InvecchiatIGP. Aglianico del Taburno 2012 Grave Mora , Fontanavecchia3 min read

In questa rubrica non parleremo dei problemi geriatrici di qualcuno di noi (anche se sarebbe utile). Il nostro intento è quello di andare a scovare e raccontare i vini italiani “non giovanissimi”. Abbiamo pensato a questa dizione perché non parleremo quasi mai di quelli che vengono definiti “vini da grande invecchiamento” ma cercheremo sorprese, chicche, specie tra vini che nessuno si aspetterebbe.

Il Grave Mora nasce nel 2003 e segna l’evoluzione del pensiero enologico dell’epoca in cui molti produttori di rossi guardavano ad una leggera (o pesante) surmaturazione delle uve e all’affinamento in barrique. La tensione era rivolta a creare vini potenti, muscolosi, masticabili come si diceva all’epoca.
Esattamente l’opposto del gusto odierno che volge alla leggerezza senza più dare molta importanza all’eccesso di colore.

Quando però una cosa è ben fatta resiste alle mode, magari con qualche accorgimento. Il pregio del Grave Mora pensato all’epoca da Angelo Pizzi, uno dei padri della Falanghina nel Sannio, è quello di aver regalato molta eleganza all’Aglianico del Taburno con questo protocollo. Sicuramente resta una delle etichette più longeve di questo areale sannita in perenne confronto con il Vulture e con il Taurasi.
Da qualche tempo in azienda è entrato Emiliano Falsini la cui mano, lo confessiamo, ci piace assaje, soprattutto sui rossi a cui riesce sempre a dare un grande slancio e personalità. Ma la 2012 di cui parliamo oggi porta ancora la firma di Pizzi e la beviamo in una riunione fra amici al ristornante l’Agape di Sant’Agata dei Goti portata  proprio da Libero Rillo.


La bevuta comparata è forse il miglior modo per imparare a bere perché riesce a dare, a parità di situazione emotiva e psicologica, il senso della misura con il confronto. In questo caso sia con vini analoghi del territorio che di altri ed è per questo che ne parliamo: la beva dell’Aglianico di questa annata, decisamente favorevole ai rossi un po’ in tutta Italia, è risultata al tempo stesso potente ma molto elegante grazie alla sua acidità ancora prorompente, giovanile. Un colore compatto rosso rubino, tannini ficcanti ma ottimamente risolti, freschezza, naso composto ancora da frutta fresca, rimandi di tabacco e caffè con lieve tostatura, beva veloce, equilibrata, il sorso occupa immediatamente tutto il palato e termina con un finale pulito, molto preciso, lungo e austero. Nonostante l’alto grado alcolico, la sensazione è complessivamente di freschezza, a dimostrazione che la fissa attuale di abbassare il grado alcolico di per se non è una soluzione se non aiutare la narrazione commerciale che il mercato vuole ascoltare in questo momento. A nostro giudizio il tema di un grande vino resta sempre nell’equilibrio che riesce ad esprimere fra le diverse componenti e il tema, più che abbassare l’alcol a prescindere, è magari non cercare il vinone a tutti i costi come si faceva un tempo ma soprattutto fare attenzione a preservare la freschezza del frutto sul piano palatale più che olfattivo.
ll Grave Mora di Fontanavecchia, azienda di Torrecuso che ha iniziato ad etichettare nel 1990, secondo noi mantiene questi presupposti ed è perciò che si è presentato a questo appuntamento nel migliore dei modi possibili.

Luciano Pignataro

Luciano Pignataro è caporedattore al Mattino di Napoli, il suo giornale online è Luciano Pignataro Wineblog.


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