Guida vini. Bianchi di Montefalco: un presente e un futuro inaspettati3 min read

Non mi vergogno a dire che se quindici- venti anni fa mi avessero detto che a Montefalco si sarebbero fatti degli ottimi bianchi, per certi versi più centrati e piacevoli dei rossi, da una parte mi sarei messo a ridere, dall’altra avrei consigliato a chi me lo suggeriva una visita neurologica da uno bravo.

E invece le cose e il clima cambiano, i rossi scendono come appeal, i bianchi al contrario crescono e i produttori di Montefalco, che da sempre avevano un po’ di grechetto più per i vino di casa, si sono ritrovati a tirare fuori il meglio da quest’uva (secondo me di altissimo profilo) e in più gli è caduta dal cielo la manna del trebbiano spoletino.

Ma un produttore di rossi non è che diventa bravo a fare i bianchi nel tempo di una vendemmia e quindi ci sono voluti degli anni e magari anche il fatto che a Montefalco sono arrivati da tempo produttori italiani che da altre parti producono vini bianchi.

Mettiamoci anche che alcuni bianchi sembrano rossi, nel senso che più che al vino fresco e semplice si punta al bianco strutturato ma molto gradevole, e il quadro è completo.

Oggi Montefalco, grazie queste due uve (ma ormai mi aspetto l’arrivo diffuso e in pompa magna di altre uve, chardonnay e sauvignon su tutte) comincia ad avere un ruolo definito nel mondo dei bianchi italiani anche se i numeri per adesso, sommando tutto, arrivano si e no a 500.000 bottiglie.

Il piccolo mondo dei bianchi di Montefalco si divide in tre denominazioni: Montefalco Grechetto, Montefalco Bianco (dove il Trebbiano Spoletino deve essere almeno al 50%) e Spoleto Trebbiano Spoletino. All’interno di questa triade troviamo i due vitigni principali con caratteristiche molto diverse l’uno dall’altro.

Il grechetto ha corpo ma non grande acidità e al naso ha i classici profumi di frutta bianca: se dovessi paragonarlo ad una figura umana mi viene in mente un contadino dal fisico non molto slanciato ma estremamente robusto, un tipo garbato, lento ma molto affidabile. Il trebbiano spoletino invece è quasi l’opposto: profumatissimo con anche una buona freschezza e con un corpo anche importante ma non necessariamente ad ogni annata: me lo immagino come un poeta, un’ artista di strada magro, essenziale, che vive tra salti e svolazzi raggiungendo alte vette di bravura ma abbastanza volubile e non affidabilissimo.

Grechetto

Sul Montefalco Grechetto per me si può sempre contare, magari non sarà un grandissimo vitigno ma si ottengono prodotti sempre di livello, con un buon corpo e profumi fruttati che conviene sfruttare nei primi due-tre anni di vita. I vini che abbiamo assaggiato quest’anno rispecchiano questa visione.

Anche sui vini a base trebbiano spoletino sia nel 2025 che nel 2024 ci possiamo contare e indubbiamente raggiungono livelli qualitativi molto alti, anche se i profumi  sono sempre diversi a seconda del produttore preso in considerazione e vanno dallo speziato a gamme floreali e fruttate. Questi “svolazzi” aromatici diversi sono un po’ il punto debole del vitigno ma comunque sono sempre di buona finezza e intensità.

Insomma, i bianchi di Montefalco da noi assaggiati, sia che fossero “contadino” o “poeta” hanno dato ottimi risultati: ben il 75% dei vini sopra agli 80 punti (per noi non sono pochi, lo precisiamo sempre!) è un risultato notevole, anche più alto della media dei rossi locali negli ultimi assaggi fatti. Inoltre mettiamoci anche ben 4 Vino Top e il quadro si chiude, puntando però ad un futuro inaspettato qualche anno fa ma oggi pieno sia di promesse che di certezze

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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