InvecchiatIGP, Solaia 1998 in magnum4 min read

In questa rubrica non parleremo dei problemi geriatrici di qualcuno di noi (anche se sarebbe utile). Il nostro intento è quello di andare a scovare e raccontare i vini italiani “non giovanissimi”. Abbiamo pensato a questa dizione perché non parleremo quasi mai di quelli che vengono definiti “vini da grande invecchiamento” ma cercheremo sorprese, chicche, specie tra vini che nessuno si aspetterebbe.

Alcuni vini hanno lo stesso destino del Colosseo e degli scavi di Pompei: sono così famosi nel mondo e sempre davanti agli occhi  per chi abita vicino da rientrare nella normalità se non nella banalità. Così quando ho bevuto il Solaia 1998 grazie alla generosità di un amico a Capodanno ho pensato, cacchio, ma mica una cosa del genere può passare in cavalleria e ho dunque deciso di approfittare del mio turno al Garantito Igp per lasciare almeno una traccia scritta.
Il Solaia non ha certo bisogno di presentazioni, nato da una costola del Tignanello nell’ormai lontano 1978, ossia nella Preistoria della moderna viticultura italiana, ha subito assunto una sua propria personalità con il passare del tempo, anticipatore dei tempi sia nella scelta dei vitigni come poi anche nell’aggiusto con l’affiancamento del Sangiovese al Cabernet Franc e al Cabernet Sauvignon.

Emblema della rivoluzione nel cuore del Chianti Classico avviata da Piero Antinori qualche anno prima che lo ha posizionato subito fra i leader del vino italiano moderno.

Come tutte le cose di successo in Italia ha tanti estimatori: diciamo che oggi quello che si definisce mainstream italiano e americano non ha mai spesso di premiarlo e di metterlo comunque nelle prime posizioni al di là delle mode che hanno attraversato il vino negli ultimi 40 anni.
In questo blend è ovviamente il Cabernet Sauvignon che tira la carretta e che caratterizza il vino sia sotto l’aspetto materico che olfattivo, ma se cercate il famoso peperone potete restare delusi perché uno dei punti di forza di questo rosso è sicuramente quello di avere una personalità ben caratterizzata, che magari ha fatto scuola ma che sicuramente non è facilmente replicabile.

Voglio anche parlare un attimo, prima di lasciarvi con le mie impressioni, all’annata 1998. I più anziani o i giovani studiosi ricorderanno sicuramente che il biennio 1997 e 1998 è stato il biennio della bolla del vino italiano. Ci si era lasciati alle spalle la raccolta del primo con la definizione tutta giornalistica di vendemmia del secolo. Lo dissero a Bordeaux e lo ripeterono a Montalcino e i fatti alla fine non hanno poi dato torto a chi si sbilanciò con entusiasmo alla prova degli anni passati. Effettivamente i rossi 1997 sono ancora straordinari.


Il discorso è un po’ meno ecumenico nel 1998, i commerciali non esitarono a parlare nuovamente di vendemmia del secolo, allora non c’erano i social ma qualcuno riuscì ad ironizzare su due vendemmie del secolo (del resto anche la 1999 fu buona, anche per i bianchi) e ancora ricordo le perplessità di Gino Veronelli che invitava alla prudenza. Alla luce delle evoluzioni, la 1998 è sicuramente stata una buona annata, ma sicuramente sotto la precedente, soprattutto alla luce del gusto moderno perché pecca spesso di una eccessiva concentrazione che all’epoca si portava molto. Il massimo complimento che si poteva fare a un vino rosso era definirlo marmellata.
Il Solaia 1998 non è stato una marmellata, anzi. A parte i sentori di frutta viva, il rapporto perfettamente equilibrato con il legno e i tannini morbidi e setosi, completamente risolti, al palato ha rivelato una energia che non mi aspettavo. Una beva tonica, vivace, scattante, ampia, perfetta corrispondenza naso e bocca con una chiusura lunga e precisa che invitava a ripetere il sorso. Bevuto su un arrosto di carne, ci ha lasciato decisamente soddisfatti. Sicuramente il formato magnum, che io ritengo perfetto per la lunga conservazione, ha favorito questo per risultato. Un vino che non ha dato il minimo segno di stanchezza, nessun cedimento olfattivo, visivo e palatale. Ed è proprio stata questa sensazione positiva che mi ha spinto a lasciare traccia nel mare del web.


Luciano Pignataro

Luciano Pignataro è caporedattore al Mattino di Napoli, il suo giornale online è Luciano Pignataro Wineblog.


LEGGI ANCHE