Giancarlo Rocca, il vignaiolo di Langa che mi ha fatto capire l’anfora4 min read

I freni in un auto sono importanti, lo sono ancor di più se decidi di andare a trovare Giancarlo Rocca. Questo perché Ronchi (praticamente il versante opposto di Rabaja, tanto per capirsi)  ha la sua bella pendenza e la strada che porta fino alla  cantina, pur attraversandolo trasversalmente, in certi casi ti impone un uso  molto deciso dei freni.

Così arrivi in cantina da Giancarlo “a freni tirati” e devo dire che anche mentalmente ero un po’ “a freni tirati” per il fatto che la cantina utilizza anfore  e vasi di terracotta per la maturazione di alcuni suoi vini.

Voi direte che sono il solito vecchio rompicoglioni prevenuto e avete ragione, però devo (dovevo, dopo questa visita)  ancora digerire bene il discorso anfore, scinderlo dall’essere trendy e capire effettivamente il loro reale ruolo nelle varie fasi della vinificazione e dell’invecchiamento.

Quindi  resto sempre un po’ sulle mie trattando di questo genere di contenitori, in attesa poi di far parlare il vino nel bicchiere.

Ma prima del vino parliamo di Giancarlo Rocca, che dal 1996 porta avanti praticamente da solo  i circa 3 ettari che il padre Alfonso gli ha lasciato. Giancarlo è uomo di vigna, ma secondo me “esagera” perché poche volte ho visto un vignaiolo incarnare la vite  come in questo uomo magro, piccolo, tutto nervi e tendini, che sembra elastico e resistente alla fatica come una pianta di nebbiolo. La sua mano parla di vigna e di sudore, mentre i suoi occhi, luminosi, attenti, intelligenti, guardano oltre. Tra le mani e  gli occhi una faccia bruciata dal sole e dal vento, soddisfatta e sicura di sé.

Non solo un vignaiolo, ma un vignaiolo contento di esserlo. Così facciamo due passi nei Ronchi mentre mi racconta la sua storia con tutte le radici proprio lì, in quei vigneti: una moglie che gli porta “in dote” belle terre del Roero dove adesso ci sono le vigne di Arneis e due figli giovani che ancora non hanno deciso cosa fare. Giancarlo non li spinge verso la terra, perché sa che “Questo è un lavoro che devi fare con gioia, altrimenti è inutile farlo”.

La chiacchierata/camminata mi ha sciolto un po’ e così andiamo in cantina: mi aspetto una cantinetta anni settanta e invece mi ritrovo in una bella cantina anni duemila, perfetta in tutto e con botti, barrique e anfore in bella mostra. Giancarlo infatti è vignaiolo con le mani, ma con la testa è innovatore curioso e attento. Per questo  (capendo che potrebbe anche essere un motivo commerciale) ha iniziato a usare anfore e vasi vinari in terracotta per alcuni vini: in primo luogo per l’arneis  e adesso anche per il Langhe Nebbiolo, progettando di usarle per una parte dell’affinamento del Barbaresco. Bisogna ammettere che quei grandi vasi in terracotta hanno un loro fascino, vediamo se lo stesso fascino lo conservano nel bicchiere.

Si comincia assaggiando l’Arneis “In Amphoris” 2017 e comincio a registrare sensazioni che capirò meglio più avanti e che comunque riportano tutte ad una estrema giovinezza dei vini, specie quelli che hanno vissuto in anfora. Dopo l’arneis, di cui assaggiamo anche la prima prova il anfora, il 2016 (combattuto tra un naso abbastanza maturo ed una bocca giovanissima),  arriviamo  ad una bella e profumatissima barbera 2016 (in legno) dominata da frutti maturi e caldi e da una bocca equilibrata e molto  fresca.

La vera sorpresa è però il Langhe Nebbiolo 2016 completamente in anfora: un vino che sembra fatto ieri, con tutti i grandi profumi dei giovani nebbiolo, la tannicità croccante della giovinezza e una  freschezza totale. Vino che mi lascia di stucco e mi fa comprendere che l’utilizzo delle anfore, specie per il nebbiolo, non serve a “congelare” la maturazione del vino (come ho riscontrato in  altri casi con altre uve) ma ad esaltare le caratteristiche giovanili del vitigno, dandogli una piacevolezza estrema e una vita più lunga al momento della messa in bottiglia.

Ho girato attorno a questo vino per molti minuti, perché  mi ha fatto capire in un attimo i molti pregi che possono avere le maturazioni in anfora: posso dire che ha fatto cadere tutti i miei tabù  sul loro utilizzo.

Per questo quando sento dire a Giancarlo che sta pensando ad una riserva  che farà due anni in legno  grande e due anni in anfora mi viene da proporgli di invertire il processo, prima l’anfora e poi il legno: magari la mia è una bischerata ma Giancarlo è troppo cortese e troppo contento perché  mi vede  “molto motivato” sul discorso anfora per farmelo notare.

Riesco comunque a staccarmi da quel Langhe nebbiolo 2016, purtroppo prodotto in nemmeno 1000 esemplari, per arrivare ai due Barbaresco del 2015, il “Base” e il Ronchi: due vini estremamente concreti e , guarda caso, giovanissimi.

Qui l’anfora non è ancora arrivata e comunque la tannicità è quella bella scalpitante del nebbiolo. Il primo punta più sulla frutta il secondo sembra adesso più complesso con note che virano verso il balsamico, ma entrambi sono vini di notevole impatto, specie gustativo, con grandi possibilità di evoluzione  e maturazione.

Peccato che il Lanche Nebbiolo 2016 non sia ancora in commercio e nemmeno etichettato altrimenti ne avrei fatto incetta.  Mi rifaccio con i due Barbaresco, vini da lasciare in cantina per almeno 6-7 anni.

Mentre risalgo i Ronchi in auto mi viene questo pensiero “Ma tu guarda se doveva essere un vignaiolo langarolo a farmi capire le possibilità delle anfore, soprattutto di quelle prodotte in Toscana.”

Grazie Giancarlo e alla prossima!

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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