La proposta del professor Michele Antonio Fino di creare una “Grande Franciacorta” cioè “Un’unica denominazione regionale lombarda per lo spumante Metodo Classico (da pinot nero e chardonnay, ma anche autoctoni idonei alla produzione di pregio) che includa anche l’Oltrepò Pavese e le valli alpine divenute idonee con il cambiamento climatico” può essere vista in vari modi. Una fanta-boutade, una proposta per sparigliare le carte molto imbalsamate delle varie scatole cinesi (denominazioni d’origine in primis) che compongono il mondo del vino, uno spostamento del fantacalcio in campo enoico, ma difficilmente può essere vista come un progetto realizzabile, anche in tempi medio-lunghi.

Un merito comunque per me ce l’ha ed è quello, in un momento in cui si cerca sempre più di restringere il “terroir” provando a creare sottozone e sotto-sottozone come se piovesse, di immaginare un futuro dove il vino non si venda più (spesso a prezzi iperbolici) perché nasce in uno dei milioni di fazzoletti di terra baciati dal dio Bacco (quale produttore non ne ha almeno uno…) ma perché è semplicemente buono e si trova con facilità a prezzi convenienti. Non per niente si ispira alla DOC Prosecco che segue, con successo commerciale notevole, questa strada. Non mi sembra il caso adesso di valutare la qualità generale del Prosecco Doc e della sua macrozona ma sicuramente uno dei problemi che questa proposta porta con sé è quello della qualità finale del prodotto e di una sua, oggi diciamo, riconoscibilità territoriale.
I problemi più grossi secondo me vengono proprio dalle due principali denominazioni coinvolte: saranno d’accordo i produttori di Franciacorta a far utilizzare ad altri il proprio marchio? Saranno d’accordo i produttori dell’Oltrepò Pavese a abbandonare il proprio nome e utilizzare quello di una zona adesso concorrente? Su questi due macigni casca sicuramente non solo l’asino ma tutta la mandria.

Però… c’è un però a una proposta del genere, che in pratica rovescia la piramide qualitativa come ha fatto con il suolo il “supervulcano” dell’Alto Piemonte 300 milioni di anni fa: porta a pensare a come potrebbe essere il mondo del vino in futuro tra, diciamo, 150-200 anni e più
Se il cambiamento climatico continuerà con questo ritmo forse dovremo veramente abbandonare molte zone oggi considerate molto vocate (e quindi con relativa DOC o DOCG) e mettersi a fare vino (spesso passito) in luoghi adesso impensabili? Se al contrario si ricadesse in una piccola glaciazione come quella dal XIV alla metà del XIX secolo cosa succederebbe? Faremmo solo icewine? In definitiva non sappiamo cosa ci riserva il futuro e esercizi come quello del Professor Fino servono proprio ad allenarci ad un futuro del quale, nonostante la scienza abbia fatto passi da gigante, sappiamo ben poco.