Bianchi Alto Adige 2020: annata né buona né cattiva, particolare5 min read

26! Questo articolo inizia con il numero 26 come “omaggio” alla lunghezza totale, in metri,  dei tavoli che hanno sostenuto per ben sei giorni le oltre 400 bottiglie (con relativa seconda bottiglia) che abbiamo degustato in Alto Adige.

I tavoli si trovavano nella meravigliosa sala di degustazione della Cantina di Caldaro, che praticamente è diventata casa nostra  per una settimana. Per questo è doveroso iniziare la serie di articoli sui vini altoatesini ringraziando la Cantina di Caldaro, L’ IDM Südtirol e il Consorzio Vini Alto Adige. Un ringraziamento particolare al nostro angelo custode Martina,  che l’anno prossimo proveremo anche a strappare alla concorrenza.

Ma cosa abbiamo degustato quest’anno in quella magnifica sede? Naturalmente tutte le tipologie di bianchi fermi, le Schiava nelle varie denominazioni, i Pinot Nero e, dopo diversi anni, Merlot e Cabernet Sauvignon in purezza nonché gli  uvaggi bordolesi.

Inizieremo a parlare dei bianchi per poi passare alle Schiava mentre  gli altri rossi troveranno spazio da fine settembre in poi.

Per quanto riguarda i bianchi, possiamo dire che, in generale, la vendemmia 2020 è stata abbastanza particolare. Non ci sentiamo di definirla inferiore o superiore ad altre ma fondamentalmente diversa, con tante piogge a giugno, mancanza di pioggia a luglio e agosto con però un fine mese agostano con notevoli precipitazioni raccolte in due-tre giorni. Ha fatto caldo ma non caldissimo, quindi la vite ha comunque continuato a lavorare e fondamentale è stata la situazione climatica al momento della vendemmia.

In generale abbiamo trovato vini che puntano anche su note floreale e non solo sul fruttato, spesso con gamme aromatiche abbastanza complesse ma meno intense. In bocca un migliore equilibrio riesce a sopperire ad una certa mancanza di “ciccia”. Ma conviene affrontare i vitigni (o le tipologie nel caso degli uvaggi) singolarmente, dividendo questo articolo in due parti.

Sauvignon

Qualche anno fa doveva essere l’uva del futuro per  l’Alto Adige e forse potrà anche esserlo. Bisogna però constatare che forse più di altre varietà è sottoposta da una parte alle stranezze del clima e dall’altra alle nuove e giuste tendenze agronomiche che portano a piantare quest’uva sempre più in alto, dove le “stranezze del clima” suddette creano più problemi che in passato, considerando anche la giovane età di molte vigne. La cosa a cui  tende chi può (di solito cantine sociali o grossi produttori)  è creare dei blend “altimetrici”, con uve raccolte in vigneti di varie altezze, così da avere profumi da quelle più in alto e corpo da quelle più in basso. Chi non può farlo si arrangia come può e deve giocoforza gestire vendemmie e momenti di vendemmie diverse. L’annata 2020 ci è sembrata meno verde al naso e meno cruda al palato rispetto alla più potente e oggi più complessa 2019. Lo si capisce da nasi, variegati ma non sempre molto intensi, che non si fermano a note vegetali ma provano a creare un discreto mix con profumi di frutta bianca e di agrumi. L’equilibrio più che l’acidità viva sembra essere invece  il filo conduttore al palato. Questo per quanto riguarda i vini giovani mentre sul fronte dei prodotti “da invecchiamento” dispiace veramente trovare diversi prodotti coperti e in qualche caso “uccisi” da un uso del legno che non solo quel povero vino non dovrebbe sopportare  ma che inficia ora e in futuro le caratteristiche del vitigno. Voto alla vendemmia 2020: 6.5

Riesling

Una di quelle uve che ha trovato la sua patria nel nord , sia si parli di Val Venosta o Valle Isarco. Rispetto a 7-8 anni fa sono stati fatti grandi passi avanti e oramai è quasi impossibile  trovare vinelli che si basano su aromi incerti e sullo zucchero residuo. I nasi sono chiari, netti e la bocca è volutamente marcata dall’acidità, classico filo conduttore del vitigno.

Dobbiamo però notare come (per la verità sta accadendo anche in zone molto più blasonate) il clima stia giocando un brutto scherzo a diversi vini, portandoli non solo a virare velocissimamente dalle note agrumate e floreali  all’idrocarburo, ma fermandosi “solo” all’idrocarburo, che diviene l’unico  profumo imperante, anche se piacevole. Viene così a mancare una complessità aromatica, anche in divenire, che rischia di rendere i  vini un po’ noiosi. Bisogna anche notare che il Riesling è il classico vino “dell’anno dopo” cioè che ha almeno bisogno di 12-14 mesi dalla vendemmia per  poter entrare in commercio, anche se i 2020 degustati si sono comportati piuttosto bene, evidenziando in diversi casi note floreali e agrumati. Voto alla vendemmia 2020: 7

Kerner, Grüner Veltliner, Sylvaner.

Lo potremmo chiamare “il trittico delle uve della Valle  Isarco” e questo ci porta a parlare dell’associazione tra produttori nata alcuni anni fa in Valle Isarco che purtroppo si è sciolta come neve al sole. La cosa dispiace perché è grazie alle azioni di gruppo intraprese a suo tempo se quel territorio si è fatto conoscere e apprezzare. Forse si è fatto conoscere troppo e oramai tutti pensano di poter  andare avanti da soli. Lo speriamo per loro ma qualche dubbio lo abbiamo e non per niente di Gruner Veltliner e di Sylvaner non potremo parlare visto lo scarso numero di campioni arrivati in degustazione, che non ci permette di tracciare un quadro generale.

Lo possiamo fare invece per il Kerner anche se il quadro ha note positive e negative. Di positivo c’è molto, con vini ben marcati dal punto di vista aromatico e con corpo e acidità ben in mostra. Peccato che le componenti aromatiche varino “ad aziendam” senza portare ad un filo conduttore: si va da note vegetali che ricordano la salvia a intensi sentori agrumati o di frutta bianca matura, senza disdegnare alcuni accenni minerali. Insomma, i vini sono buoni ma vorremmo capire se esiste non diciamo una tipicità ma almeno una serie di aromi principali a cui rifarsi, magari con differenziazioni da zona a zona. In bocca invece la tensione del Kerner è netta e riconoscibile, sia nei 2020 che nei vini di annate precedenti. Voto all’annata 2020 del Kerner: 7.5

Uvaggi

Una vecchia battuta recita che in Alto Adige si fanno pochi vini spumanti perché tanto si vende tutto il vino fermo. Sul fronte degli uvaggi potremmo ampliare la battutaccia e dire che quando il vino fermo non si vende si ricorre ad un blend  che mette d’accordo tutti. A parte pochissimi casi negli uvaggi credono poco i produttori stessi, che sicuramente nel farli non utilizzano le prime scelte, arrivando così a vini che hanno ben poco da dire. Se loro hanno poco da dire figuriamoci noi… Voto alla tipologia 4.5

Nel prossimo articolo parleremo di Gewürztraminer, Pinot Bianco, Chardonnay, Pinot Grigio, Moscato secco e Müller Thurgau.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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