La Val d’Orcia e l’orgoglio del Sangiovese4 min read

Mettiamo subito in chiaro che la Val d’Orcia è un angolo di paradiso riconosciuta patrimonio dell’umanità dall’Unesco, uno dei luoghi più belli del mondo, probabilmente il luogo più bello del mondo in cui si produce vino e quindi i produttori di questo territorio non hanno esitato nel far sapere orgogliosamente che il vino della Val d’Orcia è il più bello del mondo.

Produttori Orcia DOC

Già altre volte abbiamo avuto occasione di raccontare i vini della Val d’Orcia e lo facciamo ancora ben volentieri dato l’interesse che hanno suscitato negli ultimi anni e che nasce prima di tutto dall’attaccamento viscerale dei produttori con il loro territorio e la sua tipicità.

Già, perché La Val d’Orcia, enologicamente parlando, si trova stretta fra due “giganti enoici” come il Brunello di Montalcino a Ovest e il Nobile di Montepulciano a Est, una situazione che avrebbe anche potuto portare a fare vini con vitigni diversi, giusto per differenziarsi dall’imperante Sangiovese e seguire le mode del momento. E invece no, sempre con una punta di orgoglio questi piccoli ma coriacei produttori ribadiscono che “il nostro vino è il Sangiovese”, da lì non ci si muove, al massimo possiamo fare qualche concessione a vitigni autoctoni come Canaiolo, Colorino e Ciliegiolo o al  riscoperto Foglia Tonda, vitigno quest’ultimo a cui viene dedicata sempre maggiore attenzione almeno in questa parte della Toscana.

Ed è in base a questi principi che è stato predisposto 26 anni fa il relativo disciplinare: per l’Orcia Doc è prevista una percentuale minima di Sangiovese del 60% più altri vitigni non aromatici autorizzati dalla Regione Toscana (entra in commercio il 1° marzo dell’anno successivo alla vendemmia  mentre la riserva necessita di un invecchiamento per un periodo non inferiore a 24 mesi, di cui almeno 12 in botti di legno); per l’Orcia Sangiovese la percentuale minima sale al 90% e le uve previste per l’altro 10% sono Canaiolo nero, Colorino, Ciliegiolo, Foglia tonda, Pugnitello e Malvasia nera.  Per la  Riserva è previsto un invecchiamento per un periodo non inferiore a 30 mesi, di cui almeno 24 in botti di legno.

L’occasione per un “aggiornamento” sui vini della Val d’Orcia si è presentata grazie alla Masterclass organizzata a San Quirico d’Orcia il 26 aprile scorso in occasione dell’annuale Orcia Wine Festival, manifestazione organizzata dal Consorzio Orcia Doc, dall’Onav di Siena e dal Comune di San Quirico d’Orcia. Con la conduzione di Ilaria Lorini, sommelier di AIS e con la partecipazione degli stessi produttori, sono stati presentati 14 vini di altrettante aziende, con annate che andavano dal 2025 al 2020. A parte i tempi ristretti che non hanno consentito un approfondimento e uno scambio di opinioni sui vini presentati (tutto si è risolto in un’ora e quaranta minuti), la degustazione ha comunque suscitato un notevole interesse. Senz’altro è venuta fuori la vera faccia del Sangiovese di questo territorio: un vino fresco ma austero, a suo modo elegante, certamente inconfondibile, spesso piacevolmente balsamico, tannini ben integrati, sanguigno e non solo per il colore. Altro tratto distintivo, salvo poche eccezioni, è l’affinamento in botte grande, rivendicata anche questa volta con orgoglio dalla maggioranza dei produttori intervenuti.

L’Orcia Doc è una denominazione relativamente giovane: nata nel 2000, raccoglie nella sua area di produzione dodici comuni a sud di Siena. Questi sono Buonconvento, Castiglione d’Orcia, Pienza, Radicofani, San Quirico d’Orcia e Trequanda. Inoltre sono ricomprese parti dei comuni di Abbadia San Salvatore, Chianciano Terme, Montalcino, San Casciano dei Bagni, Sarteano e Torrita di Siena. Ad oggi sono i vigneti si estendono su 153 ettari a fronte di un potenziale di 400, mentre la produzione media annua si attesta intorno alle 250.000 bottiglie prodotte dalle circa 60 cantine nel territorio di cui oltre 30 socie del Consorzio di tutela.

Da tener presente che l’altitudine dei vigneti varia da poco meno di 300 metri a 550 e in questi ultimi casi si parla di “Sangiovese d’altura”. Sono zone abbastanza fredde (incombe il Monte Amiata alto 1738 metri slm) ma il cambiamento climatico che ha portato un aumento generalizzato delle temperature ed una riduzione delle gelate primaverili, congiuntamente ad un attento lavoro in cantina, ha fatto sì che le condizioni per una viticoltura di qualità in Val d’Orcia siano decisamente migliorate (sono nel frattempo peggiorate le condizioni del pianeta, ma questa è un’altra storia…)

Fabrizio Calastri

Nomen omen: mi occupo di vino per rispetto delle tradizioni di famiglia. La calastra è infatti la trave di sostegno per la fila delle botti o anche il tavolone che si mette sopra la vinaccia nel torchio o nella pressa e su cui preme la vite. E per mantener fede al nome che si sono guadagnato i miei antenati, nei miei oltre sessant’anni di vita più di quaranta (salvo qualche intervallo per far respirare il fegato) li ho passati prestando particolare attenzione al mondo del vino e dell’enogastronomia, anche se dal punto di vista professionale mi occupo di tutt’altro. Dopo qualche sodalizio enoico post-adolescenziale, nel 1988 ho dato vita alla Condotta Arcigola Slow Food di Volterra della quale sono stato il fiduciario per circa vent’anni. L’approdo a winesurf è stato assolutamente indolore.


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