Chianti Classico DOCG 2009, Castello La Leccia3 min read

In questa rubrica non parleremo dei problemi geriatrici di qualcuno di noi (anche se sarebbe utile). Il nostro intento è quello di andare a scovare e raccontare i vini italiani “non giovanissimi”. Abbiamo pensato a questa dizione perché non parleremo quasi mai di quelli che vengono definiti “vini da grande invecchiamento” ma cercheremo sorprese, chicche, specie tra vini che nessuno si aspetterebbe.

Se la memoria non m’inganna (e se m’ingannasse portate pazienza), l’annata 2009 in Chianti Classico fu dai più giudicata buona, ma non eccezionale. Mai fidarsi, però, dei giudizi a caldo e della propria memoria. E mai dimenticare che ciò che è vero in generale può non essere vero in particolare, con buona pace dell’IA che tutti vanamente consultano quando sono a corto di idee, argomenti e ricordi.

Ho assistito in diretta alla stappatura di questo sontuoso 2009: il tappo era integro e viva la curiosità dei commensali. Al netto di ciò, devo però ammettere che non mi aspettavo tanta sostanza da un Gallo Nero “base”, come a volte si usa dire.

Siamo a Castellina, con altitudini che variano dai 300 ai 500 metri e vigneti esposti a sud e a sud ovest, su  terreni argillosi e ricchi di calcare e galestro. Nulla è dato sapere sui sistemi di vinificazione dell’epoca, quando l’azienda, già biologica, era ancora di proprietà della famiglia Daddi, che l’aveva acquistata negli anni ’20 del ‘900 e che l’ha in seguito ceduta agli svizzeri Sonderegger, attuali titolari della medesima e del bella villa-castello trasformata in resort (gli appassionati non si perdano, come minimo, i giardini monumentali e vedute che arrivano fino a Radicofani). Si sa solo, come riporta il sito aziendale, che il vino fu prodotto la prima volta (si intende imbottigliato, suppongo) nel 1950. Sangiovese 100% oggi come, forse, allora.

Ciò che sorprende non è solo il colore, ancora integro, con appena qualche accenno caldo, ma la freschezza che affiora al primo approccio. Una freschezza viva, suadente, elegante, che al naso regala quegli accenni balsamici perfino pungenti che invogliano a tuffare ripetutamente il naso nel bicchiere, accompagnata dai giusti accenni di frutto e a un’intensità penetrante di ciliegia matura ma non troppo, capace di donare subito al vino un tratto aristocratico. L’ottima  musica continua al palato, con un’ampiezza e una trama tannica che si distende in note quasi piccanti e in un ritorno di freschezza quantomai rassicurante. Coda finale lunga e sapida, setosa, per un sorso.

In sintesi, uno di quegli assaggi che ti riconciliano con tante cose. Prima di tutto col fatto che nulla è imprevedibile e che non è così difficile prevenire la noia. Poi con la consapevolezza che i tempi lunghi, quando c’è la base, portano sempre a saggezza e solidità

Grazie al direttore Guido Orzalesi per aver riesumato questa bottiglia a suo modo didattica.

Stefano Tesi

Stefano Tesi, giornalista professionista, scrive per vari giornali italiani di gastronomia e viaggi. Il suo giornale online è Alta Fedeltà.


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