Da Nicola Bergaglio in compagnia di 25 annate di Gavi e di una grande famiglia7 min read

25 annate di un Gavi? I meno esperti potranno fare un risolino, quelli con maggiore esperienza enoica rimarranno stupiti, ma solo quelli che conoscono questa cantina capiranno in pieno il valore di questa degustazione.

Infatti,  senza nulla togliere agli altri produttori di Gavi, i vini della famiglia Bergaglio (Gianluigi il padre, Ivana la madre, Diego e Ilaria i figli) sono probabilmente i migliori della denominazione, e questo anno dopo anno.

Più volte ho proposto bendate delle loro vecchie annate a esperti degustatori, con il risultato di lasciarli spesso a bocca aperta e, nel cercare di identificare la zona, sentirli sparare da Chablis alla Mosella passando per l’Alsazia, tanto per fare qualche nome.

La famiglia Bergaglio è a Rovereto, piccolissimo borgo vicino a Gavi, dal 1942, quando nonno Nicola  lasciò la casa alla Scolca e si trasferì qui, dove adesso hanno casa e cantina ma che allora era un terreno incolto.

Il primo vino prodotto risale al 1962, l’imbottigliato al 1970 e parlando di vino dobbiamo iniziare a stupirvi: la cantina dei Bergaglio è quanto di più semplice possa esserci: un grande capannone due presse moderne, tante vasche in acciaio termocondizionate di varie misure e con molte vendemmie sulle spalle, un filtro a cartoni degli anni ’80 e stop.

Le vigne vengono curate personalmente da loro, aiutati per qualche mese da due operai: però le operazioni più importanti come  le potature le fanno tutte Gianluigi e Diego e si parla di oltre 20 ettari di vigna. La vigna del Minaia, con argilla rossa a forte componente ferrosa, è ormai famosa tra gli appassionati e se c’è una cosa che rende particolarmente fiero padre e figlio è il modo in cui tengono i vigneti.

Diego e Gianluigi Bergaglio

Quindi buona uva, naturalmente si parla solo di Cortese (fanno anche un rosso ma è praticamente per casa),  grande esperienza che porta a minime lavorazioni in cantina, dove i mosti fermentano non agli ormai canonici 13-14° ma a 22-23° e più. Voglio sottolineare questo scelta tecnica perché porta i loro vini a sfruttare in tutto e per tutto le sostanze aromatiche presenti nell’uva e non ha ricercare e creare aromi tanto di moda quanto instabili. Inoltre, scusate se è poco, si risparmiano fior di quattrini di elettricità. Il freddo viene usato solo come decantazione statica prima dell’imbottigliamento, che di solito avviene in varie partite e inizia da marzo dell’anno successivo.

I Bergaglio, di questi tempi dove fare tre cru, due selezioni e una riserva è quasi obbligatorio, fanno da sempre solo due vini: Il Gavi Etichetta Bianca e il Gavi Minaia con l’etichetta nera. Non vanno mai a presentare i loro vini, anche perché a parte privati, ristoranti o enoteche amiche che vengono direttamente in azienda a comprarsi il vino, vendono tutto all’estero, ad un unico distributore in Inghilterra e ad un prezzo che definirlo ridicolo e fargli un favore.

Per me (e per molti altri) potrebbero tranquillamente raddoppiare i prezzi e venderebbero tutto lo stesso, però la loro mentalità gli impone prezzi eticamente corretti, dove loro si sentano di avere il giusto guadagno e niente più.  Se aumentassero “troppo” il prezzo dei due vini probabilmente si vergognerebbero anche se, fidatevi, alcune annate valgono il triplo di quanto si pagano in cantina comprando una singola bottiglia (Minaia 6.50 Euro… , ripeto 6.50, avete letto bene).

Siamo di fronte ad una famiglia che ha il culto del lavoro, ma di quello fatto bene, con la soddisfazione che può dare quando non si pensa solo al guadagno ma a produrre qualcosa di cui andare fieri, dove la fatica fa parte della giornata, mentre non ne fanno parte le visite (se non al termine della giornata di lavoro) le presentazioni di vini, tutto quel mondo su cui invece ruota il sistema vino, che magari servirà a vendere ma che ha un costo. Fate una riflessione: vendere ad una sola persona, non dover spedire vini a ristoranti e enoteche, non avere agenti rappresentanti, porta a risparmi notevoli e a concentrarsi sul prodotto. Quindi i Bergaglio i conti li sanno fare, prova ne sia che recentemente hanno comprato quattro ettari di vigna che a Gavi non viene proprio regalata.

Le “modernissime”, ma perfette per il loro compito, vasche in acciaio della famiglia Bergaglio

Vi ho promesso una degustazione e sto parlando solo del produttore: mi scuso ma è fondamentale per capire l’onore che ci hanno fatto e la gioia che ci hanno dato inquadrare questa famiglia Contadina (con la C maiuscola) a tutto tondo, che all’interno del grande capannone che funge da cantina ha ricavato  una bella e spaziosa sala di degustazione dove però non c’è bisogno di frigo da 10.000 euro perché i loro vini danno il meglio se non sono freddi, quindi attorno ai 13-14° e anche più.

A questo punto tranquilli, non farò una degustazione didattica vino per vino, non vi ammorberò con termini tecnici ripetuti ad libitum: cercherò di passarvi le sensazioni più vivide che ci hanno lasciato i migliori fermo restando che tutti, dal primo all’ultimo, erano buonissimi. Prova ne sia che Winesurf dal 2006 ha conferito al Minaia il riconoscimento di Vino Top ben 14 volte e che il 2021 è stato considerato da noi come il miglior bianco d’Italia.

Una cosa non ho detto dei vini dei Bergaglio e riguarda il pH. Sono vini che difficilmente hanno acidità molto alte, diciamo superiori a 5.5, ma sono regolarmente con pH di 3.1/3.2 al massimo, il che li porta naturalmente a grandi possibilità di invecchiamento pur non essendo “verticali”.

Parto con il 2024 (del 2025 parliamo nei risultati della guida Winesurf 2026), annata difficile: colpisce l’evoluzione al naso, sicuramente accelerata rispetto ad altre vendemmie, con note di idrocarburo che si fondono benissimo a sentori floreali e minerali. In bocca non sembra del 2024: tanta potenza e pienezza con un timbro austero.

Il 2023 ha un naso eccezionale, dove convivono agrumi, fiori, note minerali e particolari sentori tostati: stare a gordermelo per ore. In bocca è corposo, profondo, fresco e giovanissimo.

Arriviamo al 2021, per noi miglior bianco d’Italia nel 2022. Naso dominato adesso da frutta secca ma ha solo bisogno di aprirsi. Bocca molto potente, piena. Più che sapido è proprio salato: potremo riassaggiarlo con comodo tra 10-15 anni.

2019. Ridotto all’inizio poi butta fuori tutte le erbe officinali del mondo, in particolare menta e timo. Potente ma molto elegante al palato.

L’unico filtro presente in cantina

2017. Dato che abbiamo assaggiato sia il Minaia che l’etichetta bianca diamo un pò di spazio a quest’ultima: naso con belle note di albicocca matura e di mandorle, potente, persistente e grassottello al palato.

2015. Torniamo al Minaia. Naso con frutta secca e note balsamiche, rotondo e perfettamente equilibrato, in questo momento al suo top.

2012. L’unico con un colore dorato intenso: note di frutta secca e caramello mentre in bocca ha la classica calda potenza del Minaia con una rotondità piacevolissima.

2010. Naso con note quasi tostate e sentori che ricordano i grandi metodo classico invecchiati: burro, pan brioche, mandorle. Bocca di un’eleganza incredibile, visto che è ancora giovanissimo e molto, molto potente.

2003. La diretta evoluzione del 2010: pan brioche, burro, frutta candita e frutta secca al naso in un tripudio di aromi. In bocca troviamo ancora potenza, pienezza e grande corrispondenza aromatica. Un vino eccezionale!

2001.Chiudiamo con l’Etichetta Bianca, tanto per far capire che anche il “vino base” è qualcosa di notevole. Colore dorato, ancora sentori di frutta matura al naso, vivo, potente e rotondo al palato.

Chiudo ribadendo che siamo di fronte ad una cantina molto diversa e particolare: producono due soli vini da sempre e anno dopo anno questi due vini sono sempre tra i migliori (se non i migliori) della denominazione, li vendono a prezzi ridicolmente bassi e possono tranquillamente maturare e migliorare per 10-20 anni. Sono Contadini con la “C” maiuscola e anche concreti con la “C” maiuscola. Hanno idee chiarissime sul loro presente e sul futuro, che sarà uguale al passato come modo di produrre vino e di vivere. Come le tre stelle Michelin valgono il viaggio, anche se si parte da Tokyo o da Brasilia.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


LEGGI ANCHE