“Langhe DOC, un territorio in evoluzione”: una manifestazione che mancava6 min read

Il 96 non è un numero presente nella tombola o nella Smorfia ma per quanto riguarda la denominazione Langhe DOC è basilare. 96 sono infatti i comuni in provincia di Cuneo, tra Langhe e Roero, in cui si può produrre, dal 1994, del Langhe DOC.

Il Langhe DOC in realtà non è solo un vino ma un insieme di vini/vitigni che creano quello che io da tempo chiamo “l’arcipelago Langhe DOC”. Stiamo parlando di oltre 20 tipologie di uve/vini che vanno dal bianco al rosso, al novello, fino al passito, arrivando a produrre oltre 23 milioni di bottiglie, cioè praticamente quanto producono i due “giganti” di Langa, Barolo e Barbaresco, messi assieme.

Ma in un arcipelago ci sono isole più grandi e più piccole e cosi nel grande territorio del Langhe Doc troviamo il Langhe Merlot che non arriva a 10.000 bottiglie e il Langhe Nebbiolo che ne fa quasi 12 milioni.

Nel mezzo troviamo bianchi come Arneis Favorita, Nascetta, Chardonnay e rossi  come barbera, dolcetto, freisa, cabernet sauvignon. Una mare di vitigni in un territorio vasto e molto diverso per terreni, climi, altezze che ci vorrebbero diverse lezioni universitarie per presentarlo.

Quindi passo oltre e cerco di riportarvi cosa mi hanno dato le due giornate sui Langhe DOC ben organizzate dal Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe, Dogliani.

Due giornate  impegnative che ci hanno visto degustare ben 170 vini: più di 70 campioni da vari vitigni bianchi e rossi il primo giorno e quasi 100 Langhe Nebbiolo il secondo. L’abbiamo potuto fare anche grazie al perfetto servizio dei sommelier AIS, che ci hanno veramente seguito con una premura, una competenza e un’organizzazione di altissimo profilo.

Nonostante le due sessioni di assaggio impegnative credo che il format debba essere visto in maniera più che positiva, specie se ampliato almeno di un giorno. Questo permetterebbe tempi più allargati per gli assaggi, anche con l’aumento (diciamo che 70-75 assaggi al giorno è più che sufficiente) del numero dei campioni. Quindi una manifestazione che nel suo anno zero si dimostra centrata e importante per mettere a fuoco quegli “angoli” che i due grandi vini di Langa nascondono un po’.

La sala di degustazione

Veniamo ai vini con una premessa. Nella denominazione Langhe alcune sue tipologie rappresentano la DOC più importante per quel preciso vitigno/vino in quel territorio (Esempio Langhe Rosso e Langhe Bianco, Langhe Nascetta etc) mentre altre possono essere viste, anche se ci sono molti ettari iscritti alla DOC, come una “denominazione a caduta”. L’esempio più eclatante è il  Langhe Nebbiolo che ha circa 1300 Ha iscritti all’albo ma può avvalersi anche del “declassamento” di partite di Barolo o Barbaresco.

Prendendo atto dei due modi di essere per le varie tipologie di Langhe DOC la realtà dei fatti è che un prodotto “anche declassato” come il Langhe Nebbiolo è in realtà oggi un vino a sé stante, con un mercato che tira e che va avanti da solo (facendo pure concorrenza interna al Barolo e al Barbaresco) mentre molte altre tipologie devono appoggiarsi al marchio aziendale o ad associazioni più o meno radicate sul territorio per avere visibilità. Questo per dire che oltre alle diversità di terreni, esposizioni, climi e altezze, i vini Langhe Doc hanno anche differenze commerciali e di visibilità notevoli.

Ma ora tocca ai vini: abbiamo degustato sia tra i bianchi che tra i rossi soprattutto annate giovani (2025/2024 per i bianchi e 2024/2023 per i rossi) con qualche vino di annate più vecchie ma non troppo (massimo 2021).

Neanche a farlo apposta le diversità riportate sopra si ritrovano, in qualche caso addirittura accentuate, nei vini: tra i bianchi in particolare Sauvignon e Chardonnay spiccano per diversità assolute dovute non solo ai suoli etc. ma anche e soprattutto al ruolo a cui l’azienda li destina: bianchi importanti da invecchiamento con legno e corpo, bianchi semplici più giocati sulla freschezza per un consumo veloce. In questa forbice ci perdiamo un po’ ma la qualità è quasi sempre buona. I vitigni autoctoni come Favorita e Arneis, pur non spiccando per complessità e profondità sono comunque piacevoli, anche se la Favorita spesso si presenta troppo leggerina e semplice. Sulla Nascetta ritroviamo diversità importanti, che non giocano certo a favore di una sua chiara riconoscibilità, specie per un vino con così pochi produttori. Chiudo con i riesling, che dimostrano come il territorio langarolo possa essere adatto anche a uve nate e cresciute molto lontane da qui. Ho trovato prodotti che sviluppano le loro classiche caratteristiche in tempi giustamente lunghi e in più mostrano anche un corpo e una freschezza che spesso non troviamo in Alto Adige o addirittura in alcuni vini delle zone classiche all’estero.

Se comunque tra i bianchi troviamo vini che sono sul territorio ben radicati o  si sono adattati bene, sul fronte dei rossi accanto ai classici autoctoni Barbera, Freisa e Dolcetto incontriamo alcuni internazionali come Cabernet Sauvignon,  Merlot e Pinot Nero di cui, scusate la franchezza, se ne potrebbe pure fare a meno. Specie le ultime due uve  portano a vini che ricordano solo alla lontana il vitigno di provenienza e non esprimono quelle caratteristiche per cui sono famosi nel mondo. Forse possono dare una mano in uvaggi nei Langhe Rosso (in particolare il Cabernet Sauvignon) ma non mi sembra che, con tutta la buona volontà, siano uve da piantare nei 96 comuni della DOC.

Nebbiolo

Arriviamo al Langhe Nebbiolo, sicuramente l’attore più importante del gruppo. L’assaggio di quasi 100 campioni è stato basilare per avere un punto di vista preciso su due annate molto diverse tra loro e di cui aspettiamo, sia adesso che tra un annetto, i “fratelli maggiori” Barolo e Barbaresco: 2024 e 2023

I Langhe Nebbiolo 2024 confermano quello che sapevamo e che purtroppo ho potuto constatare di persona durante la vendemmia 2024 in Langa: siamo di fronte ad un’annata difficile, che le ripetute piogge durante la vendemmia hanno reso problematica: i Langhe Nebbiolo 2024 hanno profumi freschi e floreali (frutto poco) di buona gamma ma è al palato il problema: corpi esili e in qualche caso tannini verdi e pungenti. In generale possono essere al massimo rossi piacevoli ma non andiamo oltre. Altro discorso per i 2023, vini più decisi e armonici ,nasi più giocati sul frutto, buon uso del legno e tannini importanti e classicamente “pesanti”. Annata adesso godibilissima e dal buon invecchiamento: diciamo che manterrà bene le sue caratteristiche di freschezza fino al 2028-2029 per poi dare ancora soddisfazioni per altri due-tre anni.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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