Caro Erik ti scrivo, così mi distraggo un po’6 min read

La lettera che Erik Banti, storico produttore maremmano,  mi ha scritto per lamentarsi educatamente dei punteggi ottenuti dai suoi vini, non ha assolutamente niente di apocalittico, niente che richiami i toni della canzone del grande Lucio Dalla che io ho chiosato nel testo dell’articolo.

E’ una bellissima lettera, pacata ma sentita ( pubblicata assieme a questo articolo) in cui Erik si lamenta del basso punteggio ricevuto da un suo vino.

Prima di rispondere voglio fare un passo indietro di una trentina d’anni, quando per entrare nell’unica guida vini italiana bisognava raggiungere almeno 70 punti. Oggi, in tempi in cui se prendi 92 sulle più importanti riviste estere se uno sfigato, sembra un assurdo, una visione medievale del vino, un retaggio di un passato oramai sepolto da secoli.

Non vi nascondo che più di una volta importatori, colleghi, personaggi influenti del mondo del vino, ci hanno fatto capire o detto esplicitamente che  il nostro metro di giudizio, con punteggi che alcuni produttori possono ritenere addirittura offensivi , ci esclude di fatto dalla vetrina internazionale, da quelle selezioni “a punteggio”  con cui molti vendono i vini, del tipo: “Guarda, questo ha preso 98 su X e 96 su Y, non puoi non averlo”.

Certo che accanto a un 98 dato da X  un vino da noi ben valutato con 88-89 o addirittura 90, nell’attuale sistema di comunicazione enoico  fa la figura del vinaccio e noi la figura degli stupidi arretrati.

Ma, mi domando, siamo veramente noi quelli che sbagliamo o un sistema che appiattisce tutti i punteggi in una scala di nemmeno 10 punti, autoimbrigliando ogni degustatore all’interno di una gabbia sempre più stretta e dalla quale è praticamente impossibile uscire?  Se infatti i miei voti vengono presi in considerazione da chi vende vino solo se sono più alti di X allora io mi sento automaticamente costretto a lavorare all’interno di questo spazio, chiudendo sempre di più il mio panorama enoico, le sue mille diversità, le sue infinite sfaccettature che portano gioco forza a vini che possono meritare 50 punti se difettati, 70 se discreti, 80 se buoni, 90 se ottimi e eventualmente 100 se eccezionali.

Ma come si può considerare mediocre un vino con 91-92 punti? Sarebbe come se nel mondo dell’auto esistessero solo le Formula  Uno o le auto da 200.000 euro in su e tutte le altre non contassero niente. Ma sono proprio quelle che “non contano niente” che fanno al 99.99% il mercato dell’auto.

La libertà di spaziare nei punteggi, oltre a essere logica, serve anche a far capire la reale qualità di un prodotto e qui si arriva al punto fondamentale.

Noi non degustiamo per i rivenditori, gli importatori, i brokers etc, noi degustiamo per  gli appassionati, per i consumatori, per chi, aprendo una nostra classifica vuole una semplice, chiara e immediata indicazione. Non ci interessa promuovere un vino, ci interessa far sapere ai nostri lettori quali sono i vini che, secondo noi, meritano di più la loro attenzione in enoteca o a ristorante  e quelli che la meritano di meno.

Non organizziamo tour promozionali a pagamento, a cui facciamo partecipare vini che noi abbiamo  (magari a ragione)incensato. Questo non ci interessa, non è il nostro mestiere.

Preferiamo operare attraverso una larghissima griglia che parte da 60 punti e arriva 100, più che autocostringersi in imbuti valutativi da cui è impossibile uscire. Poi ci si lamenta se le guide vini (italiane  e estere) sono sempre meno seguite: se nella differenza di un punto si trovano 300 o 400 vini e sono tutti punteggi schiacciati verso l’alto come fa un consumatore a capirci qualcosa? “Todos Caballeros”, per usare una frase cara all’amico Franco Ziliani?

Prima di passare a rispondere a Erik  ecco l’ultimo tassello del discorso: né noi ne gli altri colleghi abbiamo la bacchetta magica e siamo infallibili, cioè tutti possiamo sbagliare un giudizio, tutti, come dice  Erik, possiamo avere la bocca cattiva.

Pensandoci bene, caro Erik, credo di averti già risposto ma voglio sottolineare un grosso pregio che emerge dalla tua lettera, quello di saper scrivere e di essere una persona di grande educazione e equilibrio. E’ bello quando incontri persone del genere e ti garantisco che siamo noi i primi ad essere tristi e contrariati quando vediamo, guardando le bottiglie dopo l’assaggio, a chi sono stati dati punteggi che i produttori reputano bassi. Se ti può consolare hai preso lo stesso punteggio di un vino strablasonato che finisce per  “aia”, ma soprattutto quel vino che tu definisci “sufficiente, tanto per essere buoni e non dire fallato o da brett rimarcato” da noi prenderebbe 60 o forse meno. Quindi caro Erik, ti ringrazio ancora per la tua bella lettera e spero proprio che quanto prima, davanti a due calici di Ciabatta, mi farai cambiare idea.

Eccovi la bella lettera di Erik Banti

Caro Carlo,

c’era un volta quando avevamo la fattoria La Braccesca, che si portava a Roma tutte le belle e buone cose che lì venivano prodotte.

Come sai all’epoca, non parto di secoli addietro, ma fino a fine anni 60, che le fattorie erano un piccolo mondo autonomo , i foraggi venivano dati alle bestie e con lo sterco di andava a concimare i campi che poi, oltre a darci grano, mais, tabacco eccetera, ridavo i foraggi ed il ciclo ricominciava.

Le viti non erano come ora , ma messe i tra un campo e l’altro, interrotte ogni tanto c’era un olivo.

Noi avevamo l’orto, il giardino, il pollaio ovvio ,la limonaia, il frantoio, la caciaia, la vinsantaia e la cantina che da bambino mi ricordo con botti grandissime.

Seppur facendo vino in grandi quantità, lo s’infiascava e gran parte del resto venduti, Credo al Babbo di Piero e Ludovico Antinori.

Tutto questo ben di Dio veniva portato settimanalmente a Roma, c’era ancora il Dazio, per riempire le fioriere, e le verdure, le uova, le carni eccetera per essere servite per noi e gli invitati.

Si bevevano altri vini, ma per lo più quello dei nostri fischi ed alla fine il nostro vinsanto, mai più giovane di 12 anni, mai!

Un giorno il nostro fidato Nello, che di vino se n’intendeva perché gli piaceva proprio tanto, versò alla mamma un bicchiere ottenendo solo il commento che quel vino era proprio cattivo a cui Nello rispose lesto, no signora, il vino è bono, sarà lei che ha la bocca cattiva !

Tutto questo c’era una volta, per iniziare l’argomento che mi ha portato a scriverti: il 78 al io Ciabatta 2017.

So che sei di “braccio corto” nei tuoi punteggi, non importa di che vino parli, ma 78 lo si da ad un vino sufficiente, tanto per essere buoni e non dire fallato o da brett rimarcato.

Non ci vedo fallanze alla vista, olfatto e gusto e nel giudizio complessivo la cosa che posso criticare, anche se una critica non è, il suo fresco imbottigliamento che non gli ha potuto dare quell’armonicità che il tempo gli avrebbe dato.

Possibile mai che i tuoi giudizi siano di ben oltre 12 punti inferiori da altri wine-writers, non certo meno conosciuti ed apprezzati, né questo giudizio è il primo che non concordo, ricordandomi anche lo scorso anno per il Morellino Bio 2016 a cui desti un misero 75 o qualcosa di più, vino che poi fu scelto da una giuria e presentato, come unico vino Morellino ad una master class allo scorso Vinitaly ed ottenendo nelle altre guide punteggi ben oltre 90.

Sempre con stima ed amicizia, anche se annaffiata da un po’ di amarezza, tuo Erik

p.s. ti autorizzo a pubblicarlo, se lo ritieni opportuno.                                

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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