Matteo Ascheri: potremmo anche togliere qualche MGA9 min read

Winesurf. “Buongiorno Matteo, nei giorni scorsi ho pubblicato un articolo sulle MGA del Barolo e del Barbaresco.”

Matteo Ascheri. “Buongiorno a te. L’ho letto.”

W.“Allora sai già che ti dovevo chiamare, prima però devo farti una domanda che ho in testa da più di un mese. Cosa ti ha fatto Vinitaly a cui non risparmi da tempo critiche?”

M.A.“Si tratta di due argomenti: uno è sulle fiere in generale, che sono state uno strumento valido ma oramai vecchio e quindi bisogna pensare a qualcosa di diverso. Il secondo è la Fiera di Verona, quella che ha fatto meno passi in avanti. In generale il mio lavoro è quello di fare vino e quello dell’Ente Fiera di fare fiere: quindi il problema è loro e devono darsi da fare perché i tempi cambiano e ormai sono irrinunciabili  ragionamenti su servizi adeguati e quant’altro. Non si può vivere di rendita di posizione per anni. D’altra parte anche i produttori devono muoversi e capire come vendere i loro prodotti: non possono pensare ‘andiamo in fiera e vendiamo’. Ci sono altre opportunità da cogliere.”

W. “Ma Prowein com’è?”

M.A.“L’organizzazione è ottima, per carità, ma quest’anno è stata moscia. Siamo in un lento ripetersi e ormai è chiaro che con gli stessi soldi si possono fare cose diverse e migliori: per esempio se hai un bel territorio e l’Italia ne è piena, invitarci la gente.”

W. “Veniamo al tema MGA. Fermo restando che specialmente in Langa sono fondamentali, avevo letto dei dati che mi avevano un po’ sorpreso, anche perché enfatizzati secondo me in maniera sbagliata: una cosa è rivendicare una MGA alla vendemmia, un’altra è al momento dell’andare in bottiglia.”

M.A. “Dipende anche cosa uno vuol fare e ti faccio l’esempio della mia azienda. Noi rivendichiamo tutte le MGA al 100% in vendemmia, poi ho 4 anni di tempo per capire cosa fare. Inoltre io le MGA anche se le rivendico le faccio solo nelle grandi annate e durante l’affinamento posso decidere se mantenerle o passarle a Barolo “base”, che è un termine molto brutto…”

W. “Possiamo chiamarlo “non MGA.”

M.A.“Potremmo, ma c’è un passaggio intermedio importante che sono le Menzioni Comunali che vorremmo sviluppare. Secondo me va bene che le MGA siano rivendicate al 25-30%, che rappresenta la punta della qualità. Ma il resto è comunque Barolo di “assemblaggio” tra zone, che era storicamente il modo di produrre Barolo. Quello che manca adesso e la Menzione Comunale, che sarebbe il cuscinetto perfetto tra le MGA e il Barolo“base”.

W. “Scusa se ti interrompo: le Menzioni Comunale langarole come sono strutturate?

M.A. “Tu vinifichi uve di Serralunga d’Alba e puoi chiamarle con quel nome in etichetta. La situazione MGA è quella che hai descritto nell’articolo ma non la vedo preoccupante, tant’è che abbiamo in mente, con calma, di fare una revisione di queste MGA, visto che qualcuna tra le 170 create a suo tempo non è mai stata rivendicata, e eliminarle se non servono.”

W. “Del resto anche le DOC possono essere eleminate se non rivendicate mai.”

M.A. “Certo. Ma vorrei anche dire che le MGA hanno valori diversi sul mercato: alcune sono molto più conosciute e rivendicate di altre. C’è una cosa importante da sottolineare: ogni anno  è un “campionato diverso” e non è detto che ogni vendemmia premi sempre le stesse zone.”

W. “Lo dico anch’io nell’articolo: non è detto che MGA Vigna Pinco, tanto per fare un nome di fantasia, sia il meglio in assoluto di quel comune, anno dopo anno. Per esempio in questo momento le posizioni migliori sono quelle che stentano forse di più perché siccità e caldo hanno creato situazioni molto particolari. Per certi versi posso dire che si ritorna al passato, quando il Barolo di assemblaggio era l’unico possibile?”

M.A. “Per me il Barolo di assemblaggio funziona alla grande ed è giustificabilissimo perché non potendo assemblare vitigni assembli zone e arrivi a produrre dei grandi vini. La MGA ti permette una’altra cosa, l’unicità e la riconoscibilità, così oltre al monovitigno hai anche il monovigneto. Inoltre in annate in cui non si fanno MGA il barolo “base” si avvantaggia delle uve di queste vigne. Poi c’è anche il discorso commerciale, con tanti imbottigliatori che, in qualche modo, andrebbero mantenuti a percentuali più basse del 30%”

W. “Tra l’altro nel Barbaresco gli imbottigliatori contano molto meno.”

M.A. “Barbaresco è una realtà completamente diversa: è un terzo del Barolo e inoltre diversi marchi sono nati dopo rispetto al Barolo. 50-60 anni fa era composto da vignaioli che cedevano le uve ai produttori di Barolo che, andando nel mondo, facevano anche Barbaresco per completare la gamma. Quando poi hanno deciso di passare fortemente all’imbottigliatoin primo luogo si sono ispirati ad un modello che si chiama Angelo Gaja.”

W. “Forse sbaglierò ma essendo molti produttori conferitori della Produttori di Barbaresco, che già imbottigliava MGA, si sono trovati a gestire direttamente delle MGA quando hanno deciso di uscire dalla cantina sociale”

M.A. “Posso dire che i Barbaresco sono più affini tra di loro, perché avendo iniziato a vinificare tardi rispetto al Barolo, diciamo 30-40-50 anni fa, si ritrovano con pochi  stili, cosa che il Barolo, con background storico di 100-150 ha creato e diversificato da tempo.”

W. “Ci hanno chiesto e così lo chiediamo a te come funziona, dal punto di vista legslativo, il non uso della MGA già rivendicata”.

M.A. “Da quel punto di vista la MGA rivendicata se non viene “usata” deve essere riclassificata, facendo una comunicazione all’ente di controllo, che per noi è Valore Italia.”

W. “Un’altra cosa che interessa molto ai nostri lettori è questa: Il fatto di mettere una MGA in bottiglia, in percentuale, quanto fa lievitare il prezzo di un Barolo?”

M.A. “Dato che si parla di unicità e irripetibilità è ovvio che il prezzo aumenti non di poco. Magari ci sono solo 3-4 produttori a poter rivendicare una MGA e questo alza il valore. Per esempio se io alla vendemmia rivendico 100 quintali di una MGA e poi li metto ad affinare in contenitori diversi, alla fine posso rivendicare solo quello che reputo il migliore e più rappresentativo di quella MGA, il resto rientra nel Barolo “base”. Quindi è ovvio che l’unicità e l’eccellenza assoluta qualitativa hanno un valore più alto.”

W. “Cerco di interpretare il tuo pensiero: non è detto che una MGA sia meglio di altri non MGA ma sicuramente rappresenta al meglio le caratteristiche di quelle vigne.”

M.A. “Partendo dal fatto che la qualità è basilare noi dobbiamo comunque essere riconoscibili sul mercato e si è riconoscibili con poche cose: un vitigno, un vigneto e la terza cosa è l’interpretazione del produttore. Quindi la MGA è il massimo della riconoscibilità oltre che della qualità. L’assemblaggio ti permette di fare vini più omogenei e più facili da capire.”

W. “A proposito, si sta andando verso una riconoscibilità tramite MGA che piano piano sta coinvolgendo sempre più territori. Questo porta con sé sempre più informazioni, anche tecniche, nella testa del consumatore finale, magari non proprio espertissimo. Non c’è il rischio che venga fuori una gran confusione?”

M.A. “Questa spiega il perché di evidenziare solo il 25-30% della denominazione, che si rivolge ad un pubblico che dovrebbe essere preparato su questi temi. Tante volte comunque noi produttori proponiamo tante, forse troppe informazioni e il consumatore dovrebbe avere due lauree per comprenderle tutte. Comunque maggiore riconoscibilità porta a maggiori informazioni e capisco che il consumatore normale potrebbe trovarsi in difficoltà. Ma a questo punto è bene ci sia differenziazione tra un Barolo “normale” e uno da MGA, con tutto quello che si porta dietro in quanto a nozioni e informazioni.”

W. “Cambiamo argomento. Negli ultimi mesi specie dall’estero, sono arrivate delle belle bordate sull’annata 2018. Da presidente del Consorzio, come vedi la vendemmia 2018 e ti prego di non dirmi solo “Ottima” perché non lo accetto.”

M.A. “E’ un’annata media, finalmente, nel senso che non si possono avere annatone una dietro l’altra. Prima ho sparato a zero su Vinitaly ma adesso vorrei farlo sui wine critics, naturalmente esclusi i presenti.”

W. “Dai, sono salvo!”

M.A. “Anche loro hanno bisogno di essere letti e quindi devono essere estremi per fare notizia, ma la prossima battaglia che noi produttori dovremo fare è sulla schiavitù dei wine critics.”

W. “Su questo posso anche essere d’accordo però permettimi di far notare a te e a tanti produttori e associazioni che, per avere un parere più lineare e completo, dovreste smetterla di fargli assaggiare i vini sempre prima.”

M.A. “Guarda, io non gli mando più i vini. Riconosco che ci sono persone che lavorano in modo chiaro e etico, ma quelli che ci si sono creati sopra una professione e hanno bisogno di fare anche altre cose (manifestazione etc) cerco di non considerarli. Se tu produttore dipendi dai punteggi dei critici è la peggior cosa che ti possa capitare, perché la  più importante, per un’azienda, è essere indipendenti dai punteggi. Già il mercato credo abbia capito, partendo dal fenomeno delle guide e arrivando a questi soloni che arrivano dall’estero e ti insegnano a vivere.”

W. “Ma torniamo alla 2018…”

M.A.“Come detto è stata un’annata media, ma non certo ‘imbarazzante’ come è stato scritto.”

W. “Ultima domanda: pensi ci saranno dei cambiamenti o sviluppi nelle MGA, ma comprensibili a tutti?”

M.A. “Se diminuisci i numeri, come detto prima, semplifichi sicuramente ma è l’argomento a non essere facile. MGA è nata per esaltare le differenze, se poi ci metti anche l’interpretazione del produttore un po’ di surplus di informazioni può starci.”

W “Del resto anche noi due stiamo parlando per un mercato che le semplificazioni non le vuole, molti dei lettori vogliono conoscere il vino “zolla per zolla”.

M.A.“Ci sono 350 produttori nel Barolo e ognuno ha la sua storia e le sue particolarità. Ho detto in passato che la nostra realtà è delicata come la barriera corallina e per vari motivi, penso adesso ai prezzi raggiunti dai vigneti, rischia di saltare. Una volta che le aziende e i vigneti saranno in mano a compagnie finanziarie o fondi d’investimento privati la grande diversità storica e familiare della Langa va a farsi benedire. Teniamocela quindi stretta questa diversità. Questa crescita spasmodica di carattere finanziario e non economico può portare ad uno sviluppo che ci farà perdere qualcosa.”

W. “Per chiudere torno sulla tua battuta sulla barriera corallina, che mi ha fatto capire il perché della sapidità di tanti Barolo.”

Chiudiamo l’intervista ridendo.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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