Chissà se nel momento in cui leggerete queste righe la statua sarà ancora integra al suo posto o se è andata in pezzi. Il rischio c’è visto che si trova nel parco Laleh a Teheran. Rappresenta Omar Kayyam (1048-1131), grande matematico e astronomo persiano e per quanto ci riguarda altrettanto grande poeta cantore del vino, come può suggerire l’anfora che emerge da sotto la veste nella statua.

È considerato il più copioso di sempre per questo genere letterario: gli vengono attribuite centinaia di Rubaʿiyyat (“quartine”) di lunghezza variabile ma con un protagonista assoluto: il vino. Ho dato una scorsa a una famosa versione in inglese ad opera di Edward FitzGerald, peraltro limitata a solo un centinaio di quartine (il numero totale è molto più alto ma controverso, a quanto pare con diversi “falsi” in circolazione). La traduzione di FitzGerald, considerata piuttosto disinvolta, scatenò una sorte di Omar Kayyam-mania nei paesi di lingua inglese a partire dal 1860.
Fra i cantori di casa nostra si segnalano le citazioni di Fabrizio de André e Francesco Guccini. Comunque niente note organolettiche e niente storytelling: qui tutto gira intorno all’ebrezza alcolica che serve ad allontanare, almeno per un po’, i limiti e le miserie dell’esistenza umana.
Dicono: ci sarà, dopo, abbondanza di tutto e hurì e Paradiso,
ruscelli di miele e di vino e di zucchero e latte.
Tu però riempila qui, la coppa di vino, e dammela in mano:
una sola moneta sonante è più bella di mille cambiali!

Questi temi non sono circoscritti a Kayyam. Può anzi sorprendere che dal medioevo di cultura islamica ci siano arrivati così tanti esempi di poesia bacchica; e molti hanno quest’ origine drammaticamente attuale, l’Iran. Anche uno dei poeti più famosi, Abu Nuwas “il ricciutello”, era nato in Persia da madre persiana, anche se finì col frequentare piuttosto i territori arabi, e in arabo scrisse. Visse ben prima di Kayyam, a cavallo fra l’ottavo e il nono secolo, scrivendo Khamriyyat, “poesie del vino.” Il tono generale è trasgressivo ed esplicitamente gay, sempre legato comunque all’effetto psicotropo della nostrabevanda. Mi hanno colpito in particolare questi versi, quasi giocosi di fronte a un tema non altrettanto giocoso.
Amici, in nome di Dio, non mi scavate la tomba se non a Quatrabbul, tra i frantoi e le vigne; non mi mettete vicino alle spighe.
Chi sa che io non senta nella mia fossa, quando si pigia il vino, il calpestio dei piedi.

Hafez visse invece un paio di secoli dopo Kayyam e rimane forse il più popolare nell’ Iran di oggi. I suoi versi sono tuttora molto apprezzati nella cultura locale, declamati come giaculatorie. Compose ben cinquecento liriche (“ghazal“) dove il vino è sempre propizio per lubrificare i rapporti umani come per avvicinarsi all’estasi mistica. Lamentò la chiusura delle taverne in seguito a un cambiamento di governo della sua Shiraz, dove nacque e morì. A quel tempo Shiraz era la “capitale del vino” persiana e tale rimase per molto tempo, anche se il legame tra la città e il vitigno rimane assai dubbio.
Va detto che questo filone eno-lirico aveva radici nell’Arabia pre-islamica: sembra che sia stato adottato e amplificato, paradossalmente, nell’era dopo Maometto. Il vino compare spesso perfino nelle Mille e una notte.
Del resto “alcol” è parola di origine araba e la distillazione fu diffusa se non anche inventata in quella cultura. Riuscite a immaginare che all’apparire del vino dealcolato questi personaggi gli avrebbero dedicato anche un solo verso?