Degustazione Chianti Rufina: Terraelectae croce e delizia3 min read

Questo piccolo territorio tra Firenze e le porte dell’Appenino è sempre stato un punto fisso nel nostro modo di intendere il sangiovese. I suoi vini, combattuti tra freschezza austera e piacevolezza ci sono sempre piaciuti. Il clima e il moderno modo di intendere il vino li ha un po’ cambiati ma la matrice è sempre quella di vino fresco e di buon corpo.

Quando nacque il Terraelectae, (il loro modo di declinare la Gran Selezione del Chianti Classico) qualche dubbio e qualche paura ci venne, pensando ad una specie di versione internazionaleggiante del Chianti Rufina Riserva, ma per adesso questa paura è scongiurata.

Nei nostri assaggi abbiamo però notato una cosa che in realtà è quasi logica e cioè che questa Riserva- selezione da un singolo vigneto, in qualche modo sta “erodendo” dal Chianti Rufina Riserva le uve migliori, rendendo questa storica tipologia un po’ meno appetibile. Avendo sotto gli occhi la “storia bevuta” della Gran Selezione chiantigiana possiamo pensare che sia una logica conseguenza e che col tempo le cose si stabilizzeranno, dando il giusto spazio alle due tipologie.

Ma facciamo un passo indietro e parliamo del Chianti Rufina “base”, che proponeva in assaggio anche alcuni esemplari del 2024 ma soprattutto vini del 2023: come sempre abbiamo trovato buona freschezza e finezza, con corpi più che adeguati alla tipologia. Magari in qualche caso ci saremmo aspettati di più ma in una denominazione ci sono sempre dei “fanalini di coda”, l’importante è che l’auto marci bene e spedita.

Vigneto nella Rufina

Come detto sopra la Riserva ci è sembrata adesso una tipologia “schiacciata” tra annata e Terraelectae: pur mostrando alcuni vini molto convincenti una discreta fetta non presenta quella reattività a cui siamo abituati e non solo a causa di annate non eccezionali.

Buoni segnali invece tra i Terraelectae (nome complesso ma crediamo ci si debba fare l’abitudine, e magari può incuriosire e avvicinare alla lingua latina, ormai quasi bandita dalle scuole): vini potenti ma non arcigni, solo in qualche caso con troppo legno sulle spalle e molto spesso compartecipi di una dinamicità al palato che è un po’ lo “zoccolo duro” della denominazione. Considerando che sono dei Single Vineyard queste somiglianze strutturali per noi vogliono dire che l’idea da cui è nato il vino è stata ben compresa dai produttori.

Vigneto nella Rufina

Produttori che anche quest’anno ci hanno convinto in generale, dato che quasi l’80% dei vini ha raggiunto e/o superato i nostri fatidici 80 punti, e in particolare con ben cinque Vini Top “spalmati” in  tutte e tre le tipologie.

Del resto se questa denominazione è destinata storicamente a piccoli numeri produttivi  l’importante è che questi piccoli numeri esprimano una qualità alta e anche quella “riconoscibilità generale” che, visti i cambiamenti climatici e non solo, è sempre più difficile da ottenere.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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