Il grafico qua sotto, che riguarda l’andamento dal 2009 dei prezzi “en primeur” a Bordeaux credo sia abbastanza esplicativo di come stia andando questo sistema di vendita che per anni ha attirato acquirenti da tutto il mondo e in qualche modo ha rappresentato l’idea che noi cdi una certa età abbiamo del vino bordolese di qualità.

Un messaggio chiaro dal Sudafrica
Un giornalista sudafricano, Michael Fridjhon, analizzando la caduta dei consumi con particolare riferimento al mercato di qualità del vino propone un’interessante ipotesi che si condensa, ma solo parzialmente, nel titolo di un suo articolo “Quando i media muoiono, il vino pregiato diventa solo un altro bene di lusso creato in laboratorio”
In pratica lui vede una connessione molto stretta e biunivoca tra il netto calo di interesse per i media (cartacei e non) che parlano di vino e la diminuzione del consumo del vino, specie per quello di qualità.
Il calo dei media sul vino però è dovuto anche ad una diminuzione della qualità della proposta editoriale stessa, che sembra sempre meno interessare chi beve, tanto che se il consumo del vino è in calo (non tanto in Sudafrica) tutti i media che ruotano attorno al vino sono invece in caduta libera.
Qui però sorge il problema: il vino non è un prodotto come tanti altri, non è una bevanda industriale con un insieme di sapori dentro ma un prodotto artigianale, generato da forze che mettono assieme cultura e agricoltura. Se questa differenza non viene evidenziata e fatta comprendere ai mercato alla fine i consumatori compreranno solo vini o prodotti che, al prezzo più basso possibile, gli trasmettano sensazioni soddisfacenti. Sentiamo cosa ci dice Michael:

Michael Fridjhon
“Non si tratta di una questione puramente accademica. È al centro della sopravvivenza del vino come forma d’arte, al crocevia tra l’arte della produzione e le competenze necessarie per apprezzarne il valore. I produttori che non riconoscono questo aspetto come fondamentale, che ritengono che un marketing accorto sia sufficiente per garantire il successo a lungo termine, potrebbero scoprire troppo tardi che il loro mercato è svanito nel nulla.” E ancora “Senza comprendere le condizioni che danno vita a un grande vino, i consumatori non pagheranno il prezzo necessario per produrlo. Anziché lamentarsi del calo dei consumi e affidarsi a influencer che posano con bottiglie e bicchieri in mano, produttori, commercianti e scrittori devono investire nella ricostruzione – quasi da zero – di un pubblico che comprenda cosa sia il vino e come arricchisca la vita. Chiunque operi nel settore dei vini pregiati e riconosca l’importanza del terroir e della produzione legata al territorio è a rischio. Non ci sono eccezioni. È responsabilità di chiunque abbia a cuore il vino garantire un coinvolgimento autentico”.
Occorre riflettere ma soprattuto agire
Posizione che fa indubbiamente riflettere, specie pensando alla nostra parrocchietta italiana che cerca di fare giornalismo enoico ma che ogni giorno dovrebbe domandarsi quanto sia interessante per un possibile lettore leggere un resoconto sul vino X o Y, quanti storytelling sono realmente importanti e dicano qualcosa o sono solo l’ennesima ripetizione a base di passione, famiglia, terroir unico e via cantando.
Se vado a rileggere qualche scritto del passato, di Veronelli o di Burton Anderson tanto per fare due grandi nomi, trovo delle differenze abissali con quello che noi oggi pubblichiamo: quelli erano articoli che trasmettevano emozioni, conoscenza, ampiezza di vedute. Forse se ci impegnassimo a scrivere meglio (chi sa scrivere e qui, purtroppo, mi tiro fuori), a cercare argomenti veri e non mutuati dagli uffici stampa, se non ci venisse il braccino quando proviamo a presentare teorie fuori dal coro o, addirittura, a dire semplicemente che un vino non ci è piaciuto, forse potremmo conquistare qualche lettore in più, far capire che esiste realmente un mondo agricolo che unisce sudore, scienza, arte e sogni in un prodotto che è il vino e che non può essere considerato una bevanda ripetibile in fabbrica all’infinito.

Questo dovremmo farlo non solo per i grandi vini ma specialmente per quelli che i consumatori oggi possono approcciare e apprezzare, quelli che pur essendo prodotti con “sudore, scienza, arte e sogni” vengono proposti a prezzi ragionevoli per non dire bassi. Ci sono decine di denominazioni italiane che producono ottimi o grandi vini che vanno in commercio dai 7-8 ai 20 euro, ci sono centinaia di cantine con storie uniche da raccontare e che oggi sono fuori dai riflettori, però bisogna fare lo sforzo di conoscerle, contattarle, prendere l’auto e fare chilometri, insomma di muovere il culo e investire sul nostro lavoro, invece che aspettare le bottiglie che gli uffici stampa fanno recapitare a casa.
In gioco non c’è soltanto la nostra dignità e un mestiere che sta scomparendo, ma anche quel mondo del vino che non può essere equiparato all’industria e che rischia di scomparire (a vantaggio dell’industria e dell’appiattimento del vino) se non si riesce a far capire le valenze storiche, culturali, sociali di produrre e bere un buon vino.
Sta a noi, tutti noi. Come cantava Vecchioni “Nessuno si senta escluso.”