Cosa hanno in comune una cantina chiantigiana che produce solo vini rossi e un’abbondante selezione di vini bianchi (23 più un rosato, per precisione) greci?
A prima vista niente se non la prima diventare il luogo di assaggio dei secondi ma dopo tre giorni che ci rimugino i ricordi universitari mi hanno portato a una parola, Kalokagathia, che per Platone e compagnia era l’unione del bello e del buono. In realtà si riferivano all’uomo ma se l’uomo crea un luogo bello e vi produce qualcosa di buono eccomi arrivare il permesso, firmato da Platone, per allargarlo alla natura, alle cose fatte dall’uomo, al vino.

Quindi un luogo come Nittardi, che non solo è immerso e contornato da una campagna e da panorami meravigliosi ma è anche un museo d’arte contemporanea a cielo aperto e una cantina dove si producono ottimi Chianti Classico (e non solo) è per definizione incarnazione italica del concetto di Kalokagathia.
Dall’altra parte abbiamo 24 buoni (anche ottimi) vini greci che provengono da terre dove la bellezza è di casa come Creta, Naxos, Tinos, Zante, Nemea, l’Attica, la Beozia e, last but not least, Santorini. Eccoci quindi all’unione tra due e più luoghi, quello italiano e quelli greci, dove l’unione del bello e del buono non potevano non portare che a una grande degustazione.

I 24 vini greci li ha selezionati (manco a dirlo) il nostro Haris Papandreou, che ormai da solo ha fatto di più per la conoscenza del vino greco in Italia che tutti i ministeri e gli enti di promozione greca messi assieme. I 24 in realtà li avevamo selezionati durante l’ultimo Greek Wine Day e quindi questo assaggio è stato da una parte un ripasso dall’altra un modo per focalizzarsi con più attenzione sul momento che sta vivendo il vino in Grecia.
Non abbiate paura, non vi dovrete sciroppare la degustazione tecnica di 24 vini, più magari quelli che Leon Femfert, patron di Nittardi, ci ha fatto assaggiare a pranzo: cercherò invece di trarre il succo della degustazione, proporvelo e segnalare solo quei vini che a me sono piaciuti di più e che magari sono anche importati in Italia.

Se fino a 7-8 anni fa la qualità dei vini greci era “confinata” a Santorini, in pochissimo tempo i vini greci sono diventati maggiorenni, mettendo in mostra sia validi e rispettosi modi per vinificare uve autoctone che intelligenti metodi per lavorare con uve alloctone. In altre parole fanno ottimi vini da molti vitigni bianchi , autoctoni o meno, in ogni zona della Grecia.
A cosa si debba questa veloce rivoluzione posso solo immaginarlo ma per me ci rientra una sana globalizzazione che ha portato teoria, tecnica, scienza e conoscenza, in ogni parte del mondo, quindi anche e soprattutto in Grecia. Aggiungiamoci le scuole enologiche e le università che dalla Grecia sono facilmente raggiungibili e gli enologi che girano il mondo ed ecco che viene fuori un quadro che, unito alla bravura e alla perseveranza dei produttori greci, ha portato questa terra a eccellere nel mondo dei vini bianchi.

Vi faccio un esempio: un vino come l’Aloupou 2024 di Olenos Estate, da uve Roditis (parente dell’Ansonica) prodotto praticamente nel centro della Grecia, con un naso molto intenso dove note floreali e minerali si forndono, e in bocca fresco, equilibrato, persistente e proposto a circa 10 Euro è la prova provata che la tecnica e il rispetto del vitigno portano a risultati che pochi anni fa erano impensabili.

Altro esempio da citare è il Diamantòpetra 2024 di Diamantakis, che nasce a Creta da Assyrtiko e Vidianò: mostra come anche fuori dalla sua “patria” l’assyrtiko, unito in maniera intelligente ad un altro vitigno autoctono molto interessante possa dare ottimi risultati. Al naso ha note minerali con il vidianò che apporta frutto e florealità mentre in bocca la concretezza sapida e persistente dell’assytiko prevale e mostra le sue uniche caratteristiche.

Se poi puntiamo su Santorini troviamo non solo conferme ma bellissime sorprese: infatti accanto al nume tutelare Hatzidakis, che oramai incarna l’assyrtiko nell’immaginario collettivo, ho trovato il Santorini 2024 di Mikra Thira che mi ha letteralmente lasciato a bocca aperta per pienezza, complessità, struttura e una sapidità che al palato si trasforma in godibile salinità. Un vino che, come molti assyrtiko giovani, ha bisogno di tempo per sviluppare aromi ma il palato straordinario è già una certezzaper il presente e il futuro.
Come succede anche in Italia diversi vini puntano su quella che oggi è chiamata mineralità è che per me è almeno nei primissimi anni di vita, frutto di tecniche di vinificazione più che di caratteristiche del vitigno o del terreno, però quando gli anni passano e a quelle note si aggiunge idrocarburo e fini aromi di erbe officinali allora vuol dire che il vitigno (o i vitigni) hanno messo in campo le loro caratteristiche. Un po’ come quando si parla di lieviti selezionati sentendo aromi che vanno dalla banana alla mela verde: oggi le tecniche enologiche, dall’Islanda alla Terra del Fuoco, grazie a temperature di fermentazione più basse e a lieviti e nutrimenti per lieviti, tirano fuori note più minerali che fruttate e anche la Grecia, che forse quelle note minerali le ha nei cromosomi di diversi vitigni, si adegua.
Alla fine il giudizio sui vini è stato molto positivo, mentre quello sulle bottiglie, spesso inutilmente pesanti, è giocoforza negativo e purtroppo accomuna anche tante (troppe) bottiglie di vini italiani.

Ma non era finita, perché il nostro ospite durante il pranzo ci ha fatto assaggiare il Chianti Classico 2023 e la nuova Gran Selezione 2023 ancora in vasca: due vini di struttura e complessità diverse ma che si assomigliano come due fratelli che, pur con caratteristiche fisiche diverse, hanno gli stessi genitori. Dovendo ancora assaggiarli per la guida di Winesurf non voglio spoilerare e quindi i riflettori puntano sull’ultimo vino degustato, Il Chianti Classico Gran Selezione 2021: controllando ho visto che a suo tempo non l’avevamo assaggiato per la guida e quindi posso tranquillamente esprimere un giudizio: l’annata 2021 lo aiuta non poco ma si sente sin da subito al naso una chiara matrice di sangiovese austero, complesso, con aromi che mettono la frutta rossa in secondo piano rispetto e spezie e sentori balsamici scuri, come la china. Questa austerità in bocca si trasforma in eleganza, con tannini fini e suadenti e una equilibrata e lunga freschezza. Una Gran Selezione giocata molto sull’eleganza e su timbri chiari del vitigno.
In definitiva la Kalokagathia tra Nittardi e la Grecia è stata confermata in pieno.