Sostenibile e naturale: d’ora in avanti dovrai dimostrarlo!4 min read

Parte prima in burocratese

Magari molti non sanno che dal 13 febbraio scorso il governo italiano ha emanato un decreto legge che approva la direttiva  UE 2024/825 relativa a “Modifica … per quanto riguarda la responsabilizzazione dei consumatori per la transizione verde mediante il miglioramento della tutela dalle pratiche sleali dell’informazione.”  Questo decreto (vi risparmio il burocratese spinto ma una parte edulcorata ve la sorbite)  riguarda la proibizione di  “Asserzione ambientale nel contesto di una comunicazione commerciale di qualsiasi messaggio o rappresentazione avente carattere non obbligatorio a norma del diritto dell’Unione Europea o nazionale in qualsiasi forma… che asserisce  o implichi che un dato prodotto ha un impatto positivo o nullo sull’ambiente oppure è meno dannoso … rispetto ad altri prodotti.”  Proibisce anche “asserzione ambientale generica, cioe “qualsiasi asserzione ambientale formulata per iscritto o in forma orale anche attraverso media e audiovisivi non inclusa in un etichetta di sostenibilità (fornita da enti terzi riconosciuti dalla UE e da i governi nazionali, n.d.r.)  e la cui specificazione non è fornita in termini chiari ed evidenti tramite lo stesso mezzo di comunicazione”

Parte seconda in soldoni

Questo decreto in pratica mette un freno a tutti quei  produttori che ad ogni piè sospinto si definiscono “Naturali” e “Sostenibili” solo perché è di moda e serve a vendere, senza poterlo dimostrare con dati certi. I siti aziendali sono pieni di queste due paroline e anche quando parliamo con un produttore la sostenibilità e naturalezza dei processi in vigna e/o del vino è basilare e dato per scontato.

Da oggi, almeno per quanto riguarda la sostenibilità, lo deve dimostrare  un bilancio di sostenibilità dove, nero su bianco, dimostra, per esempio, quanta CO2 in meno immette nell’ambiente. Vi faccio un esempio di questi giorni: una cantina veneta che ha probabilmente come magazzinieri i campioni mondiali di sollevamento pesi visto che le sue bottiglie pesano quasi un chilo l’una, ha presentato un bilancio di sostenibilità dicendo che diminuirà il peso delle sue bottiglie. Secondo questo decreto doveva dire di quanto diminuiva il peso e  a quanta CO2 in meno nell’ambiente corrispondeva.

Naturalmente (ops!)non si tratta solo di bottiglie più leggere, anche se è facile abbassare il peso del vetro e definirsi sostenibili (e non capisco perché ancora non lo facciano tutti!!!), ma di tutta una serie di processi dalla vigna alla cantina che  devono essere certificati e non strombazzati.

Allo stesso modo andrà  trattato il termine “naturale” che ormai si trova appiccicato e blaterato  da moltissimi produttori senza che sia possibile chiedere “Naturale perché? Naturale come?”.

Dal mio punto di vista, per creare una regola gestibile, il legislatore dovrebbe prima definire il vino innaturale in modo che finalmente, non facendo determinati (ma quali???) processi vinicoli, uno potrà con ragione definirsi “Produttore naturale”.

Ma torniamo al decreto: se attuato e affiancato da doverosi controlli  dovrebbe porre un freno se non altro alle etichette e ai siti aziendali fatti a misura di rincoglionito, sfruttando “sostenibile” e “naturale” ad ogni piè sospinto.

Naturalmente (riops!) sarà possibile usare questi termini, basta siano certificati da enti terzi e qui si entra in un altro spinoso problema perché ormai di enti certificatori ce ne sono a bizzeffe  e ognuno utilizza parametri diversi. Quali saranno i parametri giusti e chi certifica il certificatore? Inoltre c’è il rischio che da poter dire tutto non si possa dire niente e faccio l’esempio di un bravissimo salumiere chiantigiano, produttore da sempre di una grande finocchiona, che ha dovuto cambiare  il nome del prodotto (facendo sempre finocchiona)  perché non fa parte del consorzio della Finocchiona DOP.

Quindi sono felice per la moratoria, sia orale che scritta di “naturale”e “sostenibile” ma non vorrei che tutto, alla fine, si riducesse  in un burocratico utilizzo molto più marcato di enti di certificazione e quindi in un aumento di spesa per i produttori.

Forse sarebbe meglio non usare più a casaccio il termine “naturale” ed essere sostenibili senza sbandierarlo a destra e a manca.

In definitiva, almeno per quanto riguarda il settore del vino, questa legge ci dovrebbe indurre soprattutto al buon senso e ad una comunicazione meno drogata da terminologie di moda.

Carlo Macchi

Sono entrato nel campo (appena seminato) dell’enogastronomia nell’anno di grazia 1987. Ho collaborato con le più importanti guide e riviste italiane del settore e, visto che non c’è limite al peggio, anche con qualcuna estera. Faccio parte di quel gruppo di italiani che non si sente realizzato se non ha scritto qualche libro o non ha creato una nuova guida sui vini. Purtroppo sono andato oltre, essendo stato tra i creatori di una trasmissione televisiva sul vino e sul cibo divenuta sicuramente la causa del fallimento di una nota rete nazionale. Riconosco di capire molto poco di vino, per questo ho partecipato a corsi e master ai quattro angoli del mondo tra cui quello per Master of Wine, naturalmente senza riuscire a superarlo. Winesurf è, da più di dieci anni, l’ultima spiaggia: dopo c’è solo Master Chef.


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