Burton Anderson: nel vino ci vogliono anima, umiltà e conoscenza14 min read

Burton Anderson e senza dubbio il giornalista americano che ha fatto conoscere per primo e meglio il vino italiano fuori dai nostri confini. I suoi libri sono pietre miliari del nostro mondo. Siamo onorati e felici di poter pubblicare quest’intervista.

 

Winesurf
In una recente uscita pubblica (durante la presentazione dei Pinot Nero dell’appennino Toscano n.d.r) , ti sei definito  “un vecchio scribacchino lontano dal vino moderno”. Se questo fosse vero, allora  il giornalista del  vino moderno in Italia chi è?

Burton Anderson
Io non seguo molto i giornali del vino italiano. I miei giornalisti preferiti sono Masnaghetti  con il sua Enogea e pochi altri. Non seguo nel modo più assoluto Gambero, Rosso, Veronelli, Espresso.

W.
Perché?

B.A.
Perché mi danno fastidio.

W.
E’ una frase forte…

B.A.
Mi danno fastidio perché usano punteggi  con l’approccio di Parker e di Wine Spectator.  Per me Il vino è una cosa bella, simpatica, non è da esaminare al microscopio. Ognuno può assaggiare e dare punteggi ma io non credo che Parker sia capace di assaggiare 120 vini in un giorno e dirmi esattamente come sono, con un punteggio.

W.
Questo perché tu sei un esperto…però magari ci sono tante persone che lo seguono perché credono in quello che dice..

B.A.
Purtroppo si. E’ vero che ci sono tanti inesperti , ma per me se  uno ha la potenza di Parker è automaticamente troppo importante.

W.
Facciamo un salto indietro: quando hai iniziato a parlare di vino italiano negli anni settanta lo hai fatto forse perché tutti i tuoi colleghi esteri parlavano di vino francese? Perchè praticamente in Italia non c’era concorrenza?

B.A.
No, ma  in effetti  non c’era concorrenza

W.
Si può dire che hai trovato un mercato vergine.

B.A.
C’era Veronelli  che aveva il monopolio sull’informazione sul vino .

W.
Come è cambiato da allora ad ora il modo di fare giornalismo nel vino?

B.A.
All’inizio era una sfida. Sono stato tre anni in giro per imparare: non c’erano guide, a parte quella Bolaffi di Veronelli. Poi viaggiando ho sentito nominare tanti produttori , sono andato da loro e li ho fatti conoscere.  Io ho scoperto tante aziende.  Veronelli mi ha accusato tante volte di copiarlo e invece non so quanto lui ha copiato me..so soltanto che io ho scoperto tanti produttori di vino. Alla fine però non c’era nessuna concorrenza tra noi: Veronelli  aveva il mercato italiano e io un po’ del mercato anglosassone. In realtà un po’ parecchio perché  il mio primo libro “Vino” ebbe un impatto non solo sui consumatori ma anche sui commercianti.

W.
Veniamo ad oggi: secondo te quali sono le tre principali caratteristiche che dovrebbe avere un giornalista enogastronomico?

B.A.
In primo luogo capacità di comunicare il vino in un senso umano, scrivendo bene. Secondariamente una profonda conoscenza del vino: non solo di quello che hai nel bicchiere, ma la sua origine. Terzo….non  so…(riflette) umiltà! Manca tanto oggi.

W.
Invece le tre caratteristiche che dovrebbe avere un produttore di vino?

B.A.
Anzitutto entusiasmo, grinta, voglia di fare un vino che esprima il suo terroir e che soddisfi lui per primo. Poi  avere un profondo senso e conoscenza degli altri vini, di come sono. Io ho trovato  tanti produttori  che fanno vino con…(fa un gesto come se avesse un paraocchi) e sono convinti di fare il vino migliore del mondo. Poi deve essere umile.

W.
Veniamo all’enologo: le tre caratteristiche?

B.A.
Cominciamo con l’umiltà e poi il rispetto. Rispetto dell’origine del vino:  voler fare un vino onesto che rappresenta il vigneto senza fare aggiunte o troppi trucchi in cantina.

W.
Umiltà , rispetto e ..

B.A.
Conoscenza della concorrenza e dei colleghi.

W.
Quando parlavi di umiltà e rispetto mi è venuto in mente Gambelli..

B.A.
Certo! Gambelli era il massimo.  Lui era unico, ci sono forse altre persone  brave come lui, ma lui era unico per bravura è umiltà. Aveva  un grande senso del fare il vino  e  una grande di conoscenza del vino stesso, del sangiovese in particolare.

W.
Chi ti viene in mente  che potrebbe essere o essere stato come Gambelli?

B.A
Edoardo Valentini. Era unico anche lui; una persona che non ha fatto mai nessun compromesso con nessuno. Ha sempre fatto il suo vino come voleva fare lui e nei suoi ultimi anni  è andato anche a studiare la concorrenza. Era un testardo ma anche una grande persona.

W.
Una cosa che mi ha incuriosito nel tuo bellissimo articolo pubblicato su Enogea (Enogea  n°40)  è quando dici che ti sarebbe piaciuto fare  lo scrittore ma non ce l’hai fatta. In che senso? 


B.A.
Io sono uno scrittore. Ho sbagliato perché nel 1990, dopo aver pubblicato  l’Atlante dei vini d’Italia  dovevo cambiare, completamente. Basta col vino! Dovevo scrivere di cucina oppure fare un romanzo o scrivere di altro. Il vino è una grande cosa ma non è l’unica cosa del mondo, ad un certo punto invece per me è diventata una cosa troppo importante.

W.
Sempre nell’articolo su Enogea dici “Chi beve vini commerciali spesso basa i suoi acquisti sui punteggi piuttosto che sui propri gusti.” Questo in parole semplici vorrebbe dire che siamo un branco di coglioni e che andiamo dietro a tre che danno punteggi?  Pensi che il mondo del vino sia realmente così anche in Italia?

B.A.
In quella frase pensavo più agli americani che seguono Parker e WS, mentre  gli italiani hanno una conoscenza del vino magari di base ma superiore. Tutti hanno un parente che fa il vino o  un vino preferito o vengono da un territorio dove si produce vino. Negli Stati Uniti, a parte forse in California, non è così. E credo che gli italiani siano anche meno soggetti a questo tipo di giornalismo fatto di punteggi. Invece la maggior parte degli americani non beve e non vuole  sapere cosa sia il vino.  C’è una specie di proibizionismo, nel senso che ci sono sette religiose in Usa che dicono che alcool e vino  non fanno parte del credo di Cristo.  Forse questi non sanno cosa sia l’ultima cena.. ma così è. Per tanti americani l’alcol è una cosa proibita e non ne vogliono saperne niente.

W.
Una mia curiosità: Hai scritto che OZ Clarke è anche un cantante?

B.A.
Lui era anche attore; credo sia stato Peron in  Evita, nella prima presentazione teatrale di Andrew Lloyd Weber a Londra. E’ uno simpatico ed è un grande assaggiatore. Tra i grandi scrittori di vino, in generale gli inglesi sono più simpatici: hanno un approccio più umano al vino. Il vino non è solo un prodotto che finisce nel tuo bicchiere e chi se ne frega da dove viene. Hugh  Johnson è stato il pioniere tra quelli che hanno iniziato a girare vigne e cantine, Jancis Robinson è anche lei bravissima e OZ è forse la persona più divertente nel mondo del vino. Lui il vino non lo degusta e basta, lo beve..  e ha comunque un grande palato. Quando scrive tu capisci che è una persona che vive e ama il vino, mentre se io leggo Parker o WS…queste sono persone che vogliono solo influenzare il pubblico.

W.
Non potrebbe essere anche  una differenza dovuta alla storia. Il vecchio continente ha sempre avuto il vino nella sua storia , il nuovo solo da poco tempo. E gli italiani?

B.A.
Mi ricordo all’inizio, negli anni 70- 80 quando ti incontravi tra giornalisti del vino era una festa. Non c’era concorrenza. Allora di italiani che scrivevano non ce n’erano molti. Era una vera festa assaggiare il vino, era divertente! Non c’ era la voglia di dimostrare quanto eri bravo. Questo è arrivato dopo gli anni novanta, dopo il metanolo….

W.
Che per te è stata la grande fortuna del vino italiano.

B.A.
Si ,Ho detto che è stata la cosa più fortunata per il vino italiano ed un blogger,un anno fa ad una degustazione, non avendo la minima idea di chi fossi, ha sparato la notizia quasi senza spiegazione. Tu sai meglio di me che lo scandalo del  metanolo ha cambiato tutto, ma messo a quel modo..ti avrei fatto leggere i commenti:  del tipo “Ma questo è un mostro” e roba del genere.

W.
Sempre su  Enogea dici una verità importante: oggi il vino è mediamente  molto più buono di 30 anni fa. Ma il vino riconoscibile, divertente, quello con l’anima  è difficile o facile da trovare?

B.A.
C’è una standardizzazione spaventosa:  prendiamo il sangiovese. Io sono un sangiovesista e  ci sono molti buoni sangiovese più oggi che una volta, ma distinguere un chianti da un morellino è sempre più difficile. Questo perché ci sono enologi che fanno lo stesso stile di vino ovunque vanno, anche con altri vitigni. Naturalmente anche la barrique ha cambiato molte cose: il legno è una cosa positiva quando è usato bene ma negativa quando entra in campo solo per dare un gusto o uno stile particolare, per impressionare il consumatore.

W.
Gioco della torre: abbiamo  il giornalista, l’enologo e il produttore. Devi buttarne giù uno, quale? 

B.A.
Il produttore è essenziale, il produttore è tutto ma oggi è difficile per un produttore perfezionare il suo prodotto per venderlo, quindi anche l’enologo è importante.  Senza il giornalismo che ne parla è difficile vendere, ma il giornalista è il più sacrificabile dei tre.

W.
Le tre cose più importanti nel vino dal 1980 ad oggi?

B.A.
Lo scandalo del metanolo, il miglioramento della tecnica di fare vino e la terza è sempre legata al metanolo ed  è il senso di responsabilità di dare al consumatore un prodotto  sano.

W.
Leggendoti e  sentendoti parlare trovo in te tre cose: tristezza, molta ironia e poca speranza nel futuro nel mondo del vino.

B.A.
Spero di sbagliarmi ma credo che il vino diventerà sempre più un prodotto alimentare, di diversi  livelli qualitativi se vogliamo ma senza l’anima che aveva prima. L’anima è importante, è una parola chiave, anche tornando alle tre caratteristiche di giornalista enologo e produttore. Quest’ultimo deve  avere anche l’anima, senza dubbio. Anche il giornalista deve avere l’anima, perché devi sentire quello che scrivi. Però sono anche convinto  che se uno scrive in maniera stereotipata avrà molto più successo di me. Questo  perché il lettore è sempre più disinteressato. Gli interessano solo due-tre cose: il punteggio, se il vino è fruttato e magari il colore, ma non gli importa cosa sia realmente quel vino.

W.
Secondo te un degustatore che fa una guida è un giornalista?

B.A.
No , non è necessario: è più un tecnico, un analista, uno che riesce a dire quali sono le qualità di un vino, magari in un modo abbastanza facile da seguire, per poi dare un punteggio che è indispensabile: questo  anche se oggi per fortuna ci sono delle persone che non usano la scala dei 100 punti . Infatti questa scala di valutazione che senso ha? Se vai sotto 90 sei è un vino di serie B, sotto 80 di serie C,  a 75 c’è il purgatorio e l’inferno. All’opposto l’idea di dare 100 ad un vino è sbagliata, perché non credo che il vino perfetto sia mai stato fatto. Come fanno a dire che un vino è perfetto? Se Parker assaggia, per esempio un Cote de Nuits di  Leroy e gli da 100, poi la settimana dopo assaggia un vino migliore cosa fa? Gli da 102?Che senso ha? Allora Io preferirei  usare una scala da uno a 10, come valutano i calciatori. Probabilmente la stragrande maggioranza dei vini sarà tra 5 e 7-8.

W.
Ma Le guide, sto parlando dell’Italia, sono servite a qualcosa?

B.A.
Certo! Prima c’era una conoscenza del vino a livello locale, oggi invece i sono tante persone che si interessano a tutti i vini italiani. Sono servite senz’altro; certo che hanno troppa autorità, influenzano troppo la selezione commerciale del vino e portano il consumatore a non avere più fiducia in se stesso.

W.
Pensi che questa influenza ci sia anche adesso?

B.A.
Ho seguito le guide per alcuni anni e poi ho smesso: non ho guardato la guida del Gambero Rosso per almeno 10-12 anni. L’unica cosa che guardo è la guida delle guide, quella che fa civiltà del bere.

W.
Secondo te il futuro sarà per le guide cartacee o sul web o in altri formati?

B.A.
Io credo che purtroppo andrà tutto su internet. Che senso avrà comprare una guida annuale se puoi andare sul sito internet della stessa guida? Anch’io prendo tutta la mia informazione da internet.

W.
Infatti ho letto che avresti potuto fare un nuovo libro solo consultando internet invece che girando per cantine…a proposito, dovessi fare adesso un libro sul vino italiano, su cosa lo faresti?

B.A.
Non lo farei! Sicuramente no.

W.
Perché?

B.A.
Perché sono sicuro non avrebbe pubblico, non sarebbe un successo.

W.
Stai parlando per un pubblico di lingua inglese?

B.A.
Si,anche se i miei libri principali sono stati tradotti in 5-6 lingue. Credo che ormai la parola scritta sul vino non abbia molta importanza per un normale lettore.

W.
Cosa ha importanza, il numero?

B.A.
Il numero e il fatto che posso andare su internet e trovare qualsiasi informazione subito. Se io scrivo un libro, un bel libro parlando di tanti personaggi del mondo del vino, di terroir, di tutto le cose che a me piacciono soprattutto dal punto di vista umano, sono sicuro non avrà successo.

W.
Quindi tu pensi che il modo giusto per parlare di vino sia seguire l’aspetto umano e far conoscere la persona e la sua azienda.

B.A.
Era il mio modo di fare, come era quello di altri, come  Hugh Johnson , Jancis Robinson, Nick Belfrage. Tutti scrittori molto bravi però credo che quel’epoca sia finita. Poi il fatto che io scrivo solo sui vini italiani vuol dire che ho un mercato è molto limitato. Credo di essere al livello di Oz Clarke e di Hugh Johnson come scrittore di vino, ma loro parlano di tutto il mondo. C’è anche il fattore che non sono bravo a vendere  me stesso, non sono bravo in senso commerciale. Mi piace stare a casa, pensare e scrivere o andare in giro a prendere le informazioni che mi possono interessare. Ci sono persone che scrivono male, veramente male e che riescono a vendere best seller.  In inglese in particolare, ma anche in italiano. Sembrano libri scritti da idioti, però usano un linguaggio stereotipato e hanno successo. Io invece ho sempre scritto più per me che  per il pubblico è questa è stata una scelta sbagliata. In maniera egoistica pensavo che quello che interessava a me interessasse anche agli altri e qui ho sbagliato.

W.
Da brava persona che ha sbagliato, un consiglio ai giovani che vogliono entrare in questo mondo: cosa devono fare o non fare?

B.A.
Devono cercare di comunicare il mondo del vino in modo onesto, sincero, con umiltà e con l’anima, però anche con il senso di dover vendere, perché se non vendi è inutile scrivere; devi sempre avere un occhio sul mercato. Io non l’ho fatto e ho pensato a scrivere per persone come me, più o meno della mia età e oggi….di quest’età…..ce ne sono sempre meno.

 

 

 

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


ARGOMENTI PRINCIPALI



  • Mario Crosta

    … e una specchiata onestà , che non fa mai male! Quell’onestà  (anche intellettuale) che a Burton non manca di certo.

  • alberto del buono

    Leggendo le risposte di Burt ho avuto l’impressione di essere io l’intervistato. Non avrebbe potuto rendere meglio la sensazione che prova uno che in questo settore lavora da quaranta anni e che avendo costruito una sia pur piccola azienda commerciale con gli stessi criteri, vede che oggi tutto quello che crede interessante trasmettere agli altri non ha più alcun peso. I miei clienti sono ancora quelli acquisiti negli anni 70 e 80, che vanno pian piano sparendo. Oggi solo voti, punteggi, voto, punteggi………..No, veramente, non ne vale più la pena.

  • simona

    secondo me vale ancora la pensa poter leggere su cartaceo il pensiero di chi il vino lo ama e sa raccontarlo. Ci sono ancora moltissime persone (mi metto in mezzo io) che pur essendo tecnologicamente predisposte, amano ancora leggere un libro scritto bene e con passione.
    Se mi venisse data la possibilità  di fare una domanda a Burton Anderson mi limiterei a chiedergli: scrivi ancora per noi, scrivi ancora per quelle persone che vogliono conoscere, imparare anche attraverso gli occhi e il cuore di chi il mondo del vino lo conosce ormai da decenni

  • carlo macchi

    Bello il commento di Simona; mi è piaciuto!

  • alberto del buono

    E’ consolante quel che dice Simona. Ma poi gli altri 100
    1000 o 10.000 come lei dove li vai a stanare ?

  • Giorgio Melandri

    Si spara sempre con successo su chi assaggia e punteggia, su chi scrive le guide. Io faccio arte di un gruppo, quello del gambero, che assaggia, punteggia e scrive. Che racconta di vignaioli. Che viaggia tutto l’anno per vigne, cantine, colline… Che si confronta e incontra con piacere i colleghi. Non mi riconosco mai nei ritratti sul tema.
    àˆ sempre semplice sparare sulle guide, ma è sempre di più un luogo comune di una certa banalità … Chissà  perché…

  • carlo macchi

    Come te anche io davo e do punteggi e quindi faccio parte del gruppo degli “assaggiatori di professione”. Mi dovrei quindi sentire sminuito o comunque colpito dalle parole di Burton ma non riesco ad esserlo (altrimenti non avrei pubblicato l’intervista..). Credo che quello che vuole sottolineare Burton è l’eccesso, non la professione in se. E il mondo dell’eccesso è , per definizione o quasi, quello del vino americano, dove un punteggio può fare la fortuna o la sfortuna di un vino, dove l’assaggio di 130-140 campioni di Bordeaux o di vini australiani è la norma. Un’ altra cosa che Burton credo voglia sottolineare è l’assoluta “aterritorialità ” dell’assaggiatore, che appunto il giorno prima degusta Borgogna e quello successivo Sauvignon neozelandesi. Persone come te che girano praticamente tutto l’anno per cantine, che conoscono e parlano (anche in voti) del proprio territorio enoico, non credo debbano sentirsi colpiti da quanto Burton afferma.

  • Giorgio Melandri

    Non mi sento colpito personalmente, ma vorrei capire una frase come ‘”mi danno fastidio”. Mi annoia un po’ tutta la retorica un po’ stereotipata del ” nelle guide…” Nelle guide lavorano bravi degustatori e ci sono ottimi spunti. I punteggi sono uno strumento, che tra l’altro usa anche l’ottimo Masna, per dire, ma non sono certo la lettura dei territori. Altrimenti non passerei ore a scrivere anche i testi… Non volevo essere polemico, anzi! In bel 90 a tutti!

  • carlo macchi

    Solo 90? Sei sempre stato tirato nei punteggi 🙂

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