Il nome è d’antan. Il vino invece moderno, anche se non modernista: un bianco da uve autoctone di un territorio ristrettissimo, sconosciute appena fuori dalla loro culla: impigno e francavidda di una piccolissima DOC, quella di Ostuni, che ha rischiato la cancellazione per la scarsità di vignaioli che la rivendicassero.
Giallo paglierino luminoso, aroma delicato di frutta bianca, dalle leggere note di erba e finocchio selvatico, fresco e sapido sul palato, con una piacevole scia ammandorlata in chiusura.
Di golosa immediatezza, ma sorprendentemente capace di resistere al tempo migliorando in alcune annate: se la 2008 è ormai a fine corsa, la 2013 mostra una vitalità un po’ scorbutica, ma la 2020 è di bella armonia e solare espressività. Da comprare se il produttore ne ha ancora. Viene da una piccola cantina familiare (un ettaro e mezzo di vigna), orgogliosamente portata avanti da Oronzo, terza generazione, custode di quelle uve e dei vini di Ostuni. Con la Signora Nina produce anche un succoso Ostuni Rosso 100% ottavianello e un IGT Salento rosato, un chiaretto da salasso delle stesse uve.
Il prezzo? Meno di dieci euro: da godersi sui piatti della saporosa cucina locale
