Collio Evolution: il Pinot Grigio deve trovare una “terza via”6 min read

“Cielo grigio su/Pinot Grigio giù”. Scusate ma non ho retto alla facile parafrasi della versione italiana di California Dreamin, perché i primi due giorni (il terzo ha visto il ritorno del sole!) di Collio Evolution 2026 dedicato al Pinot Grigio, si sono svolti sotto un cielo grigio che ha promesso pioggia per tutto il tempo.

Più che prometterla l’ha proprio dispensata mentre Daniele Cernilli (al coperto, come tutti noi) ci faceva una breve ma interessante storia di come il Pinot Grigio, a partire addirittura dal 1375, sia arrivato fino in Italia, che ormai detiene il 40% della produzione mondiale, e in particolare in  Friuli e nel Collio.

Poi la pioggia si è trasformata in serata gelida che non è stata certo riscaldata da una ricerca Nomisma su come percepisce l’Horeca i vini e il marchio Collio. Se possibile siamo rimasti ancora più “gelati” dal fatto che una ricerca di un ente così importante fosse stata condotta solo su 100 ristoranti, senza peraltro farci sapere con quale criterio e in quali regioni fossero stati scelti. Forse il Consorzio Collio, organizzatore di Collio Evolution, pensando ad un terzo step su ricerche di mercato per l’anno prossimo, dovrebbe rivedere il modo con cui spendere i propri soldi.

Li ha spesi più che bene invece invitando Cristina Mercuri MW a dire la sua sul Pinot Grigio e naturalmente organizzando sia la sala di degustazione per noi giornalisti dedicata esclusivamente al Pinot Grigio, che le altre strutture dove i produttori del Collio facevano assaggiare il resto dei loro vini.

Una seconda edizione di Collio Evolution (la prima fu l’anno scorso dedicata al Friulano) che ha visto arrivare a Cormons molti giornalisti dall’Italia e dall’estero e che si conferma una manifestazione centrata e utile per la stampa specializzata.

Facendo io parte, ormai da secoli, della “stampa specializzata” non posso esimermi dal dire due parole sul vitigno scelto quest’anno, il Pinot Grigio.

Come detto in Italia produciamo il 40% del Pinot Grigio mondiale e questa produzione è incentrata soprattutto su vini facili, di pronta beva e dal prezzo piuttosto basso. Vini spesso prodotti in pianura con rese alte, costi di produzione volutamente bassi, che vengono esportati e bevuti soprattutto all’estero.

In Collio, terreno collinare, è praticamente impossibile avere rese uguali o superiori  ai 70/80 quintali  a ettaro e così qui i produttori si ritrovano a dover seguire un trend da “vino semplice”, perché è quello che vuole il mercato, ma nello stesso tempo di livello qualitativo più alto, perché appunto prodotto con rese molto più basse e uve migliori.

Quindi il Pinot Grigio del Collio, quasi sempre di qualità superiore a tanti Pinot Grigio prodotti in pianura (anche nello stesso Friuli) deve anche avere un prezzo più alto e qui casca l’asino perché il mercato non capisce bene perché un vino fatto per essere bevuto giovane debba costare di più di quello che si trova da altre parti. Servirebbe una maggiore conoscenza del Collio e dei suoi vini per posizionarlo in una fascia di qualità/prezzo più alta che oggi praticamente non esiste.

Ma c’è dell’altro: 25/30 anni fa (ma anche oggi ne troviamo diversi) tanti produttori pensarono di cambiare le carte in tavola, producendo Pinot Grigio concentrati, con tanto uso di legno: vini “da invecchiamento”, che però risultavano spesso imbevibili. Oggi sono pochissimi i produttori che fanno degli ottimi Pinot Grigio dichiaratamente da invecchiamento e, se escludiamo la tendenza verso i macerati da guardare con attenzione ma sicuramente dal peso commerciale minimale,  sinceramente non mi sento di consigliare questa strada a nessun altro.

Però, sia durante queste giornate di Collio Evolution che in molte altre occasioni ho assaggiato dei Pinot Grigio “base” di 15-20-25 anni quasi sempre buonissimi,  inoltre in questi giorni mi sono anche focalizzato nell’assaggio dei Pinot Grigio “base” 2024-2023, cioè con invecchiamento da uno a tre anni. Partendo da questo mi sento di consigliare ai produttori del Collio una specie di via di mezzo, che potrebbe far capire le reali caratteristiche del Pinot Grigio in Collio e nello stesso tempo far quadrare meglio i conti: lasciare in cantina per 1-2 anni una fetta dei Pinot Grigio prodotti come “base”, per poi rivenderli non come Riserva ma semplicemente come  Pinot Grigio giovane ma non giovanissimo che ha semplicemente digerito completamente la solforosa, si è disteso, è diventato più complesso e armonico. Chiamateli Selezione di cantina o in qualsiasi modo vogliate ma cercate di dare una terza via al Pinot Grigio, cioè la vostra, quella che in Collio è naturale avere.

Per me potete anche lasciar stare le mode del ramato o non ramato, che portano solo a variazione cromatiche e non sostanziali, come conviene lasciar fare a chi lo sta facendo da anni i Pinot Grigio (più o meno) macerati. Assaggiando Pinot Grigio base del 2024 e 2023 si capisce come questo vino abbia spesso solo bisogno di tempo e sia costretto “solo” dal mercato ad essere venduto subito per inseguire l’altro grande mercato guidato da chi può permettersi di fare vini che in Collio non possono essere fatti ai prezzi della pianura.  Producendo solo Pinot Grigio che si “abbassano” al livello dell’attuale mercato i produttori del Collio non si rendono conto che dovrebbero guidare loro il mercato, ma un altro mercato, non quello che vuole il vino della nuova annata a gennaio-febbraio, che vuole pagare sempre meno anche perché, scusate se lo dico, un Pinot Grigio del Collio dopo 5-6 mesi dalla vendemmia non è tanto diverso da uno prodotto dove si possono fare 180 q.li per ettaro. Questo perché ha tanta solforosa da digerire dopo l’imbottigliamento , è compresso in un ruolo che non  è il suo.

Capisco che sto parlando di cose difficili da fare e da far digerire (ai produttori e al mercato), ma cari vignaioli del Collio, dategli tempo ai vostri Pinot Grigio e datevi tempo, ve lo meritate.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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