Tachis o della memoria condivisa5 min read

Lo scorso 28 Febbraio Giacomo Tachis è stato nominato Decanter Man of the Year 2011. Un premio importante da una rivista che ha conquistato sul campo credibilità e  prestigio, anche al di fuori del mondo strettamente anglosassone, e che si avvale di collaboratori, giornalisti e scrittori di vino, di grande richiamo.

Decanter ha istituito il riconoscimento nel 1984 per onorare i personaggi che con il loro lavoro hanno segnato il mondo del vino dei rispettivi paesi d’origine. Trattandosi di scelte assolute, seppur frutto di un lavoro di squadra, come tutte le scelte sono opinabili ma non per questo meno indicative di una tendenza. 

E’ la terza volta che la rivista inglese sceglie un italiano, dopo Piero Antinori e Angelo Gaja. In questi 27 anni, i francesi hanno ottenuto il riconoscimento 10 volte, gli australiani, i britannici e i californiani 3, gli spagnoli 2 e poi 1 volta ciascuno per tedeschi, argentini, libanesi e austriaci. Insomma una visione del mondo del vino che potrà non essere condivisa ma questa è, e solo con questa bisogna confrontarsi.

Personalmente sono stato molto contento che il vino italiano, attraverso “Mino” Tachis, abbia ottenuto questo onore. Intanto perché – e non è poco -mette il vino italiano almeno sullo stesso piano (sic) degli australiani e dei californiani…. ma battute a parte, soprattutto perché individua molto correttamente il ruolo che Tachis ha avuto in un periodo molto particolare e decisivo della nostra recente storia, gli anni Settanta e Ottanta. Nel corso di questi venti anni infatti si sono poste le basi per la rinascita del nostro vino dopo un lungo periodo di buio in cui sostanzialmente non si era compreso che la proposta italiana ormai non aveva più spazio in un mondo che richiedeva vini di tutt’altra levatura rispetto ai Chianti col “governo” e ai Baroli che puzzavano di “merdino”.

La nascita del Sassicaia, del Tignanello e del Solaia, di cui Tachis fu levatore, furono a livello internazionale un segnale che le cose erano cambiate. E non a caso il primo italiano Decanter Man of the Year1986 fu Piero Antinori – proprio il produttore di due di quei tre vini entrati nella storia –  a cui seguì, qualche anno più tardi (1998), Angelo Gaja, anch’esso non proprio simpatico ad alcuni.

Nel caso di Tachis credo che ad essere valutato sia stato il complesso della sua attività non solo come enologo ma anche di consulente strategico che ha sprovincializzato non poco il settore. Il suo contributo alla rinascita e alla qualificazione del vino siciliano, e in particolare all’elaborazione del Nero d’Avola, è stato fondamentale  così come non si può dimenticare la sua opera di rivalutazione dei vini del sud della Sardegna, in primis il carignano, a cui ha dato lustro e visibilità.

Infine voglio ricordarlo tra i pochissimi – insieme al prof. Mario Fregoni- che hanno sostenuto con passione la battaglia della vitivinicoltura insulare. Ma i campi su cui ha spaziato sono davvero tanti – il Vin Santo per esempio di cui è stato uno studioso attento e propositivo- lasciando sempre tracce importanti. Insomma davvero “ the father of Italian wine” come lo ha descritto Decanter.

Per questo mi hanno colpito – ma non più di tanto– le polemiche che la nomina ha suscitato in taluni gruppi di commentatori. Ma non tanto per quanto hanno sostenuto –  è loro pieno diritto pontificare su Tachis e il sangiovese, Tachis e i supertuscan, Tachis e i vitigni migliorativi, ecc.ecc.- quanto perché è davvero diventato difficile costruire una memoria condivisa anche sulla nostra recente storia. Come già è successo nel caso del dibattito sulla memoria condivisa di Veronelli su Intravino – commenti davvero incresciosi se non offensivi visto che l’interessato oltretutto non può nemmeno rispondere per le rime – c’è un’oggettiva difficoltà ad uscire dal proprio “particulare” e proiettarsi su una visuale più ampia. A prevalere anche questa volta sono gli orizzonti limitati, un provincialismo di maniera incapace di valutare l’importanza che il premio sia andato ad un italiano e non ad un personaggio di un altro paese.

La verità è che non potendo sostenere che lo staff di Decanter non capisce un tubo hanno spostato il problema sul premiato che, debbo dire con una certa soddisfazione, se ne fotte allegramente. Una cosa è certa di Tachis si parlerà ancora mentre dubito che alcuni suoi critici diventino mai “man” di alcunché. 


 

Parla Tachis. Una mia vecchia intervista

D. La ricerca degli ultimi anni ha messo in luce le grandi potenzialità dei vitigni autoctoni presenti in Toscana, in relazione alla produzione di vini di qualità. Il sangiovese è sicuramente l’esempio più eclatante. Secondo lei quali sono, tra i vitigni bianchi e rossi della Regione, i più meritevoli di attenzione e valorizzazione ?

R. A parte il Sangiovese che è ormai è diventato l’immagine del vino rosso di Toscana, ritengo che per la tipologia dei vini giovani, di stile moderno, si potrebbe lavorare anche sul Colorino, sul Mammolo e addirittura sul Trebbiano rosso. La Malvasia rossa è un altro vitigno da rivalorizzare e che potrebbe costruirsi un’ottima immagine. C’è poi l’Aleatico che vinificato in modo particolare e imbottigliato giovanissimo, susciterebbe un certo interesse. Nei bianchi bisognerebbe lavorare molto sulla Vernaccia e forse anche sulla Malvasia del Chianti. Ma non dobbiamo umiliare troppo il  Trebbiano! Anzi da noi è un vitigno che può ancora dare molto anche se bisogna pensare a delle diversificazioni produttive rispetto a come viene attualmente impiegato.
( A causa di un problema di archivio non ho riferimenti precisi . Comunque è stata pubblicata sul Gambero Rosso nei primissimi anni Novanta) 

 

 

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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0 responses to “Tachis o della memoria condivisa5 min read

  1. Gentile Signor Gabbrielli, Lei ha scritto qualcosa di bello su Tachis e merita che qualcuno lo commenti, anche se é un due di coppe come la sottoscritta.
    Il riconoscimento di Decanter alla figura di Giacomo Tachis come uomo dell’anno da parte della prestigiosa rivista inglese é sicuramente doveroso, ma secondo me tardivo. e forse i commenti che a Lei sono sembrati provinciali e limitati volevano significare questo. Che senso ha premiare un uomo che ha dato il meglio di sé tanti anni fa e che adesso gode giustamente della sua ultima parte della vita al di fuori dai giochi? Non sarebbe stato meglio pensarci dieci anni fa?
    Seguo Decanter costantemente e conosco qualcuno dei suoi giornalisti, ma il fatto che apprezzi questa rivista non vuol dire che non mi renda conto di come sia conservatrice e ancora arroccata a uno stile di comunicazione un po’ passato.
    Riguardo a scegliere una figura di uomo del vino italiano, capisco che ci siano delle difficoltà , ecco perché meglio onorare qualcuno che rappresenta il passato piuttosto di giocare su qualche immagine dubbia del presente.
    Come ho commentato su Vino al Vino, per me é un Oscar alla carriera. Certo é un risultato per il vino italiano, però é anche un poco deludente che si consideri di premiare Tachis soprattutto perchè ha restituito una posizione di rilievo all’Italia giocando su vitigni bordolesi. Lei può riportare quel che vuole dell’attività  del premiato, ma il motivo di scelta di Decanter riguarda soprattutto le glorie del Sassicaia e Tignanello, non certo le sue apprezzabilissime attività  in Sicilia ed in Sardegna.
    E’ per questo che l’onoreficenza a Giacomo Tachis mi lacia un po’ di amaro in bocca.

    Riguardo alla figura di Veronelli, Lei ha criticato diversi commenti su Intravino e, suppongo, anche i miei perché offensivi, anche considerando che la persona in oggetto non era in grado di ribattere. che vuole che le dica, per me Veronelli era un genio anticipatore (e l’ho scritto) ma quello che mi provoca una reazione di rigetto é la corsa a farne un mito da morto quando da vivo era molto criticato, soprattutto negli ultimi anni. Mi sono permessa di fare presenti alcuni aspetti meno piacevoli della sua personalità , che non erano poi cosଠsconosciuti, proprio perché l’omaggio melassoso di tanti secondo me non é un bell’esempio per le nuove generazioni.
    Se una persona ha un valore, e sicuramente Veronelli lo ha, non ha bisogno di incensamenti esagerati, solo di essere presentato con virtù e debolezze.

  2. Cara Nelle nuvole, non sono mai stato un grande ammiratore dei vini di Tachis ma non per questo non sono stato contento quando ho saputo del premio. Per questo mi hanno dato fastidio molti commenti che hanno cercato di sminuire l’importanza del personaggio, sia in linea generale, sia in confronto con altri. Credo che sia un premio all’Italia che ha saputo farsi conoscere nel mondo del vino, che non è sempre quella più “autoctona” ma probabilmente è quella che ha fatto da apriprista per tante aziende, specie all’estero. Su Veronelli sono d’accordo su molto di quello che dice e mi accorgo con stupore che oramai il mondo del vino è pieno di allievi di Veronelli ,al punto che non mi meraviglierebbe scoprire un asilo ed una scuola media dove Gino sia stato per anni l’unico insegnante.

  3. Gent.ma Nelle Nuovole, sarebbe semplice liquidare la questione dicendo meglio tardi che mai. Ci son voluti due anni di discussioni all’interno della redazione di Decanter per avere questo risultato. Le possa assicurare che la lista di pretendenti era ed è molto lunga. Quanto all’attività  di Tachis, nell’articolo di introduzione è chiaramente specificato che la rivista si riferisce specificatamente agli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo quando la questione “bordolese”, chiamiamola cosଠper brevità , si è posta con forza all’attenzione del mondo vinicolo italiano. D’altra parte Richard Baudains da molto tempo in Italia conosce perfettamente quanto Tachis ha fatto non solo in Toscana ma anche in Sicilia e Sardegna. Difficile non pensare che al di là  della motivazione specifica richiamata in precedenza, tutto il resto non abbia influito. Trovo poi che qualsiasi fatto vado storicizzato cioè posto nel contesto storico in cui si è sviluppato. anche il Vigorello di San Felice è nato nel 1968 ma per un lungo elenco di ragioni non ha avuto il medesimo successo, eppure Enzo Morganti non era di sicuro un personaggio minore. Quanto ai dibattitti sui vari siti spesso li trovo desolanti, se possibile proporzionalmente all’importanza del tema, e mi chiedo se sia giusto trattare un tema come la memoria condivisa con tanta superficialità . Sà¬, ho letto il suo commento e le confermo che non mi è piaciuto perché di sicuro non ha contribuito ad “elevare” un livello che in certi interventi era molto scaduto. Mi creda pur non essendo mai stato un veronelliano di ferro, lo conoscevo e ho pubblicato molti articoli su Ex Vinis oltre 2 libri con Veronelli Editore. Non eravamo d’accordo su molte cose e non lo saremmo nemmeno adesso ma stima e rispetto sono la base delle amicizie. Ognuno di noi ha delle debolezze ma allora bisogna avere il coraggio di tirarle fuori al momento giusto. Farlo oggi mi suona male. Un’altra considerazione. Può non piacere ma viviamo in un mondo e in un mercato globale dove le nostre beghe non interessano molto. Senza andare lontano ma solo in Francia, Tachis avrebbe la Legione d’Onore per quello che ha fatto, da noi discutiamo se sia stato giusto premiarlo oppure no….. Ultimissima cosa. Io mi firmo con nome e cognome. Non solo è un mio diritto ma anche un dovere nei confronti di quei quattro amici che hanno la bontà  di leggere le cose che Carlo gentilmente mi pubblica. M’immagino che lei nella vita di tutti i giorni non si chiami proprio “Nelle Nuvole”, vero ?

  4. Gentile Signor Gabbrielli La ringrazio per aver speso tempo e parole nel rispondermi. La mia opinione sul riconoscimento a Giacomo Tachis l’ho espressa, ma la mia opinione, ripeto, conta assai poco. Il mondo del blog da la possibilità  anche a persone come me di intervenire ed io penso di farlo in modo civile. Un tempo esistevano articoli scritti da professionisti da leggere e assimilare senza possibilità  di intervento. Adesso non é più cosà¬, prendere o lasciare. Secondo me questo é uno sviluppo interessante ma forse ancora difficile da inquadrare.
    Lei mi ha risposto rimettendomi al mio posto e io lo accetto, anche se rimango della mia opinione riguardo a Luigi Veronelli. Perché non avrei dovuto riportare la mia testimonianza relativa a degli aspetti meno eclatanti del genio? Il mio nome e cognome non aggiungono niente a quello che scrivo, anzi le dirò di più: sono convinta che Nelle Nuvole faccia più presa del mio nome di battesimo. E’ un gioco che ho cominciato meno di un anno fa ed é poi andato avanti di vita propria.
    Oramai mi sono affezionata a questa identità , e finché la mia coscienza non mi bacchetterà  continuerò ad usarla. ma rispetto Lei e tanti altri anche se posso non condividere completamente quanto scrivete.

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