Teniamoci stretta la degustazione3 min read

Teniamoci stretta la degustazione, che stimola l’incontro con il vino, con i suoi luoghi e con la sua gente, in un circolare movimento dialogico, nel quale si ascolta e si parla, si riceve e si dà.

Teniamoci stretta la degustazione, che ci porta a ricordare col cuore. Ricordare non è rammentare: posso rammentare una legge e una formula, quindi qualcosa che connetta la memoria all’intelletto. Ma il vino, il suo sapore, le persone con cui l’ho bevuto, li ricordo con le viscere, li ricordo con affetto e calore.

Teniamoci stretti la degustazione, splendida unità di misura umana. L’assaggio nasce dal contatto sensoriale non da una convenzione, e gli esiti sono eterei e mutabili, legati a un più e a un meno, a un arco di percezioni e interpretazioni che cambiano di persona in persona.

Teniamoci stretta la degustazione, piccolo azzardo dell’immaginazione che allarga gli spazi, amplifica il tempo, ridisegna il ruolo dei sensi e ci mette in ascolto dell’aria, in questa società angosciata dalla fretta e dalla materia.

Teniamoci stretta la degustazione, che costruisce ponti disegnando confini e cerca identità valorizzando l’integrazione, rendendo così l’assaggiatore un avventuriero idealista e galleggiante, in una geografia vasta e bellissima, perché c’è solo bellezza dove si producono buoni vini.

Teniamoci stretta la degustazione, ultimo rifugio sensuale della società digitale; strascico aurorale delle nostre emozioni; confronto costruttivo tra istinto e ragione, tra animalità e civiltà.

Teniamoci stretta la degustazione, che fa luce su un universo di minuzie molecolari, di minuscole frazioni microbiologiche, d’infinitesimali intrecci minerali: quasi un miracolo in quest’epoca ossessionata dalla sintesi.

Teniamoci stretta la degustazione, che insegna la rigorosa umiltà del ricercatore. Perché in potenza esistono tanti vini quanti sono i diversi luoghi d’origine, in un labirinto d’ipotesi che non è un grattacapo, ma la regione stessa di chi assaggia.

Teniamoci stretta la degustazione, per concederci  all’attesa e al confronto. Mettiamo al bando le schede tecniche e consultiamo il sentimento: per sentire senza mentire. Rinunciamo agli schieramenti, impastandoci di diversità, di emozione e di mistero.

Teniamoci stretta la degustazione, che esige la reazione più arguta. Perché un degustatore deve saper raccogliere in pochi battiti infinite combinazioni di paesaggio, di storia e di umanità.

Teniamoci stretta la degustazione, che ci insegna cos’è il sapore, elemento fondamentale di un vino. Il sapore è talmente decisivo che a un certo punto le scatole vuote, i vini svuotati di sapore, i vini insensati (ovvero non sensoriali) non li bevi più. A un certo punto, grazie alla degustazione, impari che è il sapore ad accendere la luce, a scardinare ogni schema ortodosso, aprendosi all’autenticità di ciò che è unico e mai replicabile.

Teniamoci stretta la degustazione, che è fare esperienza senza soluzione di continuità. È abnegazione in quello che stiamo facendo; raccogliere informazioni, elaborarle e utilizzarle per i vini successivi. Non si degusta bevendo e basta; non si degusta quel vino e basta, la degustazione crea sempre un precedente su cui lavorare. Fare esperienza significa imparare un mestiere, interiorizzare un metodo, capirne i meccanismi, scoprire le strategie per valorizzare il vino e il talento di chi lo assaggia.

Teniamoci stretta la degustazione, eterna questione aperta a cui si fatica a mettere una cornice. Tanto la cornice è inutile. La cornice è come l’ombrello, che ripara dall’acqua, non dall’umidità e dalle pozzanghere, né dalla nostalgia del sole. E allora tanto vale lasciarsi affogare dal diluvio del vino, dalla sua pioggia senza fine, da quel rumore all’apparenza indistinto che invece per chi è allenato suona musiche ipnotiche, canti carnascialeschi e cabaret brechtiani, blues e hip-hop, tango e polka, rock e pop.

Teniamoci stretta la degustazione, che gioca con la vita. Frammenti di memoria, mozziconi di ricordi, scie di odori, di sapori, di amplessi, di sorrisi, di lacrime se ne stanno appallottolati nel pugno del tempo che passa, in attesa che questa splendida disciplina li riporti in superficie, come gocce d’olio in un bicchiere d’acqua.

 

 

 

 

 

 

Francesco Falcone

Pugliese di Gioia del Colle, Francesco Falcone è un degustatore indipendente, divulgatore e scrittore. Dopo un biennio di formazione nella ciurma di Porthos, una lunga esperienza piemontese per i tipi di Go Wine (culminata con il libro “Autoctono Si Nasce”) e due anni di stretta collaborazione con Paolo Marchi (Il GiornaleIdentità Golose), ha concentrato per un decennio il suo lavoro di cronista del vino per Enogea (2005-2015). Per otto edizioni è stato tra gli autori della Guida ai Vini d’Italia de l’Espresso (2009-2016). Dal 2016 è firma di Winesurf, il Giornale di Carlo Macchi. Nel 2017 ha scritto il libro “Centesimino, il territorio, i vini, i vignaioli” (Quinto Quarto Editore). Nell’estate del 2018 ha collaborato alla seconda edizione di Barolo MGA, l’enciclopedia delle grandi vigne del Barolo (Alessandro Masnaghetti Editore). A dicembre del 2018, per la faentina Quinto Quarto uscirà il suo libro “Intorno al Vino, diario di un degustatore sentimentale”. Deve a Federico Graziani il battesimo vinoso, a Sandro Sangiorgi la passione per la degustazione, a Alessandro Masnaghetti l’amore per il giornalismo, a Giampaolo Gravina il bernoccolo per la scrittura, a Vania Valentini la svolta in direzione dell’insegnamento. Da cinque anni cura numerosi laboratori indipendenti di approfondimento da Nord a Sud d’Italia.


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