Albana di Romagna, vuoi tu sposarmi? Ma certo bel romagnolo mio!7 min read

C’è un legame profondo che unisce la Romagna e i romagnoli al suo vitigno albana. Un legame le cui origini risiedono molto probabilmente nella similitudine dei rispettivi caratteri; accoglienti, generosi e ospitali, ma a volte anche bruschi e diretti. In poche parole caratteri in cui dominano le tinte forti, iniziando dalla forma del grappolo, tra i più lunghi che si conoscano.

Le origini del vitigno, piuttosto nebulose, ne fanno risalire la provenienza alla zona di Albano Laziale, da cui appunto il nome del vino dal latino Albanus (originario di Albano). Tuttavia non esistono prove certe di questa origine e il nome Albana potrebbe derivare molto più banalmente dall’aggettivo latino Albus (bianco) che ne indicava sì il colore ma, per via dell’iniziale maiuscola, ne sanciva la preminenza rispetto agli altri vitigni bianchi e quindi “bianco” per eccellenza.

Riferimenti ai vini della Romagna si ritrovano in alcuni scritti di poeti latini, fra cui Plinio il Vecchio e Catone, che però parlano sempre della vigoria e della generosità delle viti di questa zona, senza mai accennare alla qualità o a qualche tipologia particolare. Il primo riferimento “moderno” al vitigno Albana lo ritroviamo a partire dal 1300, quando Pier de Crescenzi lo cita nel suo Trattato di Agricoltura: «vino potente di nobile sapore, ben serbevole e mezzanamente sottile» decantandone le proprietà positive èquesta maniera d’uva è avuta migliore a Forlì e in tutta la Romagna», a sottolinearne le zone di produzione.

Nei secoli successivi si ritrovano altri riferimenti importanti, come quello dell’inventario dei vini di proprietà del Giureconsulto bolognese Jacopo Belvisi, compilato alla sua morte nel 1335. Scopriamo così come già all’epoca, l’Albana, oltre ad essere molto apprezzato, fosse vinificato sia in purezza che in associazione ad altri vitigni. Nel XVI secolo l’Albana godeva di grande reputazione, anche fuori dal suo territorio di produzione; ne troviamo tracce nel Libro Novo scritto nel 1531 dallo scalco (responsabile delle cucine e del cerimoniale) degli estensi Cristoforo di Messiburgo, che consiglia di servirlo nelle mense più raffinate. Troviamo anche alcune indicazioni su quale possa essere la tipologia di Albana preferibile, nel libro “Pratica agraria distribuita in vari dialoghi” pubblicato dall’Abate Giovanni Battarra nel 1782. In questo testo si parla per la prima volta della produzione di Albana passito. Vale la pena ricordare infine il “Ditirambo del Bacco in Romagna”, un poemetto scherzoso scritto dall’Abate Giuseppe Piolanti in occasione delle nozze del Conte Girolamo Saffi con Maria Romagnoli, celebrate nel 1839 a Forlì. In questo scritto si parla del vino come elisir di lunga vita e rimedio a tutti i malanni dell’uomo e, dopo aver assaggiato tanti vini, l’Albana viene citato in questo modo: “di quel vino che già ho assaggiato, benché io sia grato, più non ne vo. Voglio aspergermi le labbra col buon vin di Bertinoro, che biondeggia come l’oro e giocondo fa ogni cor”.

Passando infine al 1900 si moltiplicano le citazioni e, fra le tante, va sicuramente ricordata quella di Paolo Monelli nel suo Il Ghiottone Errante del 1935 “Albana: sentite che sillabe liquide, che suono di terra lontana, con quelle tre a che per pronunciarle dovete atteggiare la bocca nello stesso modo che per afferrare l’orlo del bicchiere, con quella elle lunga come una lunga bevuta. Albana, albana, conosco gente che ci s’è inciuccata solo a ripeterne il nome”.

Oltre alle tante citazioni letterarie, dove vengono magnificate le qualità del vino, esiste quella che è la quotidianità, quella parte non scritta che fa parte del passato recente, della memoria collettiva. Nella storia familiare contadina romagnola, non esisteva casa dove non fossero coltivate viti di albana, in vigna oppure nei filari che segnavano i confini fra un campo e l’altro.

Da queste uve dal grappolo allungato e di colore dorato, nascevano tre tipi di vino a seconda del tipo di vendemmia che si faceva: Secco, anticipando di qualche giorno la raccolta si otteneva un vino particolarmente dissetante ed apprezzato durante il lavoro nei campi. Dolce, sfruttando la ricca percentuale zuccherina di questi grappoli, si otteneva un vino dolce adatto per i giorni di festa, spesso abbinato al ciambellone tipico romagnolo. Passito, ottenuto dopo appassimento delle uve, veniva utilizzato come vino da messa e per le grandi occasioni. In epoca più recente la notorietà dell’Albana di Romagna viene sancita nel 1987 con l’importante riconoscimento dello status di DOCG, il primo vino bianco italiano ad ottenerla. Un riconoscimento tuttavia non privo di strascichi polemici per via delle rese troppo alte previste dal primo disciplinare e della presunta qualità messa in discussione da alcuni “esperti”.

Paradossalmente è il periodo meno felice per le vigne di albana, in pochi anni la superfice di coltivazione passa da quasi 9.000 ettari a poco più di 1.500. Sono gli anni dei vini bianchi “carta”, della meccanizzazione dei vigneti, e per l’originale e difficile vitigno albana il futuro non sembra così roseo. Le maggiori difficoltà stavano nel contrastarne la facilità all’ossidazione e limitare il carattere tannico dell’uva. Con il nuovo millennio la situazione cambia, si affacciano nelle aziende famigliari le nuove generazioni con il loro bagaglio di conoscenze, apertura mentale e voglia di mettersi in gioco; è l’inizio di una rivoluzione che porterà alcune Albana ai vertici delle guide nazionali, reclamando per questo vitigno tutta l’attenzione che merita.

Il primo Albana di Romagna a bucare il muro di omertà fu lo Scacco Matto di Fattoria Zerbina, giudicato il miglior passito (botritizzato) da Luigi Veronelli durante il Vinitaly del 1989.

Il disciplinare di produzione ne prevede la coltivazione solo in 22 comuni di cui 7 in provincia di Bologna e nessuno in provincia di Rimini. Storicamente sono le aree più vocate, ognuna con la sua morfologia e individuabili su terreni pedecollinari a sud della Via Emilia. Restano fuori dalle zone ammesse alcuni comuni, per lo più a quote altimetriche elevate, su marne arenacee, dove l’albana, pur non potendosi fregiare della DOCG, dà vita a vini molto interessanti, specie in considerazioni delle condizioni climatiche odierne.

Sono diverse le formazioni geologiche che caratterizzano questa parte di Appennino: le Argille Azzurre, un insieme di depositi sedimentari detritici originatisi su un antico fondale marino tra il Pliocene e il Pleistocene inferiore; la Vena del Gesso, che si estende per circa 20 chilometri fra il basso Imolese e Brisighella.; poi lo “Spungone Romagnolo”, una sorta di massiccio roccioso di origine marina che si estende dal torrente Marzeno a Brisighella sino a Capocolle fra Forlimpopoli e Cesena, con affioramenti più o meno consistenti; infine le Sabbie Gialle e Rosse che, frammiste ad argilla, danno vita ai terreni del basso faentino e imolese.

Tutte queste caratteristiche geologiche si riflettono sui vini prodotti, proponendosi con sapori e riconoscimenti olfattivi molto diversi tra di loro. In linea generale si può affermare che la presenza costante di calcare nei terreni conferisce all’Albana struttura, profumi intensi, finezza, eleganza e morbidezza, rendendolo un vino dal carattere riconoscibile. Nella parte emiliana dell’Imolese, dove i terreni sono ricchi di ossidi di ferro e sostanze minerali, abbiamo Albana asciutti, con profumi penetranti, di grande finezza e un tenore alcolico importante. Nella parte romagnola dell’imolese invece abbiamo vini un pochino più floreali, agrumati e con una struttura più leggera.

Scendendo verso Sud fino a Brisighella, dove i terreni sono solcati dalla vena del gesso abbiamo vini con tratti minerali ben marcati e di ottima freschezza. Continuando a scendere verso Sud ed attraversando il faentino per arrivare fino al Forlivese abbiamo forse le Albana con maggiore personalità, con tratti minerali accentuati ma altrettanto fini ed eleganti, freschezza ben bilanciata, profondità e attitudine alla longevità. Passando da Forlì a Cesena, arriviamo a quella che da sempre è definita la culla dell’Albana: Bertinoro, con vini eleganti, fruttati e di grande bevibilità e finezza.

Se, come abbiamo visto, la natura dei suoli, dei micro e mesoclimi ha una importanza rilevante, altrettanto determinante ai fini del vino “finito” è il ruolo del produttore. È il “vignaiolo” che con Il proprio stile in fatto di vinificazione, con le proprie idee sulle scelte vendemmiali, con le proprie conoscenze in fatto di cloni e portainnesti, plasma il duttile vitigno albana e lo trasforma in una bottiglia unica e originale. Al centro della vicenda Albana sta proprio il vignaiolo, il cosiddetto artigiano del vino, per le sue caratteristiche di coltivazione l’albana può risultare profittevole solo se tutta la gestione avviene in maniera manuale, escludendo vendemmie meccaniche e operando selettivamente in campo. Il ruolo della industria e delle grandi cooperative resta defilato anche in considerazione del fatto che le superfici ad albana non arrivano a 1000 ettari su un vigneto romagnolo che si attesta sui 30.000.

Quale che sia la tipologia scelta tra quelle permesse dal disciplinare di produzione, un vino Albana porterà sempre con sé il suo DNA. Una base dove zuccheri e acidità consentono l’esercizio di più stili di vinificazione; secco, dolce, passito, botritizzato, macerato e spumantizzato. Una pluralità di stili che, a loro volta, consentiranno una infinita serie di possibili abbinamenti gastronomici, il che rende l’Albana di Romagna un vino che a “tavola” funziona bene.

 

Giovanni Solaroli

Ho iniziato ad interessarmi di vino 4 eoni fa, più per spirito di ribellione che per autentico interesse. A quei tempi, come in tutte le famiglie proletarie, anche nella nostra tavola non mancava mai il bottiglione di vino. Con il medesimo contenuto, poi ci si condiva anche l’onnipresente insalata. Ho dunque vissuto la stagione dello “spunto acetico” che in casa si spacciava per robustezza di carattere. Un ventennio fa decisi di dotarmi di una base più solida su cui appoggiare le future conoscenze, e iniziai il percorso AIS alla cui ultima tappa, quella di relatore, sono arrivato recentemente. Qualche annetto addietro ho incontrato il gruppo di Winesurf, oggi amici irrinunciabili. Ma ho anche dei “tituli”: giornalista, componente delle commissioni per la doc e docg, referente per la Guida VITAE, molto utili per i biglietti da visita. Beh, più o meno ho detto tutto e se ho dimenticato qualcosa è certamente l’effetto del vino.


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