Bianchi della Val di Cornia: la diversità vista come un pregio4 min read

La nascita del Consorzio di Tutela Dop Suvereto e Val di Cornia Wine, con ben 27 produttori iscritti, Nico Rossi presidente e più di ottocento ettari di vigneto da gestire doveva essere festeggiata in qualche modo. Così abbiamo pensato di far entrare i vini di questo territorio all’interno dei nostri assaggi. Ma non ci sembrava giusto, sia per la vicinanza al mare sia perché la vocazione per i bianchi è sempre stata presente ma “tarpata dai rossi”, puntare i riflettori solo sui rossi e così il primo assaggio in Val di Cornia si è incentrato sui bianchi locali e su pochi rosati di cui però parleremo più avanti.

Le uve

Vermentino, ansonica, trebbiano per quanto riguarda il campo autoctono e soprattutto viognier sul fronte “straniero” per una serie di vini tutti IGT, caratteristica anche sul campo dei rossi di questo consorzio, che parte da un “cuore Docg” in rosso per comprendere la stragrande maggioranza di rossi e bianchi IGT.

Quindi non è forse nemmeno giusto ricercare un carattere comune e in effetti i bianchi della Val di Cornia, pur provenendo tutti dalle uve suddette (soprattutto vermentino e ansonica), hanno in comune una diversità strutturale che forse è il vero marchio di fabbrica di un territorio, dove convivono idee diverse sul come produrre vino e dove queste idee sono state digerite in maniere e tempi diversi da produttori di diverse tipologie.

Messa così sembra quasi di essere nel Signore degli Anelli durante discorso di Bilbo alla festa dei suoi 100 anni (conosco la metà di voi e nutro la metà dell’affetto che dovrei avere… etc) e quindi cercherò di spiegarmi.

I produttori

La Val di Cornia che conosciamo oggi è nata enologicamente all’inizio degli anni 90, con quelli che ancora oggi possono essere definiti piccoli produttori (anche se molto conosciuti) . ma il boom enoico di quegli anni ha visto arrivare in zona imprenditori importanti e nello stesso tempo ha mosso piccoli agricoltori (anche in anni più recenti) ad entrare nel mondo del vino imbottigliato.

Quindi potremmo dividere la Val di Cornia in quattro gruppi: i “piccoli” produttori storici, i grandi imprenditori, gli ex coltivatori diretti e last but not least, i produttori di vini definiti orange o naturali. Questi quattro gruppi hanno approcci diversi al vino, a maggiore ragione se è bianco, quello che di solito non si trova sotto i riflettori, godendo così di una maggiore “libertà espressiva”. Quindi parlare di importanti diversità nei bianchi della Val di Cornia non solo è doveroso ma è logico.

I vini

Come è logico che il vitigno di riferimento sia comunque il Vementino, che negli assaggi ha dimostrato non solo versatilità, ma anche carattere e buone possibilità di invecchiamento. Versatile in quanto importante protagonista di vibranti vini orange, ma anche compagno fidato di vini freschi e atletica spalla di prodotti dove il legno parla di tempi più lunghi di affinamento.

Il carattere per noi lo mostra soprattutto nelle versioni più “semplici” dove una tenue ma decisa aromaticità affianca  corpi sapidi, grassottelli ma anche austeri, che sicuramente daranno il meglio di sé almeno dopo un anno abbondante dalla vendemmia.

Nota molto importante: tra i migliori vini degustati troverete anche prodotti dal prezzo veramente irrisorio, che non solo stimolano l’acquisto, ma in qualche caso lo rendono addirittura obbligatorio. Questo è ancora più incredibile visto che ci troviamo  in un territorio che nei rossi non ha certo prezzi da realizzo e soprattutto ha vicino una zona, come il Bolgherese, dove si toccano cifre veramente importanti.

In definitiva il nostro assaggio dei bianchi della Val di Cornia ci ha messo di fronte a buoni vini, con marcate differenze (anche qualitative)  ma che rappresentano benissimo sia un territorio che soprattutto un vitigno sempre più importante come il vermentino, che ha qui sicuramente uno dei territori di elezione.

Abbiamo degustato vini delle seguenti aziende, riportate in ordine alfabetico.

Bulichella, Carlini, il Bruscello, Il Falcone, Incontri, La Batistina, la Fralluca, Monte Solaio, Monterufoli, Petra, Petricci del Pianta, Poggio Banzi, Rigoli, Terradonnà, Tua Rita.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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