Carlo di Borbone che la volle e Lugi Vanvitelli che la progettò non credo potessero immaginare che dopo quasi tre secoli dalla posa della prima pietra questa reggia, ricca di fontane e vie d’acqua, sarebbe stata al centro del mondo del vino campano.
Ma così è stato e nella maestosa Reggia di Caserta lo scorso 23 aprile è partita la quindicesima edizione di Campania Stories, che ha ricalcato un format di successo in cui la stampa nazionale e internazionale incontra i vini campani.

Quest’anno il baricentro era sulla provincia di Caserta, sicuramente la meno conosciuta, dal punto di vista enoico, tra quelle campane. Ma se il centro era Caserta e la sua provincia Campania Stories ha acceso la luce su tutto il vino campano, grazie alle solite degustazioni mattutine e alle visite pomeridiane e serali.
Non vi nascondo che si tratta di un tour del force che, se svolto senza sgarrare, ti mette a dura prova: infatti i quasi 300 vini presenti si potevano degustare in due lunghe sessioni dalle 9 alle 15.30, per poi partire in auto e visitare almeno due cantine tra pomeriggio e sera.
Ma cosa ci ha detto la quindicesima edizione di Campania Stories?
In primo luogo che nessuno è “profeta in patria”, anche i ragazzi di Miriade & Partners che, partendo dall’Irpinia, la organizzano da sempre. Infatti se in passato il fulcro della manifestazione vedeva i vini dell’Irpinia al centro, mano a mano che passano gli anni ci sono sempre meno produttori di Taurasi, Fiano di Avellino e Greco di Tufo e sempre più vini delle altre zone. Questo permette da una parte di farsi un quadro più ampio e diversificato ma dall’altra mostra anche una gravissima mancanza di attenzione e di voglia di stare al passo tra chi produce le DOCG più famose della Campania.
Veniamo ai vini e alle annate
Per i bianchi era di scena la 2025, ma con almeno il 50% di vini di annate precedenti e questo ci porterà più avanti ad un ragionamento interessante.
Per i rossi il discorso è più complesso dato che molti producono vini da più o meno lungo invecchiamento: comunque siamo partiti dal 2025 per arrivare fino al 2015.
Prima dei vini parliamo dell’ultima annata, la 2025: sintetizzando molto è stata (ma non ci voleva molto) nettamente superiore alla 2024, presenta e presenterà vini dai buoni profumi, interessante freschezza ma (per fortuna, specie per i rossi) corpo più spostato sul dinamismo che sulla potenza. Annata definita dai produttori di quantità e qualità: di quantità è certo, visto un +13% di produzione rispetto alla 2024, di qualità è probabile, ma “senza esagerare”.

I bianchi giovani con risultati di buon livello
Facendo una mini classifica tra i bianchi Irpini, In particolare Fiano di Avellino e Greco di Tufo, cioè quelli su cui ci focalizziamo per primi negli assaggi, possiamo dire che, almeno per la 2025, è finita in pareggio. Lo scorso anno il Greco di Tufo aveva surclassato il Fiano ma quest’anno i buoni profumi floreali del Fiano pareggiano la classica “tannica” grinta al palato del Greco ancora leggermente chiuso al naso, mentre i Fiano in bocca mancano un po’ di freschezza. Comunque un annata buona (ma non ottima) per entrambi i vini, specie se bevuti a partire dal 2027, forse 2028.
Per quanto riguarda l’altro vitigno ormai alla ribalta da anni, cioè la Falanghina abbiamo avuto ottimi riscontri dai Campi Flegrei mentre nel Sannio la situazione è diversa e si capisce che ormai qui la Falanghina è divisa tra quella giovanissima per il mercato estivo, con caratteristiche di semplicità estrema e quella con buone prospettive di invecchiamento. Il primo tipo, tutte naturalmente del 2025, presenta vini semplici, leggeri, addirittura scontati (non nel senso dello sconto…) che svilòiscono un po’ il vitigno, mentre i secondi, sempre di annate precedenti, fanno capire le possibilità di invecchiamento e di complessità che può raggiungere il vitigno. Nei Campi Flegrei invece questa differenza non è così marcata per un semplice fatto, che molte delle Falanghina d’annata possono maturare bene per anni e quelle presentate con uno o più anni sulle spalle sono sempre vini di alto profilo. Indubbiamente i Campi Flegrei, anche per i Piedirosso è sempre più una zona di grande interesse, anche per i prezzi che continuano a mantenersi a livelli più che umani.
Per quanto riguarda gli altri bianchi la qualità, che si parli di Pallagrello bianco, di zona del Vesuvio, di Penisola Sorrentina e di Ischia la qualità è in netta crescita anche se il nostro cuore punta direttamente verso le complessità e soprattutto le diversità (ne riparleremo dopo, come detto sopra) che oggi fanno realmente la differenza nel mondo dei bianchi.

I rossi, sia giovani che invecchiati, con l’aglianico che dovrebbe “ammodernarsi”
Passiamo ai rossi e partiamo con i piedirosso che specialmente nei Campi Flegrei sono ormai garanzia di piacevolezza accanto a buone o buonissime possibilità di invecchiamento. I profumi che sprigionano sono veramente ammalianti, specie perché li mantengono per anni per poi mostrare una buona terziarizzazione.
A questo punto vi parliamo della sorpresa in rosso dei nostri assaggi e cioè del Falerno del Massico, in particolare con la versione dove il primitivo predomina: vini profumati di frutta nera matura, con tannicità suadenti, corpo armonico, equilibrio e buone possibilità di invecchiamento. Veramente buoni, da cercare e da provare!
Arriviamo al vitigno rosso “sovrano” della Campania, in particolare di Sannio e Irpinia, l’aglianico. Sovrano si, ma non molto illuminato! Anche se capiamo che si tratta di un vitigno “virile” potente, dalla tannicità esplosiva non riusciamo a credere che in quasi in 25 anni che li assaggiamo si rimanga ancorati al solito cliché di tanniniche solo il tempo potrà forse ammorbidire. In certi casi ci sembra quasi ci sia un accanimento terapeutico nell’estrazione tannica, specie se associata all’uso di legni non eccezionali, perché da una parte si salvano per freschezza , tannicità equilibrata e profumi, diversi aglianico non passati in legno, dall’altra un fetta dei Taurasi grazie ad uve di livello superiore, legni migliori, vinificazioni e invecchiamenti molto attenti. Oramai le tecniche per gestire, sia in vigna che in cantina la èpotenza tannica esistono e i fior di enologi che girano in Irpinia e nel Sannio dovrebbero sapere come procedere, però ci ritroviamo, anno dopo anno, ad assaggiare aglianico dotati di veri e propri tannini mannari che ti assalgono il palato e non mollano la presa. Se ci mettiamo alcolicità importanti e spesso anche acidità vive il quadro è veramente inquietante, specie per chi deve, in un mondo sempre più portato verso vini bianchi o comunque rossi non aggressivi, proporre e vendere vini del genere. Inoltre, scusateci ma è proprio obbligatorio sconcertare il consumatore con DOC e IGT (Irpinia Aglianico, Irpinia Aglianico Campi Taurasini, Campania IGT) che in realtà dicono ben poco sulla qualità del vino e solo agli esperti del settore qualcosa sul territorio?
Gli stessi problemi di tannicità, ma in forma minore, accadono per i Casavecchia: qui però dobbiamo inesrirci un disciplinare astruso che con due anni di legno riesce solo a soffocare le possibilità del vitigno e solo i coraggiosi che seguono strade diverse, sia per fermentazioni che per invecchiamento, ottengono risultati di buon livello ma soprattutto adeguati ai tempi.

I bianchi non d’annata: un problema di omologazione.
Come abbiamo accennato quasi il 50% dei bianchi degustati proveniva da annate precedenti, dalla 2024 alla 2020. In questo grande arco temporale abbiamo trovato tanti buoni vini ma ad un certo punto ci siamo accorti di una cosa: tanti vini (diciamo circa la metà) dal punto di vista olfattivo si assomigliavano. Questo non dovrebbe sorprendere parlando di un solo vitigno ma questa somiglianza l’abbiamo trovata assaggiando vini da uve diverse: fiano, greco, falanghina, biancolella, caprettone, pallagrello bianco, catalanesca. La somiglianza consisteva nel trovare vini con qualche anno di invecchiamento dove i profumi puntavano da una parte a note agrumate (pompelmo in primis) e dall’altra a sentori minerali, leggermente “verdi”.
Una certa somiglianza, dovuta a lieviti selezionati, nutrimenti di lieviti e fermentazioni a temperature piuttosto basse la possiamo trovare in vini giovani appena entrati in commercio, ma riscontrarla in vini da uve diverse con invecchiamenti diversi ci fa pensare, perché questo succede mentre tutti i produttori stanno puntando sul concetto di unicità del proprio vino, di cru che per caratteristiche irripetibili altrove diviene figlio di un piccolo e delimitato territorio e quindi, “per definizione” diverso da tutti gli altri.
Invece assaggi, non solo bianchi campani ma di tutta Italia e da vitigni completamente diversi con qualche anno sulle spalle e in molti casi trovi somiglianze che non dovrebbero esserci. Il perché di questa omologazione non lo sappiamo ma sicuramente la mano dell’enologo, i prodotti usati e le tecniche di cantina possono essere alcune delle concause. Un produttore con cui ci siamo confidati ci ha detto che quei profumi possono venire fuori da “vini abbandonati”, cioè ben fatti in vigna e in cantina ma abbandonati a se stessi dopo la fermentazione nell’attesa di essere messi in bottiglia.
Noi non abbiamo una spiegazione certa ma già altre volte abbiamo parlato di questa “omologazione” a livello italiano, che porta a tanti vini buoni (mai come adesso) ma a pochissimi grandi vini riconoscibili, dai profumi unici e particolari. Bisogna anche dire che poi in bocca le cose cambiano a seconda del vitigno ma questo primo impatto ci lascia perplessi e ci piacerebbe capire perché.
Non abbiamo fatto un solo nome di produttore, dovrete avere pazienza.
Vi sarete accorti che abbiamo parlato di vini senza fare il nome di un solo produttore: chi ci conosce sa che i risultati, con nomi e cognomi, arriveranno tra poco sulla nostra guida online e quindi occorre armarsi di un po’ di pazienza. Comunque qualche nome e cognome lo faremo parlando di vini che ci hanno particolarmente colpito, magari qualche vecchissima annata.
Chiudiamo confermando che Campania Stories, che sembra l’anno prossimo voglia “raddoppiarsi”, portando i produttori campani anche all’estero, è una manifestazione importantissima se non l’unica per provare a capire la variegata realtà del vino campano.