Non è proprio il maggiore tormentone estivo ma è ormai da tempo sulla bocca di tutti e l’estirpazione dei vigneti, proprio come la calunnia del Barbiere di Siviglia, da venticello rischia di diventare un’esplosione, come un colpo di cannone… che fa l’aria rimbombar.
I primi venticelli la richiedevano come panacea di tutti i mali, prendendo a esempio la zona del Bordolese e la Francia in genere. Poi si scopre che la tranche di espianti francesi (parziali e totali) del 2026, finanziati con 4000 euro a ettaro, non è stata sfruttata (come si poteva pensare) appieno, superando a malapena i 112 milioni di euro di contributi erogati dei 130 messi a disposizione.
In Italia andiamo avanti tra un florilegio di dichiarazioni che però dicono tutto e niente, come il ministro Lollobrigida che al congresso di Assoenologi si dice “non particolarmente convinto” sugli espianti, rimandando la palla alle associazioni di categoria che dovrebbero presentare una posizione condivisa, o come Lamberto Frescobaldi (Presidente Uiv) che da essere contrario si è dichiarato a favore ma solo dove ce n’è bisogno.
La domanda è proprio questa: “Dove ce n’è bisogno?” La risposta di Frescobaldi e quasi lapalissiana “Dove c’è sovrapproduzione”.

A questo punto mi domando se per sovrapproduzione si intendono, per esempio, i vigneti di pianura per la glera in Veneto o i tendoni pugliesi, dato che entrambi arrivano a produrre ad ettaro anche 3-4 volte l’uva di un vigneto di collina di tante DOC e DOCG italiane.
Oppure per sovrapproduzione si pensa alle zone che hanno importanti giacenze invendute (quindi soprattutto vini rossi) anche se hanno vigneti che producono, appunto, un terzo di un tendone in pianura?
Poi non si capisce se si parla di estirpazione totale o parziale, di come, dove e quando trovare i soldi per finanziarle. Però se ne parla e tutti sembrano più o meno favorevoli.
Ma allora servirebbe un segnale forte e chiaro: per questo, mi domando, perché le associazioni di categoria, i produttori, non chiedono a gran voce al ministero almeno di bloccare (non per sempre ma per qualche anno) l’uno per cento annuo di nuovi impianti che viene ripartito tra tutte le regioni?
La Regione Piemonte nel 2025 ha accolto 733 richieste i nuovi impianti per un totale di 502 ettari e nel 2026 siamo passati a 400 richieste per circa 300 ettari. In Toscana nel 2025 sono state accolte 647 richieste di nuovi impianti, mentre per il 2026 ancora non si hanno i dati ma nella delibera regionale si legge una cosa particolare, che stabilisce “un tetto massimo di superficie richiedibile per domanda pari a 30 ettari”

Ma come? Da una parte si parla di espianti e dall’altra si possono arrivare a concedere nuovi impianti fino a 30 ettari a domanda? Non vi sembra ci sia qualcosa di strano in tutto questo?
Ricapitoliamo: espianti si ma dove c’è sovrapproduzione però non si sa quali zone abbiano sovrapproduzione e se con quel termine si pensa alle viti che producono adesso o alle giacenze prodotte in passato. Nessuno che propone eventualmente un piano preciso ma in compenso stato e regioni vanno avanti alla giornata, dando un colpo al cerchio e uno alla botte e erogando permessi per nuovi ettari senza che nessuno tra i produttori dica niente.
Per me è chiaro che parlare di espianti è solo un modo per distrarre il mondo del vino (e dei consumatori) dai veri problemi del settore. Ve ne elenco alcuni.
- Il costo della produzione ad ettaro che, specie nelle zone di collina più vocate, arriva a cifre esorbitanti se vuoi fare qualità.
- La burocrazia che sta soffocando i piccoli produttori.
- La gestione di moltissimi vigneti di qualità sempre più in mano a cooperative (più o meno esperte, più o meno a norma) perché manca la manodopera specializzata in viticoltura, con conseguente diminuzione progressiva della qualità del vino.
- Piani per aiutare non tanto l’espianto ma il mantenimento del patrimonio viticolo in aree particolarmente vocate che non facciano ricadere tutto il costo sul produttore.
- Il costo spesso esagerato a cui vengono vendute le bottiglie a ristorante.
- Un quadro armonico, ben finanziato, di promozione in Italia e nel mondo di almeno 5-7 anni, che provi a riportare il vino, in particolare quello italiano, al ruolo centrale che aveva non molti anni fa e da cui è stato scalzato da altri prodotti (birre, bevande semialcoliche o senza alcol, etc).
- Una risposta generalizzata e forte sul tema dei problemi dovuti all’alcol, che non si fermi all’ormai superato concetto del “moderato consumo”.
Se poi qualcuno telefonasse a 1000 produttori a caso sono convinto si potrebbero trovare altri 1000 problemi veri, ma oggi si parla molto di espianti, forse perché è più facile parlare di niente invece che affrontare realmente i problemi.