercio (siamo partiti dal 2018 e arrivati al 2010) da una parte in degustazione crea qualche problema nel ritrovare il filo delle vendemmie, dall’altra però ti fa capire con chiarezza come sia cambiato l’Amarone nell’arco di questi pochi anni e come i pregi commerciali possano avere anche un rovescio della medaglia.

Non molti anni fa per capire e godere di un Amarone bisognava attendere, come minimo 7/8 anni. Questo perché la concentrazione rendeva difficile trovare aromi distesi e ampi, bocche non aggressive o troppo chiuse in se stesse nei primi anni di vita. Oggi la regola dei 7/8 anni per diversi Amarone è sempre valida ma è cambiato qualcosa nel modo di produrre questo vino: si privilegia di più una piacevolezza rotondeggiante, si scoprono gamme aromatiche più accattivanti e tutto assieme, grazie anche al classico residuo zuccherino, porta a vini di facile impatto con il consumatore.

Non siamo convinti  che questi stessi  vini, se bevuti tra 7/8 anni, presenteranno caratteristiche di complessità aromatica, finezza e profondità che oggi non si intravedono perchè immolate sull’altare della prontezza. Questa è una caratteristicca che magari il commercio richiede ma rischia di “schiacciare” l‘Amarone verso il basso, portandolo quasi a confondersi con il Ripasso.

Ma ci sono anche quelli, per fortuna, che seguono la vecchia strada, quella che potremmo definire della “misurata e piacevole austerità”. In questi vini troviamo e ritroviamo una matrice che ci fa riconoscere quello che era un vino da grande invecchiamento, che puntava ad esaltare, nel tempo, le prerogative di un metodo e di un territorio e non soltanto cercare di sfruttare un sistema di vinificazione per vendere all’estero dei vini indubbiamente buoni e piacevoli ma “senz’anima” e probabilmente senza quella profondità che un Amarone della Valpolicella merita.

I migliori dei nostri assaggi appartengono alla tipologia  che “segue la vecchia strada” e anche in un assaggio bendato spiccano come fari nel buio. Questo nonostante gli altri siano buoni e ben fatti, visto che oltre il 70% degli Amarone degustati ottiene almeno 80 punti e, come sapete, noi non spariamo punteggi come fuochi artificiali.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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