Dell’ottovolante e del Brucomela8 min read

Se c’è un aspetto che mi piace particolarmente del vino naturale è la sua esigenza di stare a ridosso della luce e il suo moto perpetuo in direzione dell’aria, dell’ossigeno. Il vino naturale ha una vertiginosa vocazione alla verticalità, alla libertà, alla nudità e si affida all’evoluzione per svelare appieno il suo disegno, il suo passo, il suo rango.

Il vino naturale è nudo per scelta: quando incasso la solita critica dei soliti scettici, secondo cui “i vini naturali si somigliano tutti”, rispondo che anche noi se andassimo in giro svestiti, con pisellino e passerotta al vento, ci somiglieremmo tutti.

Credo però che lo sguardo debba alzarsi, santocielo: se si vuol conoscere un vino natural-artigiano che d’ora in avanti chiamerò artigianista (artigianista il vino, artigianista il vignaiolo che lo produce, artigianista il movimento che li rappresenta) occorre andare oltre le sue formalità.

Bisogna andare oltre e basta, aggiungo. Su e giù, sopra e sotto. E soprattutto al lato delle cose. Perché uno sguardo laterale può nutrire il nostro piacere e la nostra vita di appassionati. Giampaolo Gravina, Nicola Perullo e Sandro Sangiorgi hanno scritto pagine mirabili a tal proposito.

La prima smentita che mi sento di fare è che i bravi produttori artigianisti non sono affatto sciatti, semmai è vero il contrario. Perché solo con un supplemento di attenzione possono permettersi di lasciare nell’armadio il paracadute della chimica tossica in campagna, degli additivi e dei coadiuvanti enologici in cantina. Meno strumenti di “copertura” si hanno a disposizione, più il produttore è costretto a mettere nel lavoro il massimo della della sua sensibilità.

Dunque vale la tesi contraria al luogo comune: il bravo vignaiolo artigianista è un professionista attento ai dettagli fino alla maniacalità, perché senza una disciplina rigorosa il rischio di compromettere l’esito di una vendemmia è assai concreto.

Esistono tanti vignaioli artigianisti incapaci e ne esistono perfino di disonesti. Poi ci sono quelli che si danno da fare, ma devono fare i conti con terroir di modesta vocazione. In ogni caso io sto dalla parte di Luigi Veronelli: il peggior vino artigianista (Gino diceva contadino) varrà sempre di più del miglior vino industriale.

Il vignaiolo che sceglie un autentico percorso artigianista si affida soprattutto alla propria intelligenza: intelligenza che è individuale e ancestrale. Individuale perché il talento personale ha un peso determinante nella realizzazione di un progetto così complesso. Ancestrale perché quel talento deve misurarsi con una serie di conoscenze che vengono da lontano e non si possono ignorare.

Misurarsi col passato non per invocare la tradizione a tutti i costi, atteggiamento che puzza di routine e che può trasformarsi in una gabbia asfissiante, ma per ascoltare gli uomini e le donne che ci hanno preceduti, i nostri vecchi che quasi mai sbagliavano previsione semplicemente perché sapevano osservare, adeguandosi agli umori dei luoghi. E rispettandoli.

Rispetto nei confronti del nostro ambiente significa ricordarsi che il socio di maggioranza di tutte le intraprese agricole del mondo è madre natura. E rispetto nei confronti del bevitore significa provare ad acchiappare gli elementi cardinali di un territorio, imbottigliandoli con la firma in calce dell’autore. Che si assume la responsabilità della sua visione.

Il bravo vignaiolo artigianista è un interprete libero. Libero di non avere certezze assolute; libero dalle più folli regole del mercato, libero di concepire e di creare, restando fedele ai valori dell’etica. Concepimento e creazione hanno a che fare con il significato della vita e presuppongono un approdo che prima non esisteva e che per molti aspetti è imprevedibile. Tu sai che il bambino che sta nascendo è in buona salute, ma non sai come lo avrà disegnato il destino. Ti affidi a un ginecologo, a un’ostetrica, a una struttura ospedaliera con ogni tipo di confort, ma il bambino che nasce è lui. Quel che è certo è che sarà unico, non replicabile nello spazio e nel tempo. Così è per il vino artigianista.

Nell’era della produzione industriale del vino, nel momento in cui fare un vino ben fatto (pulito, limpido, profumato, stabile) non è più un problema a ogni latitudine; oggi che per molti operatori vinificare è uno schema da replicare all’infinito, ben venga la creatività. Perché la creatività odora di umanità.

Per un assaggiatore curioso è necessario poter incontrare bottiglie che rompano gli argini della ricetta ripetuta all’infinito, affidandosi a vini individuali, individualisti, ovvero a vini che sono individui. E a vini che abbiano sapore. Del sapore non se ne parla mai, diomama.

Si parla di tutto e mai del sapore, ma il sapore è importante, cazzo. Non si può andare oltre il sapore. Il buon sapore è come il sole che scalda, così come la buona acidità è come la luce che illumina. Tutto il resto gira intorno a questi due elementi essenziali.

Nessuno nega il ruolo prezioso della tecnica e della scienza, a patto di maneggiarle con cura per lasciar emergere le differenze. Marcare una differenza è quanto di più strettamente necessario conta nella carriera di un vignaiolo artigianista. Che deve avere il coraggio di uscire dalla zona confort dell’uniformità.

<<Facciamolo così perché il mercato è così che lo vuole >> è un atteggiamento inadeguato se vuoi fare vini attraenti per i bevitori di emozioni, che se ne fregano della norma. In verità ai bevitori di emozioni non interessa nemmeno bere bene. O almeno non solo.

<<Quel vino si beve bene>> dice tutto e dice nulla. Anche una Tassoni ghiacciata con una fetta di limone può risultare parecchio bevibile. Anche una Peroni stappata in spiaggia a ritmo di musica sa essere gratificante. Quindi?

Quindi non si tratta solo di bere per piacere. I bevitori di emozioni non si accontentano della superficie e anzi sempre di più reclamano un vino che abbia viso, cuore, carattere. Elementi non replicabili all’infinito.

In Italia teniamoci stretti le mani, gli sguardi e il coraggio tutto al femminile di Rita Babini, Marilena Barbera, Patrizia Brogi, Gipi De Bartoli, Nicoletta De Angelis, Stella Di Campalto, Elisabetta Fagiuoli, Elisabetta Foradori, Dora Forsoni, Silvana Forte, Elena Fucci, Diana Innaccone, Federica Magrini, Elisa Mazzavillani, Arianna Occhipinti, Antonia Pasquale, Daniela Quaresma, Iole Rabasco, Nadia Verrua e Lucia Ziniti. E il talento di uomini del calibro di Claudio Ancarani, Stefano Amerighi, Sergio Arcuri, Paolo Babini, Riccardo Baldi, Andrea Balducci, Francesco e Federico Baricci, Nino Barraco, Mario Basco, Flavio Basilicata, Giampiero Bea, Alessandro Bonci, Gabriele Buondonno, Andrea Bragagni, Michele Braganti, Cataldo Calabretta, Antonio Camillo, Marco Casolanetti, Matteo Ceracchi, Paolo Cianferoni, Damiano Ciolli, Marino Colleoni, Natalino Crognaletti, Walter De Battè, Francesco De Franco, Natalino Del Prete, Carlo Deperu, Alessandro Dettori, Camillo Donati, Corrado Dottori, Salvatore Ferrandes, Silvano Follador, Mario Fontana, Peppino Fortunato, Salvo Foti, Paolo Francesconi, Luca Gungui, Josko Gravner, Vittorio Graziano, Daniele Grion, Edi Keber, Rado Kocjančič, Giovanni Loberto, Sabino Loffredo, Gianfranco Manca, Filippo Manetti, Martino Manetti, Vittorio Mattioli, Angiolino Maule, Lorenzo Mocchiutti, Camillo e Giacomo Montanari, Antonio Ognibene, Stefano Papetti, Ottaviano Pasquale, Marco Perco, Emanuele Pellizzatti, Emidio Pepe, Federico Pignati, Leonardo Pizzolo, Emilio Placci, Peter Pliger, Damijan Podversic, Luca Roagna, Eugenio Rosi, Francesco e Vincenzo Scilanga, Francesco Sedilesu, Matja Skerlj, Edi Skerk, Federico Staderini, Luigi Tecce, Vincenzo Tommasi, Francesco Paolo Valentini, Carlo Venturini, Christian Zago, Mario Zanusso, Beniamino Zidarich, Zeno Zignoli.

Ma non perdiamo di vista i produttori artigianisti meno noti di quelli citati,eppure già capaci di buoni vini; e altri che ci stanno arrivando (a essere bravi e affidabili); e altri ancora che ci arriveranno nei prossimi anni, perché il movimento artigianista è in crescita, per fortuna.

Avere a che fare con un vino fondato sulle differenze è un vantaggio per noi e per il sistema, invece spesso le differenze suscitano timore, assediati come siamo dalla necessità di affidarci a degli standard. Allora basta: a fanculo la normalità statica e mortifera, che disinnesca il pensiero personale. Evviva invece il vino che ha l’alito forte del suo ambiente, il sapore incisivo delle sue radici, la memoria indelebile delle sue origini.

Pochi giorni fa ho bevuto uno Champagne Rosé di poderosa personalità: la Cuvée Elion di Val Frison, in Côte des Bar. Un colpo al cuore di frutti vinosi e di gerani e di chine e di radici e di agrumi e di maturità e di luci d’autunno e di pinot noir che sa di Borgogna. Un vino di carisma intimidatorio, sconcertante; per tanti una versione inconcepibile della tipologia, per me invece una bottiglia da donare a chi si ama. Cuvée Elion lo abbinerei agli splendidi Cappelletti ripieni di cacciagione, pera cotogna e liquirizia del geniale Gianluca Gorini, cuoco di immenso valore nel borgo appenninico di San Piero in Bagno.

Mettete un calice e un piatto così tra le mani di un assaggiatore di emozioni e saprà diventarne complice fino a sentirsi sul più rocambolesco degli ottovolanti.

E vi assicuro che non tornerà mai più sul Brucomela.

Mai più.

 

Questo è un pezzo dedicato alle donne, a tutte le donne. Donne talvolta piacenti, magari socievoli, che hanno la terribile colpa di curarsi e di sorridere, subendo così ogni giorno offese sessiste di uomini meschini e odiose insinuazioni da parte di altre donne intossicate di invidia. Si fa presto a dare della troia a una donna che grazie al suo talento, al suo impegno, alla sua passione, alla sua determinazione, ottiene buoni risultati nel lavoro. Un gioco al massacro che è disumano, orribile. La discriminazione di genere è tra le più detestabili forme di violenza che si possano perpetrare nei confronti di un essere umano.

Francesco Falcone

Pugliese di Gioia del Colle, Francesco Falcone è un degustatore indipendente, divulgatore e scrittore. Dopo un biennio di formazione nella ciurma di Porthos, una lunga esperienza piemontese per i tipi di Go Wine (culminata con il libro “Autoctono Si Nasce”) e due anni di stretta collaborazione con Paolo Marchi (Il GiornaleIdentità Golose), ha concentrato per un decennio il suo lavoro di cronista del vino per Enogea (2005-2015). Per otto edizioni è stato tra gli autori della Guida ai Vini d’Italia de l’Espresso (2009-2016). Dal 2016 è firma di Winesurf, il Giornale di Carlo Macchi. Nel 2017 ha scritto il libro “Centesimino, il territorio, i vini, i vignaioli” (Quinto Quarto Editore). Nell’estate del 2018 ha collaborato alla seconda edizione di Barolo MGA, l’enciclopedia delle grandi vigne del Barolo (Alessandro Masnaghetti Editore). A dicembre del 2018, per la faentina Quinto Quarto uscirà il suo libro “Intorno al Vino, diario di un degustatore sentimentale”. Deve a Federico Graziani il battesimo vinoso, a Sandro Sangiorgi la passione per la degustazione, a Alessandro Masnaghetti l’amore per il giornalismo, a Giampaolo Gravina il bernoccolo per la scrittura, a Vania Valentini la svolta in direzione dell’insegnamento. Da cinque anni cura numerosi laboratori indipendenti di approfondimento da Nord a Sud d’Italia.


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