Tutto quello che avreste voluto sapere sul Clos Vougeot e non avete mai osato chiedere

Tra i diversi grand cru della Côte-de Nuits (ce ne sono 24), il Clos de Vougeot è certamente quello con più storia e con la maggiore estensione. Fu infatti “creato” dai monaci “bianchi” del Novum Monasterium di Cîteaux, che accumularono pazientemente, nel corso di circa duecento anni, poco più di  50 ettari di terre, comprese tra Chambolle-Musigny, Flagey -Échezeaux e Vosne-Romanée,  ricevute in donazione o acquisite mediante scambi o acquisti (le prime nel  1110, le ultime nel 1336), unificandole (tra il 1170 e il 1190) con una possente cinta muraria, visibile ancora oggi.

50 ettari (per la precisione 50.59) sono un’estensione eccezionale per un grand cru di questa parte della Borgogna. Si pensi che il più piccolo di essi , La Romanée, un monopole appartenente al Conte Liger-Belair, ne misura  appena 0,86. Dopo il Clos de Vougeot , solo Échezeaux (paradossalmente quasi cinque volte più grande del Grands Échezeaux, l’altro grand cru di Flagey-Échezeaux) supera i 30 ettari (34.79), comunque una dimensione enorme rispetto alla media. E’ stato detto che , anche  a causa delle sue dimensioni, i vini del Clos de Vougeot (e di Échezeaux) non possano uguagliare i migliori di Chambertin o quelli di Romanée-Conti:  troppo grandi, in una regione che è un vero millefoglie geologico, dove basta spostarsi di pochi metri per trovare suoli con caratteristiche diversissime, perché vi si possano produrre vini di qualità omogenea. E di fatti una leggenda, molto accreditata in passato, ma che resta comunque tale, raccontava che i monaci di Cîteaux, proprietari unici del Clos fino alla Rivoluzione, ne ricavassero tre cuvées di qualità assai diversa: la migliore proveniva dalle vigne situate nella parte più alta del Clos, ed era destinata ai papi, la seconda, anch’essa eccellente, ma meno, proveniva dalle vigne della sezione centrale ed era destinata ai vescovi (o , per un’altra versione, ai principi), infine la terza, di qualità più modesta, proveniva dalle vigne situate più in basso, ed era la cuvée dei monaci.

Una superficie piatta...

Guardandolo dall’alto, il Clos appare una superficie piatta e uniforme, ma in realtà essa si sviluppa, come tutti i cru borgognoni, lungo un piano inclinato, che degrada da circa 260 metri verso i 240, il limite inferiore della fascia di altitudine dei grands crus della Côte-de Nuits, situata a mi-pente, tra i 250 e i 320 metri circa. La parte più bassa è quella delimitata dalla Route Nationale che conduce da Beaune a Dijon. Quella più alta , bordeggiata per un tratto dalla Route des Grands crus, confina a nord con il terroir di Chambolle-Musigny e a sud con quello di Flagey-Échezeaux . Partendo dalla parte più alta, le caratteristiche del suolo cambiano enormemente. Nella sezione più elevata, infatti,  è  il calcare di Comblanchien a dominare, una roccia costituita per il 99% da calcare puro, depositatosi nella laguna primordiale e poi solidificatosi nel corso di millenni. Una pietra dura, di colore chiaro, molto povera di argilla, generalmente poco adatta alla vitivinicoltura, ad eccezione di quando si trova nella parte intermedia o inferiore del pendio, come nella sezione più alta del Clos de Vougeot, de Les Amoureuses (straordinario Premier cru di Chambolle-Musigny), o nella sezione inferiore di Griotte-Chambertin. Fu con questa  pietra, utilizzata un tempo nella regione per le costruzioni, che fu eretto il Castello del Clos de Vougeot. Nella sezione intermedia del Clos, la proporzione di argille aumenta, pur restando molto importante la  componente calcarea, di origine bajociana, con suoli poco profondi e molto pietrosi, con un eccellente drenaggio. Quella più bassa, invece, è costituita da strati più profondi, di origine oligocenica, ricchi di argille e conseguentemente  con maggiori  difficoltà di drenaggio, che rappresentano un problema nelle annate molto umide. Difficoltà che  in parte sono state accresciute dalla costruzione , nel secolo scorso, della Route Nationale,  che bordeggia il lato orientale della muraglia,  e che ha  accentuato la vulnerabilità alle acque della parte più bassa del Clos.

Il lato occidentale, invece,  si avvantaggia della barriera rappresentata dal muro esterno, che protegge le vigne dal freddo proveniente dalla vicina Combe d’Orveaux. Non è però finita, perché, il suolo  del Clos è solcato  da diverse rugosità e piccoli rilievi che modificano l’esposizione ai raggi solari, oltre a produrre accumuli di umidità negli avvallamenti che le delimitano. Generalmente si sostiene che i vini migliori e più eleganti del Clos de Vougeot vengano dalla sezione più alta, mentre quelli della parte bassa sarebbero più potenti e muscolari, ma dotati di  minore  finezza. Ciò è in parte vero, ma questa affermazione va limitata dalla considerazione che, in talune annate, specie quelle molto secche, i suoli più argillosi permettono di affrontare meglio le emergenze idriche, e dal fatto che i migliori produttori, che posseggono vigne vecchie, riescono ugualmente a produrre vini eccellenti.

Lieux-dits o non lieux-dits

Secondo l’INAO il Clos de Vougeot costituisce un climat unico e indistinto. All’interno di esso non esistono dunque dei lieux-dits riconosciuti, come avviene, ad esempio, nel grand cru Musigny, assai più piccolo, che comprende i lieux-dits Les Musigny e Les Petits Musigny. Questo contrasta sia con le caratteristiche del Clos, che appare una proprietà distinta  dalle altre solo per effetto della recinzione delle mura, più  che un climat internamente omogeneo, sia con il fatto che , da epoca molto antica (dagli inizi del XIV secolo, come precisa Jules Lavalle, nel suo famoso studio del 1855) esso era articolato in numerosi lieux-dits aventi nomi distinti.

Lavalle  ne cita parecchi. Dopo, con la Rivoluzione, questi lieux-dits sparirono, ma in parte furono ricompresi in altri riportati nei catasti.  Generalmente i loro nomi non vengono citati in etichetta dai produttori, e ciò è perfettamente comprensibile, visto che la maggior parte di essi non possiede che molto raramente le sue parcelle in uno solo lieu-dit, ma più spesso,  varie frazioni  disseminate in porzioni diverse, non confinanti tra loro del Clos. Ad esempio, il Domaine Leroy possiede tre piccole porzioni , per complessivi 1.91 ha.,  distribuite tra le tre sezioni (alta, media, bassa) del Clos, e precisamente nei lieux-dits Garenne (quello più vicino al Castello),  Baudes Saint-Martin e Baudes Basses.  Solo i lieux-dits Musigni, vicino alla cinta nord-occidentale delle mura, confinante con Les Petits Musigny, e  il Grand Maupertui,  sul lato opposto, che si affaccia sul Grands Échezeaux,  entrambi collocati nella porzione più alta del Clos, sono generalmente “rivendicati” in etichetta dai proprietari: rispettivamente il Domaine Gros Frère et Soeur e il Domaine Anne Gros.

Vi sono però altri Domaines, che pur possedendo le proprie parcelle in diverse sezioni del Clos, ne  hanno concentrate  la maggior parte in una di esse (è il caso del Domaine Méo-Camuzet, le cui vigne sono, per la quota di gran lunga maggiore, nel lieu-dit Chiours),  oppure producono delle cuvées che provengono da un solo lieu-dit (come lo Château de la Tour, col suo Vieilles Vignes, che proviene da un ettaro di vigna situato nel Quartier du Marei Bas). In questo caso, pure se i nomi dei lieux-dits  non sono riportati in etichetta, i loro vini possono considerarsi espressione di un dato lieu-dit.
Ma quanto sono “reali”, ossia non semplici nomi derivanti dalla tradizione , i lieux-dits riportati nelle mappe ottocentesche,  successive alla Rivoluzione, ridenominazioni o aggregazioni di quelli medievali? In che misura i vini che si traggono dalle parcelle che vi sono situate sono, al di là delle differenze legate allo stile di vinificazione dei produttori, davvero distinguibili gli uni dagli altri, ovvero sono “trasparenti” rispetto ad esse?

La degustazione

Era questo l’interrogativo che ci siamo posti alcuni giorni fa in una insolita degustazione di alcuni dei migliori Clos de Vougeot, selezionati anche in vista di accertare la loro capacità di esprimere differenze non solo nominali dei terroirs dei lieux-dits storici  individuati dai monaci.

Domanda alla quale è forse impossibile rispondere, perché come sarebbe possibile  districare le differenze dovute al terroir da quelle dovute all’annata e alle diversità degli stili di vinificazione adottati dai vari Domaines che li producono?  Troppo difficile (impossibile), infatti,  individuare la specificità del terroir  del solo Grand Maupertui senza poter confrontare tra loro bottiglie di un determinato ventaglio di annate prodotte da produttori diversi: il Domaine Anne Gros, naturalmente, ma anche gli altri Domaines che vi posseggono proprie parcelle, come Gérard Raphet, Jean-Marc Millot,  Henri Boillot o Laurent Roumier ed altri ancora.

Temerariamente noi ci abbiamo provato: ovviamente senza la pretesa di dimostrare nulla, ma con l’intento di dare inizio ad un approfondimento che richiederà (numerose) altre prove, con campioni assai più estesi e selezionati con maggior rigore. La prossima volta saprete cosa ne è uscito.

Guglielmo Bellelli

Nella mia prima vita (fino a pochi anni fa) sono stato professore universitario di Psicologia. Va da sé: il vino mi è sempre piaciuto, e i viaggi fatti per motivi di studio e lavoro mi hanno messo in contatto anche con mondi enologici diversi. Ora, nella mia seconda vita (mi augurerei altrettanto lunga) scrivo di vino per condividere le mie esperienze con chi ha la mia stessa passione. Confesso che il piacere sensoriale (pur grande) che provo bevendo una grande bottiglia è enormemente amplificato dalla conoscenza della storia (magari anche una leggenda) che ne spiega le origini.


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