Grands Jours de Bourgogne: prezzi sempre più alti nonostante le nubi sul futuro7 min read

I Grands Jours de Bourgogne , giunti alla loro diciottesima edizione, sono ormai alle spalle: un’affascinante quanto serratissima cavalcata attraverso le diverse regioni della Borgogna viticola durata cinque giorni, nel corso dei quali le tredici degustazioni dei vini dei suoi diversi territori in programma sono state distribuite in ben nove siti diversi: al Palace des Congrès di Beaune, polmone della manifestazione, si sono via via affiancate Chablis (nell’austero Kimmeridgien), Gevrey-Chambertin (Tonnellerie Rousseau), Vougeot (Château du Clos de Vougeot), Nuits-St. Georges (Maison de Nuits), e poi Mercurey (Tonnellerie de Mercurey), Rully (Château de Rully), Aloxe-Corton (Cuverie Domaine Latour), Meursault (Tonnellerie Damy). Nessuna delle sedi visitate era nel Mâconnais, comunque protagonista della manifestazione, con l’ampia esposizione di mercoledì 11 marzo a Beaune, inclusa una degustazione riservata ai i giornalisti e con ben tre degustazioni by night, ciascuna delle quali focalizzata su una appellation communale della regione (Pouilly-Fuissé, Saint-Véran, Viré-Clessé).

Sì, perché anche i pomeriggi e le sere erano impegnate da degustazioni monotematiche, come quella delle Femmes du Vins borgognone, impreziosita dalla prima Masterclass, “Passion Jura”, ormai appuntamento fisso dei Grands Jours. Una novità è stata l’incontro con marc, fine e ratafià de Bourgogne, senza dimenticare la serata di lanteprima dedicata ai vini della Yonne a Chablis la sera prima dell’inizio della manifestazione ufficiale e le festose Paulée serali.

Una menzione speciale va fatta alla notte delle Grandi Maison e dei Grands crus, svoltasi  nell’affascinante cornice della cantina dello Château de St. Aubin, di proprietà della Maison Prosper Maufoux.

Protagonista di questa edizione è stata la vendemmia 2023, non una grandissima annata destinata ad entrare negli annuari, soprattutto per la sua scarsa omogeneità (grandi riuscite accanto a cuvée più deludenti), ma generosa e non priva di belle sorprese. Ma non sono mancati anche alcuni vini del bagnatissimo 2024 e, a Chablis, perfino dell’assai promettente 2025.

Poi, come sempre, molti produttori non hanno esitato all’occorrenza, a tirare fuori qualche magnum di vecchia o vecchissima annata, di ben oltre un decennio, a mostrare l’attitudine (che per molti rasenta il misticismo) all’invecchiamento dei bianchi e dei rossi della Borgogna.

Impossibile citare, anche a volo d’uccello, le sorprese e le scoperte che maggiormente ci hanno colpito. Davvero tanti i nuovi talenti (a cui era dedicata anche un’apposita sezione), alcuni dei quali saranno sicuramente protagonisti negli anni a venire. Mi hanno davvero molto impressionato i Corton del Domaine des Croix, nuovo astro nascente del troppo spesso sottovalutato terroir beaunois, ma anche tanti giovani artigiani nelle denominazioni minori, come i  bianchi di Montagny di Aline Beauné o i Maranges di Pablo Chevrot o ancora i crémants di Bruno Dangin a Molesmes. Davvero enormi i passi avanti fatti dai bianchi del Mâconnais: naturalmente dei  Pouilly-Fuissé, ormai locomotiva della regione, ma anche i Premier cru esordienti di Pouilly-Loché e Pouilly-Vinzelles. Ma che bei vini anche a Viré-Clessé  e quelli dei numerosi Macon-Villages, che è ancora possibile acquistare intorno ai dieci euro.

Clos Vougeot da Chateau Latour

Ecco, i prezzi. L’auspicato calo dei prezzi, di cui già si parlava all’indomani dell’edizione precedente di due anni fa, non c’è stato. La Borgogna sembra, almeno vista dall’esterno, non essere stata toccata dalla crisi mondiale del vino a cui non sono sfuggiti anche i vini di Bordeaux. La domanda di vini borgognoni resta alta in tutto il mondo, con oltre 200 milioni di bottiglie vendute, di cui il 50% all’estero e i prezzi permangono alti, specie se confrontati con quelli delle altre regioni del vino in Francia. Per averne conferma basta recarsi a cena in qualsiasi ristorante o bistrot di Beaune, dove è ancora possibile mangiare a prezzi ragionevoli, a parte il costo dei vini, che resta invece assai alto, anche evitando le star della regione e mantenendosi prudenzialmente sulle denominazioni più “popolari”: un  village di Chorey-lès-Beaune di un piccolo Domaine a 70 euro e un Monthelie 1er cru a 110 non sono certo ragalati.

Negli stessi giorni dei Grands Jours, nello Château del Clos de Vougeot, all’Asta dei vini degli Hospices de Nuits-St. Georges, assai meno celebre e mediatica di quella degli Hospices de Beaune, nella quale sono state battute 80 pièces e una feuillette,  le sue cuvée sono andate letteralmente a ruba, con un ricavo di 1, 526 milioni di euro (Pièce de Charité a parte), vale a dire il 91,7% più di quella dell’anno precedente: le cuvée rosse, in pratica la totalità meno una sola di chardonnay, hanno spuntato un prezzo medio d’acquisto  di 18.595 euro , contro i 38.000 di quella bianca: cifre ormai vicine a quelle spuntate all’Asta di Beaune.

 

Sarebbe errato però ignorare le preoccupazioni che permangono sulle prospettive future: gli eventi climatici avversi , l’ingresso nel mercato di nuovi attori con capitali enormi, che hanno profondamente alterato il modello familiare classico che ha reso famosa la Borgogna in tutto il mondo, l’enorme aumento del costo delle terre da vino (con la spinta all’espansione nei vicini Beaujolais e Jura), che  rappresenta ormai un problema sempre più importante per la transmission nei passaggi ereditari da padri ai figli, non ultimo il calo dei consumi legato alla pressione medica e ai cambiamenti delle abitudini alimentari.

Senza inutili piaggerie, anche quest’anno la manifestazione è stata un successo, a partire dalla partecipazione. Vi sono infatti intervenuti poco meno di 3.000 professionisti del settore di 60 paesi diversi (con l’Italia quello più presente, dopo naturalmente la Francia), tra cui 128 giornalisti di settore di 26 paesi diversi. E del resto gli espositori sono stati più di 1070.

Anche l’organizzazione dell’ospitalità è stata assolutamente impeccabile, a parte qualche lievissima smagliatura -come la sconcertante mancanza di posti a sedere e persino di un sia pur precario punto d’appoggio durante i pasti (specie a Beaune e a Vougeot) con l’eccezione della vera e propria macchina da guerra di Mercurey, distintasi per l’efficientissima organizzazione, mentre Chablis, come sempre, ha spiccato per la qualità e la rilassatezza del servizio.

Eccellenti e degne di essere prese a modello anche la mobilità, con le utilissime (specie nelle giornate articolate in più sedi diverse) navette, messe a disposizione dei partecipanti, e il grande impegno verso la sostenibilità, con il recupero dei vuoti, dei sugheri e dei porta-badges di plastica.

Unico aspetto, per noi poco comprensibile, perché fissare la riapertura delle sedi della Cité des Climats di Chablis e Macon solo a partire dal 4 aprile e non anticiparla di  qualche settimana per dare la possibilità ai partecipanti di visitarle.

Per finire un accenno a due-tra i molti altri-assaggi che mi hanno particolarmente colpito.

Molto gourmand lo Chambolle-Musigny Premier cru Les Feusselottes di Cécile Tremblay.  Les Feusselottes è un climat  situato tra il borgo e Les Charmes, sotto l’influenza della Combe Ambin, con un suolo grigio-rossastro, molto ciottoloso e piuttosto profondo.  E’ suddiviso in piccole parcelle tra 9 diversi exploitants, tra cui quella, di poco meno di mezzo ettaro, della Tremblay.

Il vino assomma tutto ciò che ci si aspetta da uno Chambolle-Musigny, con un naso floreale molto elegante, di notevole freschezza aromatica in cui si avvertono nitide la ciliegia, spezie e note minerali, di bella armonia e grande precisione di dettaglio sul palato.

L’altro assaggio è un Corton rouge, terroir troppo spesso sottovalutato, sia per l’ampiezza del climat da cui proviene, sia   perché messo in ombra dal suo maestoso bianco Corton-Charlemagne.

Il Corton-Grèves del Domaine des Croix proviene da un piccolo lieu-dit di poco più di due ettari, leggermente più in basso nel coteau rispetto al più esteso Les Perrières. Con esso confinante. Dai suoi suoli bruni, molto ciottolosi, proviene un vino piuttosto corsé come quello del suo vicino, ma più fine: quello di David Croix ha notevole carattere, l’impronta terrosa e selvatica dei Corton più classici: bacche scure, sottobosco, note floreali. Un Corton maestoso, la cui potenza è però ben temperata da una tessitura fine-grained che gli conferisce notevole fascino.

Guglielmo Bellelli

Nella mia prima vita (fino a pochi anni fa) sono stato professore universitario di Psicologia. Va da sé: il vino mi è sempre piaciuto, e i viaggi fatti per motivi di studio e lavoro mi hanno messo in contatto anche con mondi enologici diversi. Ora, nella mia seconda vita (mi augurerei altrettanto lunga) scrivo di vino per condividere le mie esperienze con chi ha la mia stessa passione. Confesso che il piacere sensoriale (pur grande) che provo bevendo una grande bottiglia è enormemente amplificato dalla conoscenza della storia (magari anche una leggenda) che ne spiega le origini.


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