In questa rubrica non parleremo dei problemi geriatrici di qualcuno di noi (anche se sarebbe utile). Il nostro intento è quello di andare a scovare e raccontare i vini italiani “non giovanissimi”. Abbiamo pensato a questa dizione perché non parleremo quasi mai di quelli che vengono definiti “vini da grande invecchiamento” ma cercheremo sorprese, chicche, specie tra vini che nessuno si aspetterebbe.

Coloro che mi seguono sapranno ormai che il Sauvignon (ed il Gewürztraminer) non sono da annoverarsi tra i vitigni che maggiormente amo, soprattutto per quanto riguarda quei vini che sono ancora nella loro fase di gioventù, anche se, come avviene per tutte le cose, ci sono sempre delle eccezioni.
Quando questi vini però raggiungono una certa maturità, vale a dire quando hanno qualche anno sulle spalle la situazione cambia radicalmente, sempre che, ovviamente siano stati degli ottimi vini in gioventù, il trascorrere del tempo smussa infatti la loro esuberanza giovanile, che a volte troviamo eccessiva e “poco” elegante.
E’ ad esempio il caso del Collio Sauvignon De la Tour 2004 del quale abbiamo scritto poche settimane fa, nella rubrica InvecchiatIGP (vedi), e la cosa si ripete anche nel vino del quale andiamo a scrivere ora, ovvero il Sauvignon Voglar 2013 di Peter Dipoli.
Prima d’aprire la sua azienda, nel 1987, Dipoli ha girato per anni in lungo e in largo i principali territori mondiali del vino. Nel corso degli anni, partendo da poco più di un ettaro, l’azienda si è ampliata sino a raggiungere gli attuali sette ettari vitati per una produzione annuale di circa 50.000 bottiglie; oltre al Voglar, l’altro suo vino più famoso è lo Iugum, un taglio bordolese frutto di 70% Merlot e 30% Cabernet sauvignon.
Il Voglar prende nome dalla zona dove si trovano i vigneti, che a sua volta è una corruzione del termine trentino fogolar: in origine vi si trovava la Schiava, sostituita tra il 1988 ed il 1991 dal Sauvignon.
Le vigne sono situata tra i 500 ed i 600 metri d’altitudine a Cortaccia, in frazione Penon. Il vigneto s’estende su tre ettari, su suolo sabbioso con presenza di rocce dolomitiche, la densità d’impianto varia tra i 5.000 ed i 7.500 ceppi/ha ed il sistema d’allevamento è a Guyot.

La vendemmia si svolge solitamente nella seconda metà di settembre e la fermentazione s’effettua in botti d’acacia da 19 a 58 ettolitri lasciando quindi il vino sui lieviti sino al mese di giugno dell’anno successivo. Dopo un anno di sosta in bottiglia il vino viene messo in commercio.
Già il suo colore ci predispone bene, un bellissimo color oro luminoso brillante.
Non è molto intenso al naso, ma delicato, la sua intensità è inversamente proporzionale all’eleganza, che è notevole, come pure la sua complessità. I sentori rimandano alla frutta tropicale fresca ed agli agrumi, anche canditi: si colgono inoltre sentori di erbe aromatiche essiccate, salvia in primis.
Fresco e sapido in bocca, dove oltre alle note tropicali cogliamo un delicato sentore di pompelmo rosa, leggere note piccanti di zenzero ed accenni idrocarburici, oltre alle già citate note d’agrumi. Buona la sua vena acida e lunga la persistenza.
Dimenticavo: l’abbiamo bevuto il giorno di Ferragosto accompagnandolo ad un piatto di tagliatelle al tartufo estivo.
Devo dire che ci stava benissimo (ma stava benissimo anche da solo).