Sardinia on the road13 min read

(She’s a Rainbow*)

Fare il mio mestiere equivale a costruire ponti immaginari, dai luoghi che frequento – e dai produttori che intervisto – verso gli appassionati che mi seguono. Ad attraversarli ci sono le parole, a progettarli il lavoro quotidiano, a mantenerli funzionanti la passione, che scongiura il crollo quando il peso del tempo si fa sentire, che porta una luce nuova quando la consuetudine rischia di trasformarsi in una grigia routine. Tutti i posti che ho visto in carriera mi hanno lasciato qualcosa, alcuni più di altri e la Sardegna più di tutti. Lì è facile tenere i battiti alti, lì tutto è appassionante, perfino respirare.

La Sardegna è una prodezza della natura che solo per caso si chiama isola. In realtà è un paese nel paese, un continente nel continente, un arcipelago di regioni cinte da coste tropicali. In molti conoscono La Pelosa a Stintino, La Speranza a Villanova Monteleone, Piscinas a Montevecchio, Coccorocci a Marina di Gairo, Liscia Ruja a Porto Cervo, Su Giundeu a Domus de Maria, Brandinchi a San Teodoro, Porto Giunco a Villasimius, Biderrosa a Orosei, Porto Pollo a Palau: sono le spiagge sarde da copertina, una più meravigliosa di quell’altra. Vi invito però a viaggiare contromano, almeno per una volta: noleggiate un’auto e guidate nella pancia della Sardegna, mettendo vigne e vignaioli al centro dell’obiettivo. Oggi più che mai varrà la pena sacrificare qualche giorno di mare per dare un’opportunità a un crescente gruppo di produttori che imbottiglia vini sardi fino al midollo, con il vigore dell’alcol, il sapore degli estratti e la clamorosa intensità delle resine a dettare i tempi della degustazione. Se cercate una guida, allora provate a mettervi sulle tracce di Giuseppe Carrus, vicecuratore della Guida ai vini d’Italia del Gambero Rosso e massimo esperto in materia.

valle dei Nuraghi , Torralba , nuraghe Oes

La Sardegna è una luna park a cielo spalancato, con ventiquattomila chilometri quadrati di montagne e di coste, di massicci rocciosi e di pianure alluvionali, di dolci vallate e di aspre colline battute da venti tanto profumati quanto insidiosi, così forti da risultare determinanti perfino per gli esiti delle vendemmie. In primavera, durante le prime fasi vegetative della vite, prevale il freddo e nordico Maestrale, che in alcune stagioni può compromettere fioritura e allegagione, ridimensionando gli esiti produttivi. In estate soffiano invece come draghi sia il Libeccio che lo Scirocco, meridionali e caldissimi, in grado di aggravare la siccità e di dimezzare ulteriormente le rese.

Tra le zone più ventose, accalorate e siccitose d’Europa c’è il Sulcis, spicchio sud-occidentale della regione. Per arrivarci da nord si lascia la comoda Statale 131 bis all’altezza del Campidano e ci si infila lungo la più stretta Statale 293 che da Sanluri porta a Vallermosa, Siliqua, Santadi e giù fino a Sant’Antioco. La strada percorre un piccolo mondo fatto di praterie, campi coltivati, speroni isolati, laghi inattesi e miniere offese dal tempo. La solitudine è interrotta solo da brezze dotate di parola e di odori insoliti, inebrianti. Le colline sono tappezzate di una macchia mediterranea multicolore, le vigne emergono a intermittenza e in pianura si lascia spazio agli ortaggi, soprattutto carciofi. Nel Basso Sulcis (ovvero nell’entroterra sulcitano) la viticoltura è perlopiù pedecollinare, la matrice dei suoli è argillo-tufacea e sistema di allevamento più diffuso è la controspalliera con potatura a Guyot. Per contro il Sulcis costiero è un mondo di alberelli che affonda le radici in terreni talmente sabbiosi da non temere l’afide della fillossera, permettendo ai viticoltori locali di non ricorrere al portainnesto americano. L’uva locale è il Carignano, rustica ma esigente, per troppo tempo solo destinata alla produzione di rossi da taglio e che invece da qualche anno  trova un  meritato riscatto soprattutto sulle sabbie marine di Sant’Antioco, Calasetta e Porto Pino. Dove perde un po’ della sua rusticità tannica a vantaggio di un notevole impeto salmastro e di uno sfumato spettro aromatico di garriga, spezie e iodio.

Sensazioni, odori e sapori che sono di casa anche lungo la flemmatica Costa del Sud, da Sant’Antioco a Cagliari, tratto letteralmente baciato da Madre Natura, soprattutto a ridosso di Porto Pino e Chia, con sguardi indimenticabili sulle bianche spiagge di Teulada, Domus de Maria e Pula. La vigna rispunta cospicua nell’immediata periferia di Cagliari, in posizione pressoché pianeggiante (tra Quartu Sant’Elena, Quartucciu, Selargius, Settimo San Pietro e Maracalagonis, nel Basso Campidano), tornando a salire di quota nella Parteolla (tra Dolianova e Serdiana) e nella Trexenta (nei dintorni di Senorbì), a una ventina di minuti di macchina dalla città. Lì, le colline sfiorano i 300 metri sul livello del mare, le brezze marine assicurano efficaci escursioni termiche giorno/notte e le argille donano morbidezza tanto al paesaggio quanto ai vini che qui si producono. I vitigni della tradizione cagliaritana sono la Malvasia, il Moscato, il Nasco e il Girò (ideali per la produzione di vini da meditazione aromatici), il Nuragus (che si traduce in un bianco minerale e sottile) e il Monica (che sfoggia rossi di peculiare mordente speziato). Detto ciò, nel corso degli ultimi due decenni è andata aumentando la presenza di vermentino e cannonau, come ovunque in Sardegna, e non credo sia una strategia vantaggiosa per il futuro dell’isola.

Credo che la Sardegna più viscerale sia altrove, ad esempio seguendo la rotta in direzione Nord e attraversando il bucolico territorio del Campidano, unico tratto pianeggiante della Sardegna (insieme alla Nurra, a nord-ovest). È diviso per consuetudine in Basso Campidano (legato alla provincia di Cagliari e di cui ho accennato in precedenza) e Medio Campidano, raccolto nella provincia di Oristano. Qui la presenza della vite è marginale (prevalgono gli ortaggi e le colture foraggere), benché meriti considerazione la storica denominazione d’origine Arborea, dove le uve protagoniste sono – in via del tutto eccezionale –  il Sangiovese e il Trebbiano, portate in zona – nei primi del 1900 – da coloni emiliani arrivati qui per bonificare le paludi insalubri. Sono certo che sia il Semidano (bianco dotato d’insolita freschezza) che il Campidano di Terralba (Doc mai rivendicata dai produttori locali) potrebbero lasciare indifferenti anche i degustatori più curiosi, non invece la Vernaccia di Oristano, tra i fiori all’occhiello di tutta l’enologia sarda (e tra i più squisiti vini ossidativi del mondo). Si produce nell’umbratile valle del Tirso, tra Solarussa, San Vero in Milis, Oristano e Oliastra-Simaxis, su un letto di terra alluvionale molto basso, sciolto e umido soprattutto sulla sinistra del fiume (nel settore chiamato Bennaxi), appena più alto e asciutto sul versante opposto (conosciuto come Gregori). La Vernaccia è sovente allevata ad alberello basso, tenuta a non più di venti centimetri dal suolo e potata a quattro speroni, uno per ogni branca: in queste condizioni si ottengono vini concentrati e stabili che accettano la sfida dell’ossidazione, esaltandosi alla prova del tempo.

Se la Vernaccia di Oristano è sinonimo di maschia prepotenza, la Malvasia di Bosa merita aggettivi più raffinati. Si produce nella pacifica Planargia, dove si arriva percorrendo un tratto della SS 131 bis fino a Macomer e da qui imboccando la strada per la vivace Bosa, in direzione della costa centro-occidentale. Fuori dal finestrino scorrono immagini tra le più affascinanti che io ricordi, la Valle dei Nuraghi si rivela una grandiosa macchina del tempo, con remoti villaggi di pietra puntellati dai colori della macchia. Le parcelle di Malvasia sono sporadici fazzoletti strappati agli espianti selvaggi del secolo scorso e si aggrappano su colline terrazzate di matrice calcareo-tufacea, asciutte e ricche di potassio, sulle quali i vecchi alberelli si affiancano ai Guyot di più recente coltivazione. Qui i sassi odorano di fiori e di pietra focaia, e l’aria sa di mare, tutti elementi che ritrovo nelle migliori Malvasia di Bosa, sia secche e lievemente ossidative (che prediligo), sia nelle più confortevoli versioni dolci.

In verità a confortare il viaggiatore ci penserà soprattutto l’Ogliastra, simbolo di una natura prolifica di capolavori, impasto perfetto di mare e montagna. Basta mezz’ora d’auto per mettere in collegamento sensoriale le prodigiose rocce rosse di Arbatax e i boschi di lecci di Santa Barbara, il caldo della costa e la frescura dei piccoli borghi montani affacciati sul resto del mondo. E anche dal punto di vista del collezionista di terroir l’aria è sana e mutevole, passando dai ripidi declivi terrazzati di Jerzu, con terreni in prevalenza granitici, alla pianura alluvionale di Tortolì, dove le sabbie affiancano le argille. Ovunque primeggia il Cannonau, che qui trova uno dei suoi luoghi di reputata vocazione. E merita un briciolo della vostra attenzione la recente riscoperta del Cannonau Bianco, uva antica e negletta che grazie al lavoro del giovane Roberto Pusole, vignaiolo a Baunei, prova a uscire dall’anonimato.

Forse solo mufloni, pastori e pecore non si perdono nelle Barbagie, all’ombra del Supramonte, appendice del Gennargentu e massiccio calcareo simbolo di questa terra rude, impervia, selvaggia. Montagne di falesie giurassiche belle da togliere il fiato, un quadro realista di pascoli da presepe e di foreste alpine, di gole vertiginose e di sentieri cavernosi. È vero, il contesto paesaggistico è straordinario, ma vi assicuro che non è da meno quello viticolo, che si sviluppa ai piedi di quelle mirabili vette carbonatiche, tra Mamoiada, Oliena e Dorgali, triangolo virtuoso del miglior Cannonau possibile. Mamoiada custodisce in alta quota un numero clamoroso di vecchi alberelli coltivati su disfacimenti di graniti; Oliena sta più in basso, intorno ai 350 metri di altitudine, alternando scisti, basalti e arenarie che rendono il Cannonau particolarmente floreale; Dorgali invece approfitta di un’orografia più mite, di terreni più profondi e della prossimità del mare per alimentare rossi che alla personalità prediligono la beva.

La personalità, poderosa, la ritroverete in Romangia, dove gli oltre mille ettari vitati di Sorso e di Sennori godono di grande fama in tutta la regione (e ormai anche fuori). Per arrivarci vi consiglio di passare da Alghero, che non è solo mare di corallo, antiche atmosfere latine e una rambla che ricorda Barcellona. Alghero è anche vino, visto che ospita il quartier generale della gigantesca Sella & Mosca e le sue infinite distese di vigneti pianeggianti, su suoli di medio impasto, a tratti sciolti e sabbiosi. E non è finita, perché la vasta campagna sassarese, placida e rilassante, modellata su terreni collinari di matrice tufaceo-calcarea, tocca anche il Luguodoro, l’Anglona e le contrade alla periferia di Sassari. Questa è la culla del raro e fruttato Cagnulari, uva a bacca nera che deve a Giovanni “Billia” Cherchi l’odierna notorietà.

Dicevo della Romangia, ennesimo luogo d’incanto affacciato interamente sullo splendido Golfo dell’Asinara. Se chiudo gli occhi rammento senza difficoltà migliaia di alberelli centenari e silenzi non ipotizzabili altrove, rotti solo dalla veemente personalità di Alessandro Dettori e dei suoi vini, fuoriclasse della Sardegna tutta. La produzione viticola locale è in prevalenza appannaggio di due piccoli comuni confinanti: la pianeggiante Sorso, su argille calcaree e sabbie (soprattutto nei pressi della costa) e la collinare Sennori, dove i terreni sono bianchissimi, magri e particolarmente calcarei, su cui si formano Cannonau, Vermentino e Moscato di concentrazione fuori dal comune e di sapore sensazionale.

Sensazionale proprio come la Gallura, terra di granito che sale da chissà dove avvolgendosi in alte onde, come un mare in tempesta che si è solidificato negli abissi delle ere geologiche. La Gallura è come la mitologica Tiresia, femmina nel rosa di graniti levigati e maschia nel grigio degli speroni del Limbara, mostrando una forza primitiva al cui cospetto si resta ammaliati. La Gallura è spigolosa e arida, insospettabilmente diversa dai suoi celebri Vermentino, bianchi invece ammalianti nei profumati di pesche, di agrumi e di camomilla; alcolici e sferici nel disegno, a dispetto di un alito minerale che si fa più marcato col passare degli anni. La Gallura più arcigna sta nella parte interna della regione (Alta Gallura) e ve la godrete attraversando i villaggi di Tempio Pausania, Calangianus, Luras, Monti e Berchidda, mentre il versante esterno (Gallura Costiera) si snoda, da ovest ad est, toccando le colline di Palau, Arzachena, Olbia e Loiri Porto San Paolo. In entrambe le aree sono presenti anche il Moscato e la Caricagiola e – in misura inferiore – altre uve tradizionali (Cannonau incluso). Le vigne, in prevalenza potate a Guyot, bucano suoli sciolti, grossolani e rocciosi originati da un lungo disfacimento granitico, attestandosi intorno ai 300 metri di quota, ma con numerose eccezioni sia verso l’alto che verso il basso. Prima di congedarvi dalla Gallura, fate un salto a Badesi, unico esempio gallurese di terroir marittimo, con un buon numero di vecchi, meravigliosi alberelli coltivati a piede franco su dune sabbiose, proprio a due passi dalla spiaggia. In quelle condizioni così particolari, il Vermentino matura prima rispetto al resto della Gallura e i vini perdono la connotazione fruttata tipica del varietale a favore di un più rarefatto bouquet di resine e balsami.

Ovunque voi siate, qualunque vino sardo voi abbiate tra le mani, la prima impressione che ne avrete è di una forza illimitata, benché mai priva di buone maniere. Forza che non solo inverte ogni ipotesi di equilibrio e di armonia, lasciando tuttavia inalterato, per chi sarà ben disposto, il piacere del sorso, che è un piacere molto fisico, oserei dire penetrante.

Il secondo tratto comune ai vini della Sardegna è il calore. Calore all’apparenza non plausibile, ma inevitabile e credo necessario. Nel senso che l’alcol nei vini migliori non prosciuga le energie, le esalta; non abbatte il ritmo, lo sostiene; non mortifica il sapore, ne è parte integrante. Se in molti vini del Centro-Sud d’Italia è la fibra salina a veicolare lo sviluppo al palato e in molte bottiglie del Nord Italia è l’acidità a rivendicare la leadership gustativa, nei liquidi sardi è l’alcolicità ad avere il sopravvento. Prenderci le misure ne varrà la pena, perché oltre l’alcol c’è di più, molto di più.

Sardegna. Vigne a Mamoiada

Bere un autentico vino sardo, di una delle tante tipologie ipotizzabili, equivale a una chiacchierata tra persone care davanti al camino, quando fuori è freddo e si cerca il tepore del fuoco amico per scaldarsi. Fuoco che coccola e non brucia, fa bene e non male.

Forza e calore stanno alla base della riconosciuta potenza di questi vini, bianchi, rossi, rosati, dolci e ossidativi, non fa differenza. Potenza più buona che bulla, che non intimidisce e ti fa sentire al sicuro. Potenza innata, né imposta né esibita, silenziosa come un gigante nell’ombra.

La stazza enorme di molti dei migliori vini della regione potrebbe apparire monolitica a un bevitore inesperto e lascerebbe (fra)intendere liquidi ottusi, statici, brucianti. Credo sia comprensibile.

Allora vi suggerisco di andare oltre le apparenze, accettando il loro abbraccio generoso e perdonando l’ostinazione di una personalità ingombrante.

E sono certo che capiterà anche a voi, prima o poi, di ammirare tutti i colori dell’arcobaleno. Colori a tinte forti, con un repertorio di tonalità che lascia esterrefatti e disegna una mappa sensoriale esclusivamente sarda.

Di nessun altro posto al mondo.

 

I miei indirizzi in Sardegna

Cantina Giba (www.cantinagiba.it)

Cantina Gungui (cantinagungui@tiscali.it)

Deperu-Holler (www.deperuholler.com)

Gostolai (www.gostolai.it)

Alberto Loi  (www.albertoloi.it)

Famiglia Orro (www.famigliaorro.it)

Meigamma (334 305 3336)

Giovanni Montisci (giovannimontisci@tiscali.it)

Panevino (info.panevino@libero.it)

Porcu Fratelli (www.fratelliporcu.it)

Pusole (roberto.pusole@gmail.com)

Quartomoro  (www.quartomoro.it)

Giuseppe Sedilesu (www.giuseppesedilesu.it)

Sa Defenza (sadefenzadonori@gmail.com)

Sorace vini (www.soracevini.com)

Tenute Dettori (www.tenutedettori.it)

Orlando Tondini  (www.cantinatondini.it)

Vini Mura (www.vinimura.it)

 

*She’s like a rainbow
Coming, colors in the air
Oh, everywhere
She comes in colors…

 

 

 

 

 

 

 

Francesco Falcone

Pugliese di Gioia del Colle, Francesco Falcone è un degustatore indipendente, divulgatore e scrittore. Dopo un biennio di formazione nella ciurma di Porthos, una lunga esperienza piemontese per i tipi di Go Wine (culminata con il libro “Autoctono Si Nasce”) e due anni di stretta collaborazione con Paolo Marchi (Il GiornaleIdentità Golose), ha concentrato per un decennio il suo lavoro di cronista del vino per Enogea (2005-2015). Per otto edizioni è stato tra gli autori della Guida ai Vini d’Italia de l’Espresso (2009-2016). Dal 2016 è firma di Winesurf, il Giornale di Carlo Macchi. Nel 2017 ha scritto il libro “Centesimino, il territorio, i vini, i vignaioli” (Quinto Quarto Editore). Nell’estate del 2018 ha collaborato alla seconda edizione di Barolo MGA, l’enciclopedia delle grandi vigne del Barolo (Alessandro Masnaghetti Editore). A dicembre del 2018, per la faentina Quinto Quarto uscirà il suo libro “Intorno al Vino, diario di un degustatore sentimentale”. Deve a Federico Graziani il battesimo vinoso, a Sandro Sangiorgi la passione per la degustazione, a Alessandro Masnaghetti l’amore per il giornalismo, a Giampaolo Gravina il bernoccolo per la scrittura, a Vania Valentini la svolta in direzione dell’insegnamento. Da cinque anni cura numerosi laboratori indipendenti di approfondimento da Nord a Sud d’Italia.


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