Guida vini. Rossi dell’Alto Adige: sempre meglio, ma il Pinot Nero…4 min read

Anche quest’anno i nostri assaggi altoatesini in rosso ci hanno fatto toccare con mano quanto il tanto vituperato (a ragione) cambiamento climatico possa avere, in alcuni casi, dei lati positivi.

In particolare pensiamo ai vitigni bordolesi e al lagrein, che sicuramente da qualche anno mostrano caratteristiche una qualità media impensabile solo 10 anni fa.

Uve bordolesi

Forse l’Alto Adige è la terra dove  le vendemmie di merlot e di cabernet sauvignon sono più distanti tra loro. Il secondo è l’ultima uva ad essere vendemmiata e il rischio per questo vitigno è il freddo: se “si raffreddano i piedi”, come dicono in Alto Adige la maturazione si blocca ed è molto difficile ottenere tannini dolci e corpi equilibrati. Il merlot si vendemmia molto prima e, nelle zone a maggiore vocazione dell’Alto Adige trae notevoli vantaggi da un clima magari caldo di giorno ma fresco nella notte.

In passato una buona annata di cabernet sauvignon si aveva ogni 5-7 vendemmie, oggi ogni 5-7 annata se ne trova una o due non eccellenti. Sul merlot il discorso è leggermente diverso ma comunque l’esperienza di vigna e di cantina  fatta a partire dai primi anni 2000 oggi a portato ad avere merlot eleganti, profumati e con il giusto corpo.

Siamo quindi soddisfatti dei risultati ottenuti dai due vitigni (in purezza e/o in uvaggio) sia per i tre Vini Top che per l’altissima media (siamo quasi al 80%) di vini che hanno raggiunto e superato gli 80 punti (che per noi, lo diciamo sempre, non sono pochi!!).

Oggi bere un Cabernet Sauvignon o un Merlot altoatesino vuol dire avere quasi la certezza di una buona bottiglia, che spesso può invecchiare molto bene.

Lagrein

Ormai non è più una sorpresa il grande cambiamento fatto da questo vitigno autoctono, in passato dominato da tannini rustici, quasi mai ingentiliti da dosi non omeopatiche di legno. Oggi sempre più produttori lo propongono (anche nella versione rosé) e la stragrande maggioranza lo fa con vini poco marcati da legno e con tannini molto più rotondi e corpi con armonie impensabili in passato.

Il lagrein ha perso quella che 15-20 anni fa sembrava una caratteristica irrinunciabile, la rusticità, diventando un vitigno molto più moderno e appetibile. Quest’anno lo dimostrano i due Vini Top e il 69% dei vini che hanno raggiunto e/o superato i nostri 80 punti. Anche qui, oltre al cambio climatico che ha indubbiamente permesso maturazioni fenoliche più mirate, dobbiamo mettere nel conto la mano enologica che negli anni ha trovato sempre più la quadra.

Lagrein

Pinot Nero

Invece il cambiamento climatico non ha certo giovato al pinot nero. Questo vitigno, che ha fatto conoscere le sue grandi possibilità 25-30 anni, fa oggi sembra schiacciato tra il clima che cambia e vigne che spesso o sono troppo in basso oppure sono a quote adatte ma troppo giovani. Inoltre il timbro e la tipologia che tanto ha avuto successo in passato, dove l’uso del legno era importante, oggi è diventata quasi anacronistica e paga sempre meno.

Il Pinot nero altoatesino sconta forse il grande successo del passato, che sembra abbia portato a sedersi sugli allori e a non portare avanti cambiamenti e miglioramenti, come invece è successo con le altre uve rosse.

Vigne di pinot nero a Mazzon

Lasciando da parte un attimo i due buonissimi Vini Top  conviene concentrarsi sull’altro dato, quello dei vini che hanno raggiunto e superato gli 80 punti: siamo al 50%, un dato assolutamente non consono per una tipologia così importante e famosa e che fa ancora più effetto confrontandolo con quello delle altre uve rosse altoatesine, trasformando il vitigno da portabandiera in rosso a ultima ruota del carro.

In conclusione

Se si esclude il pinot nero (e non è cosa da poco) siamo rimasti molto soddisfatti dagli assaggi in rosso dell’Alto Adige e quando parliamo di assaggi in rosso ci riferiamo anche a quelli dei vini a base schiava, per noi sempre più il vino del futuro per questa regione italiana.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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