AMontefalco (tutto attaccato) non è solo il momento in cui la stampa nazionale e internazionale parla dei vini di questa bella terra umbra ma è anche il modo per far capire come attorno ad un vino possa nascere un mondo, che riesce poi ad evolversi e a staccare un difficile cordone ombelicale da quello stesso vino da cui tutto è nato.
Il vino in questione è il Sagrantino di Montefalco, da anni ribattezzato Montefalco Sagrantino: un vino/vitigno che focalizzava su di sé l’interesse degli appassionati nel periodo in cui i grandi rossi erano quelli potentissimi e con tanto legno. Il Montefalco Sagrantino incarnava perfettamente questo modo di essere anche se, a dirla tutta, l’uso del legno (a parte alcuni storici casi) non è mai stato così invadente come in altre zone regioni, Toscana e Piemonte in primis.

Però il sagrantino è un vitigno che non può essere “soffocato” ma solo condotto in maniera diversa, sia in vigna che in cantina, facendo sempre i conti con le sue esuberanti caratteristiche tanniche. Questo è stato fatto, pure bene, ma siamo sempre di fronte ad un vino roboante, che ha bisogno di tanto tempo per presentarsi al meglio. Quando parlo di tempo penso ad almeno 7-8 anni, come minimo, e in momenti in cui i vini rossi, potenti, da grande invecchiamento non è che proprio siano sulla cresta dell’onda ecco che Montefalco, in tempi “non sospetti”, è corsa ai ripari, prima con il Montefalco Rosso dove il sangiovese sostituisce quasi in toto il sagrantino e dove il merlot, la barbera o altre uve danno una mano, poi creando un “nuovo fronte” con i bianchi, prima con il Grechetto e poi con il Trebbiano Spoletino.
Tutto questo è il filo conduttore di AMontefalco, a cui però bisogna aggiungere le bellezze paesaggistiche, storiche, architettoniche, museali (Chiesa Museo di San Francesco in primis) e, last but not least, quelle gastronomiche, su cui tornerò più avanti.
Adesso è giusto parlare di quella che potrei definire mutazione della proposta enoica di Montefalco, cioè non tanto l’ormai popolare e conosciuto Montefalco Rosso ma la gamma dei bianchi che oggi Montefalco propone. Andando molto controcorrente non mi metterò ad osannare un vino vitigno già troppo osannato ma punterò su un vino/vitigno poco considerato e oggi in ombra rispetto al Figliol Prodigo Trebbiano Spoletino: sto parlando del Grechetto, che per me è l’esempio di un modo di produrre bianco non omologato.

Mi spiego: in tempi in cui il colore deve essere un paglierino brillante con riflessi verdi, il grechetto punta su un più aggraziato e “campagnolo” giallo dorato più o meno intenso, che spiega fin da subito e senza paura di provenire da terre e da climi caldi. La frutta bianca e matura al naso non segue le ripetibili e ripetute note agrumate (pompelmo su tutte) che oggi vanno tanto di moda e il suo non puntare sulla freschezza ma sulla rotondità porta a una soddisfazione diversa al palato, più antica, legata a quando i bianchi non erano spesso fatti con lo stampino. Per me il Grechetto è un vino/vitigno che rappresenta in pieno la voglia di bere un calice senza dover per forza ricercare acidità e verticalità ma solo piacevolezza.
La stessa piacevolezza a cui punta il Trebbiano Spoletino ma che non sempre raggiunge perché la diaspora sul modo di produrlo porta a domandarsi sia quale possa essere la versione più vera, sia se quella possa esserlo anche tra qualche anno.
In soldoni la semplice verità che propone il Montefalco Grechetto il Trebbiano Spoletino se la sogna!
Mi accorgo che forse è giunto il momento di parlare del vino da cui tutto è nato, cioè il Montefalco Sagrantino, che proponeva la nuova annata in commercio, la 2022. In commercio per modo di dire perché solo 12 vini da degustare ti fanno capire come i produttori, forse condizionati dal mercato “partano piano”.

La 2022, annata indubbiamente calda e asciutta sembrava fatta apposta per far galoppare dei tannini mannari e invece i produttori sono riusciti nel moderare la spinta tannica non a discapito del corpo. E’ comunque sicuro che occorre dare a questi vini almeno altre 3 anni in bottiglia prima di berli ma la strada per rendere abbordabile con gusto il Montefalco Sagrantino è giusta e mi sento di dire che altre zone (Irpinia con l’aglianico mi senti?) dovrebbero prendere esempio da qui.
Chiudo con un consiglio gastronomico: sono anni che quando vado a Montefalco non mi perdo un pranzo da Oleum. È sulla via centrale, a 50 metri dalla piazza dove si trova il Comune e il Consorzio e da sempre propone cucina locale concreta e saporita. Oggi ha anche fatto un restyling interno e esterno senza cambiare anima: gli gnocchi al sugo d’oca e l’agnello al forno con patate al cartoccio ne sono la dimostrazione. Carta dei vini incentrata sui vini di Montefalco, con tante belle etichette. Prezzi per due piatti abbondantissimi attorno ai 35-40 euro.
AMontefalco c’è anche questo.