Scusi, da che parte è il nord?3 min read

A dispetto del fatto che il bere vino sia un atto fisico, pressochè quotidiano e, secondo qualcuno, pure politico e che pertanto possa apparire sbagliato gravare l’argomento di troppe sovrastrutture intellettuali, non c’è dubbio alcuno sulle sue molteplici implicazioni extraenoiche. Affermazione, anche questa, che rischia però di apparire banale fino a quando non la si affronti con i giusti rudimenti e più larghi orizzonti.

E’ quanto assai bene hanno fatto Fabio Pracchia e Giorgio Fogliani mettendo in parallelo le vicende latamente identitarie di territori enoicamente così diversi e al tempo stesso così simili come il Gallo Nero e il Carso in occasione della quarta edizione di “Perché Nord!”, l’appuntamento annuale organizzato a Villa Le Corti dei principi Corsini dall’Associazione San Casciano Classico, che riunisce i produttori dell’Uga San Casciano, appunto la più settentrionale della denominazione: “Non un momento di confronto tra i rispettivi vini, ma uno spazio di scambio dialettico tra zone di produzione, purchè ‘nordiche’”, ha specificato in apertura la presidente Maddalena Fucile.

Come il Chianti, infatti, anche la regione friulana è stata storicamente marcata da confini geopolitici, prima ancora che geografici. Confini-non-confini insomma, linguistici, etnici e culturali destinati a mutare nel corso della storia, a dilatarsi e a restringersi secondo le vicende e i diversi punti di vista. Nell’immaginario collettivo del vino italiano il Carso si colloca non a caso nel profondo nord, in un contesto tutt’altro che mediterraneo, ma da un’altra prospettiva esso rappresenta l’estremo lembo meridionale – climatico e non soltanto – della Mitteleuropa, “la quale in qualche modo lo indentifica con il mare”, ha spiegato Fogliani. Da qui un’identità multipla, fatta di geologie diverse, tradizioni vinicole sovrapposte, nuovi trend e di alcuni paradossi normativi, come il fatto che alcune zone comprese nella doc Carso non facciano parte del Carso geografico.

Fabio Pracchia

Anche la parabola compiuta dal Chianti alla ricerca della propria identità vinicola è stata del resto lunga e articolata. E non pare destinata a fermarsi, ha spiegato Fabio Pracchia, espandendosi oggi progressivamente verso una dimensione identitaria sempre più complessa, capace di sussumere in se stessa i valori dell’agricoltura, dell’economia, del paesaggio, dell’architettura, delle tradizione condivise e di nuovi elementi unificanti a livello globale come la sostenibilità e la biodiversità. “Wine is culture” è stato non a caso il leit motiv dell’ultima Chianti Classico Collection. Un claim, ha aggiunto Pracchia, che la dice lunga sulla strategia intrapresa al termine di un percorso cominciato con l’editto di Cosimo III del 1716 e proseguito con la messa a fuoco tipologica, merceologica, amministrativa e geografica che nell’arco di un secolo ha condotto all’adozione delle UGA, strumenti destinati, secondo il relatore, a “dare valore all’identità. E l’identità – ha proseguito – tende a far sparire le gerarchie, mettendo i territori in orizzontale anziché il verticale e dando maggiore evidenza alle differenze”. 

La degustazione che ne è seguita non ha certamente smentito le premesse teoriche, alimentando anzi un ulteriore quesito da analizzare, magari, nel futuro prossimo: ha senso, e quale, sostenere che un vino, più che territoriale, è identitario, laddove si parli non di identità del produttore, ma del territorio? Perché no(rd)?

Ecco i vini in assaggio:

Montesecondo, Chianti classico docg 2023

Luiano, Tanto di Cappello Chianti Classico docg 2022

La Sala del Torriano, Chianti Classico Gran Selezione docg 2021

Solatione, chianti Classico docg 2019

Skerk, Terrano Venezia Giulia IGT 2021

Vodopivec, Vitovska Venezia Giulia IGT 2020

Skerlj, Malvasia Carso doc 2022

Zidarich, Prulke Venezia Giulia IGT 2021.

Stefano Tesi

Stefano Tesi, giornalista professionista, scrive per vari giornali italiani di gastronomia e viaggi. Il suo giornale online è Alta Fedeltà.


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