Quattro aziende amiche, Castello del Terriccio, Montevetrano, Tasca d’Almerita e San Leonardo hanno presentato a Roma la neonata associazione Terre da Cabernet, intitolata al nome del vitigno che affratella vini come Lupicaia, Montevetrano, Cabernet Sauvignon Tasca d’Almerita e San Leonardo.
Anche non volendo e pur non essendo nelle intenzioni dei promotori – Alberto Tasca ha voluto ribadire l’importanza degli autoctoni per le aziende- ma l’incontro sembrava proprio un sasso tirato nello stagno di chi prova una sincera eccitazione solo quando scrive di colorino e di perricone e mostra invece una sensazione di malcelato fastidio per il “vitigno perfetto”. (Così lo definiva nel 1785 Charles de Secondat, Baron de Montesquieu, viticoltore e figlio del noto filosofo politico, fondatore della teoria della separazione dei poteri ndr.). Infatti è alla base di molti grandi vini del mondo, non solo francesi.
Ritornare a parlare, discutere e ragionare di cabernet in modo laico, senza mitizzarlo ma nemmeno demonizzarlo, mi è sembrato una buona idea. E così ho accettato l’invito con piacere e curiosità e grazie al prof. Attilio Scienza e ad otto grandi vini, quattro del 2005 e quattro del 2001, ho passato due ore e mezzo, intense e interessanti.
Il Cabernet sauvignon
Gli alti soffitti di Palazzo Taverna con una quadreria che tappezza letteralmente le pareti sino all’inverosimile, hanno fatto da scenario all’introduzione sul cabernet che Attilio Scienza ha sbrigato da par suo. Figlio di un incrocio spontaneo tra cabernet franc e sauvignon blanc (dopo l’analisi del Dna, le conclusioni sono queste) inizia a diffondersi in Gallia nel III secolo d.C. e inizia ad essere conosciuto come uva “biturica” o “balisca”, per poi trovare nell’area bordolese la sua massima espressione conosciuta. In Italia l’inizio della sua coltivazione risale al 1820 per opera del Conte Manfredo Bertone di Sambuy che lo impiantò nella sua tenuta di Marengo, in provincia di Alessandria, ma sono numerosi gli autori che già in precedenza scrivevano genericamente di “uva franzesa”. Salvatori Mondini, autore di un testo fondamentale quale “I vitigni stranieri da vino coltivati in Italia” , edito nel 1903, che descriveva la presenza delle varie uve nel Paese alla fine dell’Ottocento, spiegava che il cabernet “si trova coltivato in 45 province “ eccettuata la Sardegna. In Piemonte un grande ampelografo come il marchese Leopoldo Incisa della Rocchetta, il quale dopo averlo introdotto nella sua collezione nel 1860, lo descriveva così “ è un vitigno di una robustezza ordinaria, ma vigoroso, che ama un terreno più fertile del Cabernet franc e dà ogni anno una produzione uniforme. L’uva ha un sapore distinto, ma un po’ aspretto. Il vitigno è da ritenersi fra i più pregevoli e degni di essere propagati”. Ultima citazione quella del duca Scipione Salviati, che lo impiantò nel 1873 nella sua tenuta pisana di Migliarino. Molto probabilmente le marze che Mario Incisa della Rocchetta utilizzò per il primo vigneto di Sassicaia, provengono dal discendente di quel vecchio vigneto.
Un ruolo innovatore
Ma se la storia del Cabernet sauvignon – qui davvero sintetizzata al massimo- è ampia quanto affascinante, il ruolo che ha avuto in tempi più recenti – gli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo – è stato di primo piano nell’ambito del rinnovamento del vino italiano di quegli anni. Cito solo qualcuno degli aspetti che ritengo degni di attenzione.
Misurarsi con il Cabernet sauvignon non ha significato semplicemente cimentarsi con l’affinamento e la maturazione del vino nelle piccole botti di rovere francese ma anche gestire i vigneti in modo diverso, aumentando il numero dei ceppi, limitandone l’esuberanza e controllando in modo più attento i parametri di maturazione. Esperienze che poi sono state riversate su tutti gli altri vitigni, dal sangiovese al nebbiolo all’aglianico e così via. Certo il processo non è stato meccanico ma dialettico e in ogni caso importante per le conseguenze che ha comportato. L’elemento davvero fondamentale, però, è che il Cabernet sauvignon ha permesso ai nostri vignaioli di andare in giro per il mondo con un vino che al di là delle lingue e delle diverse culture, è stato una sorta di vocabolario in comune che ha permesso di esaltare sia le capacità dei produttori che la vocazione dei nostri terroirs. Presentarsi con un grande cabernet ha aperto tante porte e ha permesso l’ingresso di tanti nostri vini “autoctoni “. Oggi il mondo è cambiato, c’è una sensibilità e una curiosità maggiore e anche più apertura verso altre proposte diverse dal cabernet e d’altra parte l’offerta di questo vino è sempre più ampia ed è in gran parte eccedentaria. Non a caso c’è spazio solo per i grandi vini ottenuti con i vitigni bordolesi. Infatti nelle aste così come nei confronti internazionali, la pietra di paragone continuano ad essere questi vitigni. Una realtà che potrà non piacere ma chi vende all’estero, conosce molto bene.
Terre da Cabernet vuole riportare il dibattito nel suo giusto alveo e senza pregiudizi. Per questo tiene le porte aperte a chi vorrà far parte della squadra. Spero la fila sia lunga perché di buoni cabernet italiani, ce ne sono davvero tanti. Ricordate il Sassicaia, vero ?
I vini in degustazione annate 2005 e 2001
Lupicaia (Cabernet sauvignon 85%, Merlot 10%, Petit Verdot 5%)
Montevetrano (Cabernet sauvignon 60%, Merlot 30%, Aglianico 10%)
Cabernet Sauvignon Tasca ( Cabernet sauvignon 100%)
San Leonardo (Cabernet sauvignon 60%, Cabernet franc 30%, Merlot 10%)
Cabernet solidale
Dall’iniziativa di “Terre da Cabernet” nasce un preziosissimo cofanetto contenente i quattro Cabernet frutto del lavoro delle quattro aziende fondatrici del progetto. “Terre da Cabernet” ha anche un obiettivo di solidarietà: l’associazione sostiene infatti Wine For Life, confermando l’amicizia che lega l’eccellenza vinicola italiana all’iniziativa solidale realizzata dalla Comunità di Sant’Egidio. Inoltre permetterà di realizzare “Dream”, il programma avviato nel 2002 per curare donne, uomini e bambini in moltissime regioni africane devastate dal virus.
