Dovrei partire da un clamoroso insuccesso di Winesurf per introdurre l’argomento ma forse è meglio se faccio parlare prima due eccezionali cariatidi con le quali, oltre a dividere il peso del tetto dell’Eretteo nell’Acropoli di Atene, ho molti punti in comune e un’amicizia a prova di bomba, Angelo Peretti e Luciano Pignataro.

Il primo ha scritto, parlando del Vinitaly recentemente concluso, che è mancato l’entusiasmo, quello che si annusava nell’aria anni fa, quello che faceva parlare di vino perché forse c’era voglia di sapere, di conoscere un mondo che, sempre anni fa, era di moda e, last but not least, smuoveva capitali e stimolava affari.
Il secondo in un profondo e accorato articolo sul futuro della comunicazione e del giornalismo enoico ha parlato di noia, di usare linguaggi superati, di rimanere ancorati a errori del passato che potevano allora essere superati dalla spinta propulsiva del settore ma che oggi sono solo un triste bagaglio.
Veniamo adesso al nostro errore: per il ventennale di Winesurf ( si abbiamo compiuto venti anni!) avevamo pensato ad una manifestazione nata quasi 30 anni fa e riproposta con successo fino a 10 anni fa: il campionato italiano di degustazione a squadre. La prima edizione del 1999 vide partecipare formazioni da tutta Italia: enologi, appassionati, giornalisti, sommelier di ristoranti tristellati si misero in gioco assaggiando alla cieca vini di tutto il mondo e divertendosi nel farlo. La stessa cosa era accaduta nelle repliche, l’ultima nel 2016.

Il Campionato lanciato quest’anno per il nostro ventennale doveva svolgersi il 9 maggio prossimo ma è stato annullato perché c’erano così poche squadre iscritte che mi vergogno a dirvi quante.
Noia, mancanza di entusiasmo, poca voglia di mettersi in gioco, manifestazioni e associazioni che non si rinnovano: tutti questi sono segnali di un settore (mi verrebbe da dire nicchia) che ha perso la spinta del passato e soprattutto la voglia di spingere. Perché?
Molti perché li leggiamo nelle prime pagine dei giornali, altri li incontriamo quando facciamo benzina o la spesa ma sarebbe semplicistico e riduttivo dare la colpa agli squilibri internazionali e alle congiunture economiche. Certo, la mancanza di potere d’acquisto è un fattore importante, ma non è che “la gente” o i famigerati “giovani” non spendano, spendono diversamente e il vino non è più al primo posto (se mai lo è stato) tra ciò che si vuole bere.
Il mondo del vino è come un sasso in uno stagno, mano a mano che i cerchi nell’acqua si allontanano dal centro da una parte si allargano e dall’altra perdono forza. Un tempo quella forza era sufficiente per far conoscere “i cerchi” a chi non era al suo interno, oggi invece il “sasso” che li genera ha sempre meno peso.
Questo “sasso” può essere la comunicazione, il giornalismo del settore, il prodotto vino in sé, oppure tutto assieme, ma la sua leggerezza è ormai comprovata.

Andiamo oltre: ormai non esistono praticamente più vini difettati e se ce ne sono la stampa di settore (a maggior ragione la comunicazione) non ne parla. Forse il successo dei cosiddetti vini naturali nasce proprio dal fatto che i detrattori li bollavano come difettati e invece gli estimatori stigmatizzavano la perfezione tecnica dei non naturali come un difetto. Oggi, che esistono sempre meno vini cosiddetti naturali difettati (tanto che i personaggi più influenti del settore ne prendono le distanze) il movimento ha un momento di stagnazione.
Cosa si deduce da questo? Che in un mondo con bianco e nero le divisioni si vedono, si può prendere posizione, tifare per questo o per quello, cercare pro e contro, ma in un mondo grigio si parla al massimo di sfumature, e sulle sfumature solo gli appassionati magari discutono ma gli altri se ne strafregano.
Se ne strafregano ancora di più in un mondo dove i social ti mettono di fronte a milioni di putt…, di avvenimenti assolutamente inutili ma “colorati”, che si susseguono a ritmi frenetici. In un mondo del genere cosa vuoi che freghi al mondo se X fa uscire la nuova annata del vino Y, se il Consorzio Z cambia i disciplinari, specie se tutti usano le stesse parole (terroir, passione, unicità etc) per dire le stesse cose.

A questo punto per me è chiaro che quello che manca al mondo del giornalismo enogastronomico sono principalmente due cose: la notizia e la voglia e il potere per darla. La notizia quella vera, quella che faceva comprare i giornali o stare attaccati alla tv per saperne di più. Ormai noi cariatidi e purtroppo anche giovani del settore abbiamo scambiato l’uscita di un nuovo vino per una notizia, invece è solo una leggera pennellata di grigio su un muro grigio.
Il giornalismo enoico, se vuole risorgere, deve cercare, scovare e far conoscere le vere notizie: quello che funziona o che non funziona in quel territorio, chi lavora onestamente e chi no, chi vende fuffa e chi invece fa vino buono, pulito e giusto. Non si tratta di linguaggio moderno o antico, si tratta di avere il coraggio di fare un lavoro faticoso e forse mal visto da tanti produttori: inchieste, interviste con domande difficili, approfondimenti, ricerche. Ma oggi quale giornalista e quale giornale enogastronomico ha la forza, soprattutto economica per farlo? Insomma, parafrasando De Gregori, la storia siamo noi, nessuno si senta escluso, ma purtroppo manca la forza di fare la storia.

Sul fronte della comunicazione posso dire solo che le pennellate di grigio abbondano e anche se cambi pennello, prendendone uno più moderno, sempre su quel muro grigio devi dipingere. In altre parole scimmiottare linguaggi “giovani per i giovani” per far conoscere e vendere un prodotto che per definizione è vecchio, anzi antico, per me è come vedere un signore di ottant’anni vestito con i jeans rotti, una felpona XXXL e un berretto con la tesa al contrario. Forse colpisce sul momento ma alla fine fa ridere o fa pietà.
Per fortuna in questa situazione complessa il mondo del vino ha un grande alleato che nessuno sospettava di avere: l’ignoranza!
Ignoranza nel senso di ignorare: Il mondo del vino è realmente sconosciuto sia ad una buona fetta di italiani che alla stragranda maggioranza del resto del mondo: è di ieri questa frase di un produttore in una cantina del Chianti Classico “Dobbiamo essere noi a consigliare a chi viene in azienda quale vino assaggiare, altrimenti è successo che ti chiedono un barolo” .
E’ un prodotto antico, che non può essere estirpato da tante culture e proprio per questo può incuriosire tante persone, giovani e meno giovani. Però bisogna stare molto attenti che quando uno si avvicina non resti deluso da quello che assaggia. Il vino (almeno quello dei settori di “avvicinamento al vino”) per essere moderno deve essere REALMENTE buono, deve colpire per profumi per piacevolezza al palato, perché sta benissimo (togliamo il verbo abbinare dal vocabolario!) con un panino al prosciutto o con un kebab, per non parlare di una pizza.
Inoltre i vini realmente buoni dovrebbero avere un prezzo abbordabile e, qui entriamo in ballo noi, che dobbiamo metterli in alto, sotto i riflettori, al posto dei blasonati e carissimi vini conosciuti da tutti e bevuti da pochissimi. Quindi cari colleghi, anche usando un vecchio pennello, proviamo almeno a far capire una cosa rivoluzionaria, che il miglior vino non è quello eccezionale che costa 1000 euro ma quello buonissimo che ne costa 10, esaltiamolo come facciamo con i vini intoccabili e cerchiamo almeno di incuriosire quelli che ignorano cosa vuol dire un buon vino che costa una cifra giusta. Cerchiamo di essere chiari, di non contorcerci in spiegazioni buone solo per incolonnare aggettivi e magari proviamo ad essere critici. Insomma, proviamo a dare informazioni non ad un ristretto gruppo di appassionati ma anche a chi pensa di avere poco o niente a che fare con il vino.
Forse potremmo costruire un altro muro da colorare mentre quello grigio sbiadirà nel tempo.