Degustazione Lambrusco: annata discreta ma…semplifichiamo!

Da almeno due anni non inserivamo  tra i nostri assaggi quelli delle varie tipologie di lambrusco. Ci sentivamo un po’ in colpa e quindi a maggio l’abbiamo programmata in “pole position” tra le primissime degustazioni della nuova stagione, svoltasi come sempre  all’Enoteca Regionale di Dozza, che ringraziamo.

Un vecchio detto recita “le cose cambiano” ed in effetti in due anni di cose ne sono cambiate diverse e non tutte in positivo.

La prima, sulla scia della crescita esponenziale della categoria, è il grande aumento di lambrusco rosati. Anche se ce ne sono di buoni sinceramente ci sembra che il mondo del lambrusco non  ne sentisse la mancanza.

Aldilà del colore infatti (su cui torneremo più avanti) le variazioni rispetto ad un lambrusco tradizionale non sono certo eclatanti: inoltre dimostrano che molti produttori non sanno resistere alle chimere del mercato, il che porta ad una estrema e poco comprensibile (dal consumatore finale)  diaspora di etichette, che moltiplicano lo stesso vino in varie “versioni”. Tutto questo non giova certo ad una migliore comprensione del mondo targato lambrusco.

La diaspora delle etichette

Lo pensavo mentre mi dibattevo tra le varie tipologie/ denominazioni degli oltre 80 campioni pervenuti per i nostri assaggi. In effetti anche per noi addetti ai lavori non è molto semplice spiegare che i vari rosé presentati sono tutti più scuri dei lambrusco rossi fatti col Sorbara ed è abbastanza complesso farsi spazio tra vini con lo stesso nome ma  una volta secco, un’altra amabile,  o demi-sec  o, extra-dry, o quasi dolce, oppure  declinati su uve diverse, su varie IGT o DOC ed in versione spumante  e/o frizzante.

Forse una bella botta di semplificazione non farebbe certo male alla comprensione del territorio e del vino.

Ma veniamo al vino e alla vendemmia 2016, di livello buono ma forse un po’ troppo calda, specie per i lambrusco che puntano ad una “metallica” freschezza, come i Sorbara. Alcuni non li abbiamo trovati con l’acidità scattante a cui ci avevano abituato e che deve essere caratteristica irrinunciabile del vino. Detto questo ci sembra comunque la zona del Sorbara  quella meno “colpita” dalla moderna voglia di stupire e di moltiplicare etichette.

Lambrusco dolce? Parliamone!

Le altre uve, grasparossa e salamino in testa, pagano un po’ in aromaticità al caldo del 2016 anche se il livello medio (come per il Sorbara del resto) è abbastanza alto. In diversi casi mostrano però una dolcezza (parlo dei vini secchi naturalmente) che fa pensare a qualche grammo di troppo di zucchero residuo.

Già che ci siamo parliamo un po’ dei lambrusco dolci. Anche per noi il lambrusco è tutto fuori che dolce e quindi  ogni volta ci domandiamo se assaggiare o meno quel 10-15% di vini sul totale dei campioni pervenuti.

Ala fine li degustiamo sempre ma non possiamo che ribadire quanto detto, cercando anche di motivarlo. In vini che si basano sulla freschezza e che non hanno grande corpo mantenere zuccheri residui importanti porta ad una vera e propria scissione in bocca del vino, dove acidità e zuccheri combattono una loro personale battaglia per prevalere sull’altro, con il risultato opposto di quello ricercato, cioè la perdita di piacevolezza.

Dove è andato il Maestri?

Veniamo ad una curiosità : abbiamo ricevuto pochi vini a base di lambrusco Maestri e ci domandiamo perché: è un caso oppure la coltivazione di quest’uva sta diminuendo a vantaggio di altri lambrusco? CI piacerebbe avere qualche risposta da parte dei produttori.

In definitiva, ci aspettavamo forse qualcosa in più dal  nostro  “ritorno” sul lambrusco, mentre la qualità media dell’annata è buona ma non certo ottima.

Molto soddisfacente invece è stata la risposta dei produttori, con quasi 90 vini in degustazione

Torniamo in chiusura a sottolineare l’importanza di una semplificazione nel grande mare magnum legislativo delle etichette. Il rischio è che si perda di vista il fattore più importante, cioè il vitigno (o i vitigni) lambrusco e le sue peculiari caratteristiche  dovute anche e soprattutto al territorio.

Forse puntare solo su quello, lasciando molto in secondo piano zone, sottozone, comuni, province, tipologie e sotto-tipologie potrebbe essere  vincente.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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